Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia, G. Ladolfi Editore
Nota di lettura Ester Monachino
Versi lunghi, di fiume in piena, che si fanno soglia d’Anima. Sono i versi di Doris Emilia Bragagnini in Claustrofonia, edito con i tipi di Ladolfi Editore. Qui, Doris ci consente la sintonia, accoglie quale fosse nido, non vuoto ma ricolmo di creature viventi. Accoglie anche noi che, leggendo, ne intramiamo la parola, il suono sotterraneo sentendoci diapason univocale. Ne sentiamo il privilegio, le offriamo la gratitudine della connessione consanguinea, in poesia. Sanno farci di questi doni le Anime aperte nel darsi.
Certamente, dentro, si intravede la ferita, (quale Anima terrigena ne è immune?), si sente la dolenza e la macerazione non occultati ma palpabili: è li che la ferita si fa feritoia così che un barlume di luce possa essere salvacondotto e poi spiraglio e, ancora dopo, fiammata di un ardore di vita che travalica ogni vuotezza di consistenza materica o la parola non detta, il bacio non dato, o il non vissuto in pienezza di vita.
La vita c’è, immensa, d’erbe vive, ne siamo ruminanti (pag.34): certamente scivola via, tra le dita, pure permane, è permanente il sentore di averla toccata, vissuta: “tu mi sfioravi come le spighe correndo/ il viso verso l’alto perdendomi dal palmo” (pag. 32).
La feritoia, nei muri interiori, porta bellezze di un intenso e concreto ascendere verso luoghi oltre le croste, oltre i recinti, oltre i muri.
Come sottotitolo, a seguire Claustrofonia, leggiamo:” sfarfallii- armati- sottoluce”: non importa la quantificazione di tale accensioni: ci sono, sommuovono con arditezza anche se in sordina, sottovoce, se ne palpa la prorompente forza intrinseca, la tensione della “crisalide abbozzata” (pag. 36) ma avviata, in movimento d’ali visionarie che possono dare, e danno, un incipit d’Alfabeto, di parola vivente.
Intanto, dentro non è quiete: è tumulto, è locus scardinato ed è tempo non fisso, permeabile, travalicante, ossimoricamente memoria creaturale ed apnea nella “inevitabile vuotezza” (pag. 105). Tempo toccabile, polvere che si posa “sofferente tossica” (pag.45) sul respiro che, invero, ha natura di spazi liberi, di cieli alti e invece sente la costrizione della chiusura, una solitudine “fatta adulta” che “non cede ai parametri d’espressione” (idem), silenziosa di un silenzio che non dà il calore di altri corpi in interrelazione, il silenzio dei giorni freddi, dello smarrimento. Ma, ancora, lo sfarfallio c’è, potente, inarrestabile, pure se è occultato nel punto più riposto, più profondo, più segreto, dove è più silenzio, il proprio deserto, il proprio abisso. Lì si è stranieri a se stessi, o sembra di esserlo; lì, punto sconosciuto, punto immateriale dove il Nulla coincide con il Tutto, con il proprio Essere comunque sia, gioioso o dilaniato, ma poggiato su se stesso, pura interiorità.
Pura interiorità, con o senza mura, alzate o sbriciolate, paradossali, cementanti o svaporanti, certezza di essere sebbene nei tormenti della notte.
E l’amore, che dovrebbe essere al di sopra e al di là di ogni misura e di ogni fine? Anche l’amore permane in una tensione costante, ma c’è, ha il suo dove, “incontaminati i sentimenti gettano ami/ al proprio cuore s’invogliano bruciando/ del proprio ostinato segreto” ( pag. 69).
L’amore è ondoso, “procede per scomparse e apparizioni” (70), ma c’è, è varco, è porta apribile, è offerta se l’altro ha possibilità di esserci, dentro, scegliendo tra il “blu verso il crepuscolo oppure il rosso lato cuore” (pag. 71): metafora di ricerca nella coscienza e di un appiglio nell’intesa vivificante e appassionata, nella specularità del possibile sguardo-oltre, nel nome che può essere pronunciato e che, pronunciandolo, invera il sé e l’altro da sé senza distanze misurabili. La specularità, in fondo, non è che un ritorno alla propria immagine, a se stessi, alla propria Parola.
