Cristiano Poletti: Un altro che ti scrive. Nota di Franca Alaimo

Quello di Cristiano Poletti è un poetare frammisto di elementi materiali e spirituali in così stretto dialogo da rendere impossibile la teorizzazione di una qualsiasi gerarchia; in primo luogo perché il mondo reale (la scenografia dei luoghi, la mappatura fisica e gestuale dei corpi – vivi e morti – , le arti stesse, la memoria personale e collettiva) non è che una trama di segni e simboli. Interpretarli, fissarli sulla carta o su una tavola lignea significa entrare nella postura dell’interrogare, in cerca di una grazia che duri, che converta il ciclico trasmutare delle stagioni in un’incessante sorgente di contemplazione, secondo la mistica ebraica delle Sefirot, emanazioni di una luce primaria scaturita dal Nulla: Oh prodigioso / Nulla. Come dire, in altre parole, che l’arte è lo strumento della “pietas” contro la morte.

Perciò, nella poetica filosofica di Poletti al vertice dell’operare, prima del dissolvimento, di contro gli atti, gli errori. / E lamenti poi, oltre il procedere violento della storia umana, sta l’attenzione del vedere e l’attitudine all’ascolto dello Spirito che abita ogni uomo trasformandolo in un annunciatore d’eterno attraverso la pratica delle arti: Suonate con arte, / fate dal nulla vibrare le corde. / Nel respiro di un libro state / per ritornare dopo tanta luce / al nero.

Gli elementi autobiografici (il luogo in cui l’autore vive, la casa, la vallata, la montagna, la passione per la pittura, i ricordi, le quotidiane gioie e disperazioni) sono soltanto strumenti di un sentimento del “noi”, che trova il suo centro emotivo nella figura (di alterità e reciprocità) del padre – con il “suo” corpo, la malattia, gli sguardi, il modo di toccarsi la testa – che è insieme dato affettivo e concettuale, se è vero che la paternità è un archetipo mentale, che si slarga nel tempo fino ad includere, di padre in padre, tutta la storia dell’umanità con le sue lingue che si mischiano e riverberano, e, insomma, quel passato che struttura l’intelletto e la coscienza, poiché Ciò che è nascosto parla di noi. / Ciò che è sepolto parla di noi e chiede di essere traghettato nel futuro, anche se, come sappiamo bene, non possiamo dire / cosa succederà.

Spesso il versificare di Poletti è affidato ad una pronuncia enigmatica, specie nella sezione intitolata “Risposte dei quadri appesi” in cui il dialogo fra l’uomo e le immagini dipinte (sia dallo stesso poeta che da altri), dà luogo ad un’intricatissima vibrazione intima: le cose, le persone rappresentate su una superficie (tele o tavole di legno) infatti, piuttosto che essere fissate una volta per tutte, sembrano conservare sguardo e anima, e, interrogando il poeta, lo svelano a sé stesso. E, del resto, pare inevitabile che chi dipinge un soggetto altro, lo rielabori in modo così personale da lasciarvi una traccia anche inconsapevole e nascosta. Il “Quadro 13”, per esempio, mette a nudo quella serpeggiante angoscia del non-detto fra figlio (il pittore) e il padre (il soggetto dipinto), quel silenzio della solitudine (che tuttavia sa anche attraverso questo, la grazia), se non addirittura il rischio dell’oblio cheviene cantato nel poemetto conclusivo “America”, che ha come tema il campo di prigionia di Elmira, nello stato di New York, attivo tra la primavera del 1864 e l’estate del 1865, cancellato dagli unionisti al termine della guerra civile contro i confederati.

La poesia di Poletti è, insomma, una forma di re-ligio che lega insieme quanto egli-ciascuno di noi vede accadere e poi sparire dalla scena del mondo, alla ricerca di una continuità iscritta nel dono della grazia a cui appartengono infine vita e morte, non poli oppostivi, ma dialoganti.

Cristiano Poletti: Un altro che ti scrive, Ed. MARCOS Y MARCOS 2024

*

Nepal, una foto di passaggio

Lingua di terra inarcata
verso l’altare nella sua luce grande
Himalaya svettante su
una città di polvere, fumo.
Da qui sopra
in foto le cime sono a fuoco,
vaste agitate nel cielo. Non altro
lì si tende, è il filo tra nessuno e niente
in libero cielo.
Sotto ecco gli uomini invece
strozzarsi voce su voce con tutto
l’affanno di tutta la polvere alzata.
Vanno in odori e sputi, e i loro spiriti
evitano le cose che non passano.
Paiono da lontano dirci
che in una cronaca perdono il nome.
Sì, lo dicono
a noi contemplativi
ma a loro così somiglianti
qui in alto nei nostri dissesti.
Vorrei dirvi
oltre il fardello che viviamo
oltre il massacro che vedete
che sempre
da un loro contorno morto ritornano
come restituite le parole.
E ci toccano
insieme al miracolo della voce
i segni immaginati dentro i testi
e i corpi delle montagne.

*

Ora

Altri
caduti qui, nell’incarnato
infinito del quadro. Dopo
come si sono svolte le parole,
salite le vicende fino a noi.
Con noi adesso il quadro è terminato.
È stato così
amorevole il nostro tentativo,
operare con lo spirito e tutto
è disperabile. Non il respiro,
quello si trattiene, si difende.
Abbiamo imparato a perderci. Ora
invertiremo la lingua per essere
nel respiro dei tanti.

*

Passando a Melville, una parafrasi

Dardeggiante lontano il sole e il vento
assente, per la nostra rotta
cammina sulla vita e sulla morte
un velo immenso di nebbia leggera.
Ripeterà qualcuno, scriverà
di nuovo cosa fu il mio viaggio, cosa
questa caccia senza cattura, fu
un argenteo silenzio, non una solitudine.

*

Cristiano Poletti (Treviglio, 1976) ha scritto Porta a ognuno (l’arcolaio 2012), Temporali (Marcos y Marcos 2019), Un altro che ti scrive (Marcos y Marcos 2024).Ha curato la parte testuale di Libellula gentile, documentario di Francesco Ferri dedicato alla vita e al lavoro di Fabio Pusterla (Marcos y Marcos 2019). Ha vinto il Premio Europa in versi nel 2020 e il Premio Città di Acqui Terme nel 2024. Dal 2007 al 2017 ha diretto Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia. Dal 2013 al 2021 è stato redattore del lit-blog Poetarum Silva (poetarumsilva.com). Alcuni suoi saggi sono raccolti in Dei poeti (Carteggi letterari 2019). Laureato in storia all’Università di Padova, lavora all’Università di Bergamo.

 


Una risposta a "Cristiano Poletti: Un altro che ti scrive. Nota di Franca Alaimo"

  1. la mia fallace visione parziale, mutuata dalle poche liriche qui postate (altrimenti il Mercato s’adonta e s’adira), è che più che “all’ascolto dello Spirito (maiuscolo) che abita ogni uomo“, l’autore intenda rivolgersi soprattutto (e molto umanamente) all’ascolto de “le parole” (minuscole).

    l’anima, intuisco/inferisco, non è dunque fatta di “Spirito”, ma proprio di “le parole” (immagine poetica nonché significante).

    e infatti, scrive l’autore nella prima lirica: “da un loro contorno morto ritornano / come restituite le parole“.

    vieppiù, nella chiusa della seconda lirica, come possiamo invertire “la lingua per essere / nel respiro dei tanti” se non *propriomediante* “le parole”?

    peraltro, il vento della terza lirica è del mio stesso parere, e infatti “assente

    : )

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