Intervista senza domande a Carla Viganò (Ritocchi Marginali) di Flavio Almerighi

ti senti meglio
con la neve congegni ancestrali
aiutano ed è come se sentissi una fine
ma forse è solo l’uniformarsi
quel vello di bianco
concede l’immortalità
in una dimora provvisoria
eppure oltre la lamatura
sdrucciola polvere
coperti gli oggetti esistono
schiumati dai toni chiari
sopravvivono
respirano senza soccorso

1 – Un estremismo puramente mirato (pg. 19)

Non si contano i dissidenti così come le pecore prima di dormire se non c’è rivoluzione non c’è cielo e senza cielo potremmo fare a meno del grigio dell’azzurro e delle sfumature ma è quello che vogliamo cioè non farci comprendere o meglio non svelarci rimanere fissi e costanti come i prezzi di quel supermercato nello spot, poi qualche coraggioso vorrà parlare e qualcuno lo seguirà, forse.

2 – Un padre s’accorda con le nuvole (pg. 25)

Oggi ho deciso di fare visita al camposanto ma avrei dovuto prendere l’ombrello e non ce l’ho fatta. Come avrei preferito un giorno di sole e come le larve della mente hanno nidiato nella mia decisione. In fondo mai prendo accordi con il meteo e questo mi mette a disagio distinguo con fatica la primavera dall’estate e questa è linea di confine.

3 – Capisco il silenzio delle cose (pg. 36)

Nella mia città affollata è difficile rilassarsi ma io riesco a farlo anche in metrò così come tanti che leggono in equilibrio tra una frenata e l’altra. È bellissimo assentarsi tra tanti rumori e quando ti estranei vivi di cose tue. E puoi ronzarti nella testa inesorabilmente come un calabrone o sentire la tua caffettiera che ti chiama da casa ancora prima dell’aroma. Ecco questo è un tuo silenzio privato pieno di suono.

4 – C’è chi si sgomenta e chi cresce a caso (pg. 41)

Tanto valeva nella vita essere dei felici scapestrati crescere a piedi scalzi e correre nei campi. Certo andare in depressione per un panino farcito di maionese industriale non ti esime dal ricercare il meglio ma si sa la perfezione è ricerca affannosa che manda in ansia e poi nei prati chi correrebbe a perdifiato?

5 – Dove il tempo e lo spazio non parlano, cantano (pg. 45)

Ricordo di un amore adolescenziale, passammo un’estate a scambiarci canzoni e lettere. Erano tempi romantici scanditi da un tempo dilatato, lui suonava la chitarra e io incapace di cantare manifestavo la mia adulazione in altri modi che non vi racconterò, sarebbe superfluo. Sono stata una ragazza kamikaze. Perché mettermi in un pasticcio tale sapendo della mia scarsa inclinazione per la musica? In compenso trovavo le parole e quelle mi hanno salvata per un’intera stagione di vacanza davanti a un lago fermo come le sue mani.

6 – Ma non credere d’essere nata solo per brillare (pg. 53)

Ho sempre invidiato una mia amica di nome Stella e non ho mai perdonato ai miei genitori il nome che mi hanno imposto. Sì perché il nome è spesso una zavorra che ti porti dietro sai che non ti piace e ti pesa sulle spalle all’inverosimile, ma non lo puoi cambiarlo e quindi te la prendi con gli avi che ti hanno preceduto e dei quali porti quelle quattro consonanti e vocali come un emblema, manco se la tua casata fosse di nobili condottieri o eroi. Poi passi ai santi, ai calendari, alcuni anche alle star del cinema del teatro finanche cantanti liriche e li maledici con scarsa soddisfazione visto che loro mai sapranno. Alcune domeniche di noia ti trovi sul divano a rimuginare…. poi qualcuno ti chiama.

7 – Salvavi la calendula dall’amnesia (pg. 61)

Ci sono fiori di cui non conosci il nome. Sono i più simpatici quelli che nascono spontanei come un’amicizia fresca, disinteressata che si limita a un sorriso e poi passa oltre. Una certa dimenticanza è necessaria per starsene tranquilli per limitare i flussi devastanti di certe elucubrazioni e per passare inosservati in molte occasioni e quindi vivere felici. Certo che di tutte le cose, salveresti la bellezza salvo poi ricordare dove l’hai messa.

8 – Chi ha un dio lo metta all’alba (pg. 62)          

Ho sempre ammirato chi ha un dio nella manica, chi dialoga con il soprannaturale Chi saldato con il creato si sente parte e si sente bene. È come una nevicata bianca sul fango, cade fortissima ma si posa leggera.

9 – Dei sogni arresi e dei resti in cura (pg. 68)

Siamo fatti di sogno, questo all’inizio poi via via che si delinea la realtà non ci resta che la poesia in aiuto e per questo tutti noi siamo popolo di poeti. Sì anche i più insospettabili lo sono, non che la poesia sia la cura ma è tuttavia una traccia interiore alla ricerca della bellezza. Però quando un giorno vidi sullo schermo al plasma una semi veggente, molto illegale, una maga con problemi di famiglia consigliare di rimanere in famiglia a un povero disperato capii che la cura non sta nel metodo ma nelle benzodiazepine.

10 – Com’è giovane Phil con la luna (pg. 77)

Nella mia città non ci sono più i bar con il bigliardo e questo è molto triste perché io li ricordo così come certi personaggi da vetrina che si atteggiavano a Delon quando passava una ragazza. Io ero ancora piccola ma la sapevo lunga, per quel mio innato senso introspettivo mi bastava un colpo d’occhio. Anche di sera allora c’era tanta gente e tante famiglie uscivano con un cono di gelato, molti stavano appesi al telefono posto sul muro lontano dall’uscita, svoltando in direzione Porta Volta c’erano invece quelli dagli amori tormentati… i più fanatici sempre al bigliardo.

*

Carla Viganò è nata a Milano, dove vive e dove ha conseguito la maturità artistica.
Da sempre interessata alle arti figurative in tutte le sue forme, si è avvicinata alla poesia rivolgendo un particolare interesse alla lirica giapponese di cui ha mantenuto costante la ricerca della sintesi.


3 risposte a "Intervista senza domande a Carla Viganò (Ritocchi Marginali) di Flavio Almerighi"

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