Versi asciutti, densi, accorati perché non mentali ma viscerali, che si offrono e si fanno cogliere dal lettore attento; versi che mostrano il dominio sulla parola, esattissima, e che consentono di riconoscerci in loro vibrando in comunanza di sentire. Ma già questo è sfarfallio, non vuoto, non sottoluce. Già questo è intesa indicibile. Pienezza.
Ester Monachino
*
***
Sol_a Gratia
cerco la nota distorsiva – quella – capace di cancellare il nesso
l’ordine cruento mille volte verticale rinnegato con lo sguardo
[non spero]
giù nel basso declivi imbarbariti e calmi
una luce così tonda da cingermi nei passi del novembre eterno –
sbaragliando bianconigli facile spogliare il mondo di sentori d’erba
ruminata viva, senza muovermi di un giorno [o suono]
*
L’amaca fenice
nulla chiama forte da farsi udire, è un movimento sotterraneo
il dispetto conquistato d’alfabeto e ho un piccolo lobo d’orecchio
o forse meglio un lobo piccolo
c’è sempre un modo migliore di dire le cose per esempio
c’ è un posto che non so quando dovrei dire quello che c’è
ma che non trovo – lo faccio scomparire
vorrei trovarlo per intero mi manca almeno quanto l’aria
tutta intorno se ci si sveglia nei giorni come crisalidi abbozzate
in un futuro pocket che pesa d’eterno
piccole dosi di massiccia confettura è limacciosa la sostanza
congetturale stringe sugli arti come carta moschicida
ti dondola sul nulla il palinsesto della vita, a favore di vento
il gancio – sospeso – al diritto d’uscita
*
La terrazza
cade di dentro una polvere sottile
sofferente tossica per provenienza
sigillante untuosa in ogni accesso di respiro
_________eppure spinge nella deprivazione
si è fatta adulta la solitudine rombante
non cede ai paramenti d’espressione
si lascia cadere con un colpo di coda
reggendosi bene al silenzio verboso
di un rigurgito rancido
furono giorni freddi senza appello, delle – madri –
vestaglie su grembiali da gettare
lenzuola stese dondolanti come strappi nella carne
le parole sì le parole [agiscono] frontalmente appese
come insetti sulla carta moschicida
*
Tendenzialmente
Mi rimane poco da dire se non l’inevitabile vuotezza
[scrivere vuotezza è di moda e sa molto più di vuoto]
di un mondo a colori che non distinguo
Tutto si spalma [il termine spalmare è tecnico]
su pochi fogli di lattuga cerebrale che ancora lascio
__________per le chiocciole trapanatrici di pensiero
*
Oggetto della prassi
resta uno spazio sempre
tra l’essere di ora e la parola
colmato solo poco dall’esistere di sguardo
rimandare stop del fotogramma
per timore che non abbia buona luce
impressa copertina sulla pagina invisibile
la non rivelazione – da qui all’eternità
*
Di fuga Soluta
pensavo ai conigli tra i fiori
alle valvole d’oro dell’universo
che se una ti chiama l’altra ti tiene ossidi il tempo
lo spingi a svanire bisogna argomentare un atto
_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/ rivoluzionario ♫
che dondoli il nome del non accaduto cosìforte
se il fiore dell’ora è una soglia
rotola il mondo su sé sottilmente, inclinando l’orecchio
su Pegaso al dorso, inspirarne il rumore
*
Gare de Lyon
è una separazione secondaria quella da te a me
il solito coniglio dal cilindro
procede per scomparse e apparizioni
si disarma alla carota del futuro. poi
indossavo tacchi alti e un cappotto troppo leggero
per dirti – sono io – quella qui dentro
*
Poco prima
c’è un’ora sulle scale quanto certi passi di piombo
si trascina luce dopo luce come una fiammella intirizzita
getta le ombre e i suoni lungo il muro del cordoglio senza nome
i sacchi di sabbia tenuti tra i pensieri li ha usati tutti
li ha usati tutti i sacchi di sabbia tenuti tra i pensieri chi dilaga
*
ho un’ora di tempo per darmi tempo
*
certi pomeriggi sono cortine di pioggia dentro un bavero slavo
*
desiderio la parola da dire
o bramosia di parole mancanti
questa inutile leggerezza dei pensieri
il vuoto è in alto in basso ai lati in un dentro
che assopisce ogni vivere intatto. pressappoco
*
Doris Emilia Bragagnini nata in provincia di Udine dove tuttora risiede, è presente in riviste letterarie cartacee e online, antologie, poemetti collettivi, in numerosi lit-blog. Co-curatrice di “Neobar” insieme ad Abele Longo (fondatore) e redattrice in “Giardino dei poeti” sostiene la divulgazione poetica. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo e rumeno. Il suo libro d’esordio è “Oltreverso” (Zona 2012), seguito da “Claustrofonia” (Ladolfi 2018). Del 2023 è la plaquette bilingue “L’ombra rovesciata/Umbra Răsturnată” in traduzione rumena (ed. Cosmopoli). Più volte segnalata e finalista in premi rilevanti come il Montano, Bologna in Lettere, Pagliarani, Rilke, Umbertide xxv aprile, tra i vincitori del Giorgi 2023. Finalista con la silloge inedita Terra Nullius al Montano 2024.
*
Ester Monachino è nata a Realmonte (Agrigento) dove risiede. Ha, al suo attivo, numerose pubblicazioni sia di scrittura poetica che di saggistica nonché due romanzi e un testo di teatro per le scuole. Ha curato la prefazione di diversi volumi in prosa e poesia ed è inserita in numerose antologie poetiche e volumi d’arte. Critici autorevoli si sono occupati dei suoi scritti. Fra gli altri, nel 1986 ha vinto il premio “E. Montale” per l’inedito; nel 1998 il premio “E. Montale” per l’edito con il volume “Un rito di frumento”; nel 1999 il premio “Firenze” con il volume “Dedicato a…”. E’ stata inserita nel programma dell’edizione del 1999 del Festivaletteratura di Mantova. Presso l’Università degli Studi di Palermo è stata discussa una tesi di laurea sulla sua opera dal titolo “La lirica di Ester Monachino: tra effimero ed assoluto”. Tra le varie opere di critica su di lei va attenzionato il saggio critico “La parola alchemica nell’opera di Ester Monachino” di Stefania Monachino, edizioni AICS. Ha focalizzato particolare attenzione sulla sua poesia, nel maggio 2009, la trasmissione “Inconscio e Magia – Psiche” (RaiDue).

Belle poesie, dove il linguaggio scorre, forse generato dalla bramosia di parole mancanti e dalla conquista dell’alfabeto, e scende a dirotto sui declivi imbarbariti, sulle crisalidi abbozzate, sulle polveri sottili che si posano ovunque nella vita quotidiana, e nel suo fluire riesce a colmare di senso e di parole l’inevitabile vuotezza.
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Grazie per la tua attenzione Giancarlo, è bello non perdersi dopo tutti questi anni di condivisione, credo sia dal 2007 che ci leggiamo… grazie!!
Doris
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sempre notevolissimi gli spunti offerti dalle liriche di Doris e molto “intensa” la nota di lettura di Ester Monachino (da cui dissento solo per la presunta contrapposizione tra “mentale” e “viscerale”). aggiungo qualche (s)considerazione a fior di pelle a quanto già scritto una manciata di anni fa in occasione d’un altro post su questa silloge.
il titolo della raccolta esorcizza la *claustrofobia* con lo scarto di una “b”, ottenendo la “claustrofonia”. l’ipotetico superamento della paura di restare chiusi in luoghi stretti (ovvero, in senso figurato, di restare barricati nell’io e nelle stereotipie del linguaggio) non può però evolversi sic et simpliciter in un banale suono aperto. pertanto, l’esorcismo poetico di Doris finisce per suonare *claustrofonico*: l’autrice non intesse una trama comunicativa piana, non “detta” al lettore un sentiero già battuto, ma gioca anche al test di Rorschach lasciando riecheggiare le parole contro le pareti in (poli)senso letterale (nonché escatologico, filosofico, allegorico, psicologico etc)…
ne scaturisce una forma di *pareidolia maieutica* (d’indubbia eleganza) che affascina per come innesca guizzi sinaptici nella mente del lettore e che invita a immaginarsi “certi pomeriggi”, “certi passi”, nel contesto d’un fitto viavai di sfumati (se non *incerti*) significati.
la “non rivelazione” è dunque più concettuale che assente, e suona appiccicosa quanto quella “carta moschicida” che abita sia nell’amaca fenice che in terrazza. eh… e d’altro canto si sa che spesso e volentieri le parole ci ronzano in testa proprio come mosche, generando contro le pareti della scatola cranica un *ronzio claustrofonico* la cui eco concentrica rischia di mutarsi in “solitudine rombante” (tiktok docet). e allora ben venga il foglio di carta moschicida che imbriglia e trascrive la parola mosca, che a sua volta (seppure adesa alla carta) evoca nuovi voli mentali.
alcuni brevi accenni ai versi che m’hanno colmato il bicchiere. la “nota distorsiva” funge da richiamo acustico, mi dico, e insieme metaforico: lo scopo è rinnegare la sequenza “logica”, l’ordine “cruento (…) verticale” delle cose, ribellandosi al potere (ontologico, esiziale e linguistico) del ragionamento sistematico. la strada non spero di trovarla, dice Doris, ma ci provo andando in direzione obliqua e contraria, ovvero muovendomi “in basso”… cosa che mi trova in buona sintonia (com’è ovvio, infatti, il basso è l’habitat naturale del nano, eh). pertanto la poesia s’arrischia lungo il declivio, senza un sentiero da seguire, senza incontrare altri esseri viventi cui si possa domandare “ehm, scusi… per la stazione?”. se in qualche depressione naturale sopravvivono ancora tane di bianconigli, forse è salvifico esplorarle, perché in quel “novembre eterno” e immoto la realtà pare invero *ruminata morta* più che nata viva (tanto che si potrebbe profanarne la tomba e riesumare gli ossimori della Poesia d’autore…)
l’ambivalenza e l’inquietudine metalinguistica, poi, contribuiscono all’assimilazione reattiva dell’esistenza: un subire il tempo senza che.
(“senza che” punto non è un errore, tengo a precisare)
e veniamo all’ “oggetto della prassi”. nonno Aristotele affermava che in tutte le materie che hanno a che fare con la prassi (diritto, etica, amore, arte, politica etc), noi esseri umani non disponiamo di strumenti gnostici mediante i quali rispondere in modo esatto alle domande poste in essere (“rivelazione” e *rilevazione* sono realtà soggettive e per definizione non accadono “da qui all’eternità”). inutile dunque, rincorrere la Verità del tempo, meglio accontentarci di risposte che appaiano quasi sensate. i tic nervosi, il battere di tacchi sull’attenti, i contorni della poesia (e del pensiero) sono tutti riflessi indefiniti, ergo l’oggetto della prassi (l’azione poetica) ne scaturisce come doppiezza relativa (o “separazione secondaria” tra l’io poetico e il “fotogramma” scritto) da (ri)leggere in base al contesto. e non si tratta di *leggere* sfumature o di avventate leggerezze, o per lo meno, non solo di questo. ergo, non dovremmo mai smarrire le pazienza e pretendere di fare chiarezza “una volta per tutte!”, bensì “molte volte per tutte”. e Doris mostra d’averlo compreso benissimo.
e quindi? la poesia? la poesia è una trappola mortifera in bilico “sul nulla“, “a favore di vento“, ma per quanto “am(m)ac(c)ata” dalle batoste subite, la fenice può rinascere dalle sue ceneri fatte di lessico icastico e strofe in frantumi. la voce dell’io poetico di Doris oscilla tra fine e principio, tra disfacimento e rigenerazione, tra vita e vuoto, tra eternità e presente “distante” per avvicinarsi a una dialettica che riverbera di echi sor/montaliani e postmoderni, riuscendo a non impantanarsi (o almeno “mai troppo per sempre”) in acquitrini “kitchen”.
come esortavo altrove “assenza e presenza siano mimetizzazioni astratte puramente soggettive”, o qualcosa del genere.
e chiudo, non senza ribadire la mia umile e nanefica convinzione che “l’inevuotabile vitezza” vince sempre sull’inevitabile vuotezza…
: ))
un forte e fraterno abbraccio all’io poetico di Doris
: )
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caro Malos, mi sono accorta di questa tua intuitiva per non dire splendida nota di lettura solo un paio di giorni fa. Te ne sono molto grata… le tue affatto s)considerazioni sono come al tuo solito brillanti e argute, come dipani tu la matassa è un dettato artistico a sé. Grazie per il tempo che mi hai dedicato, generoso nell’attenzione (sono pochissimi che interagiscono così, un abbraccio)…
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