
[Ho scritto questa pagina a ridosso del nuovo anno, e al nuovo anno la affido, quasi come una sfida: vediamo cosa saprò farne! Nelle intenzioni doveva essere un racconto breve; è nato invece senza finale e sembra aspirare piuttosto a inizio di un romanzo. “Romanzo”, tuttavia, è una parola impegnativa: ne ho uno cominciato da così tanto tempo che chiedo al nuovo anno di portarlo a termine. Più spesso, di ciò che avrebbe voluto essere un romanzo resta al massimo una poesia, oppure pagine nel cassetto o destinate alla carta straccia. In ogni caso, sento di potervi augurare buon anno con queste righe che, come le incertezze e le imprevedibilità di ogni inizio, vedremo dove, e se, sapranno condurre.]
Tallinn
Solo uno scorcio di strada o forse un vicolo cieco. Aveva pensato alla Kalsa di Palermo. Sapeva di mare, la immaginava sotterranea, senza finestre: un catoio. Poi, come prendendo fiato, l’aria cambiava, sapeva di altura. Forse era un viottolo di collina affacciato sul mare. Ma subito si era già nell’interno. La casa, piccola, una sola stanza e un ammasso di libri sparsi sul pavimento. Aveva pensato che dovesse vivere lontano dalla città: chissà come la raggiungeva, quanti autobus e treni doveva prendere ogni volta. E, soprattutto, che cosa lo spingeva ad andarci? Era ancora studente o insegnava già?
Ma di ritorno dalla città – era ormai chiaro che viveva in collina: l’aria più frizzante, e a colpo d’occhio la lunga strada in salita – aveva trovato la casa tutta in ordine. C’erano il fratello, forse poco più che ragazzo, e la madre, che gli mostrava come insieme avessero ravvivato le pareti bianche, segnate da linee leggere, tratteggiate di rosa e azzurro, e sistemato degli scaffali per i libri. Di certo aveva rincuorato la madre che fare il pendolare non era un problema. Anche se svegliarsi presto la mattina non gli era mai piaciuto. Una grande ingiustizia togliere ore dal sonno. Che in treno non si riesce mai a dormire davvero. In treno, al limite, si può scrivere, oppure, peggio ancora, preparare le lezioni.
Ma ora che la casa era in ordine, e che era tornato a vivere con la madre e il fratello, poteva uscire a fare quattro passi. Doveva essere all’imbrunire. Bastarono pochi metri perché entrasse in un campo, attirato dalla presenza di alcuni bambini. Il terreno era come un enorme letamaio e a ogni passo i piedi sprofondavano. I bambini avevano volti pallidi, magri; capelli ispidi, biondi. Cercò di avvicinarsi, per capire se avessero bisogno di aiuto, quando una voce minacciosa lo fermò. Un uomo enorme, con una barba grigia e folta – un orco? O forse tutti i padri sono degli orchi? – gli intimò di allontanarsi, di uscire dalla sua proprietà.
Lasciato il campo, scese verso una vallata. Fu lì che accadde qualcosa di straordinario. Si ritrovò in una città di strade tutte uguali. Era evidente che si fosse perso. Provò a chiedere ai passanti come tornare a casa. Se solo avesse conosciuto l’indirizzo – sua madre non aveva ancora il cellulare e, in ogni caso, lui non ricordava il numero. Serviva a poco dire: è una strada in collina che dà sul mare, ma sa anche di centro storico, ricorda la Kalsa di Palermo. Anche perché i passanti non avevano un accento riconoscibile. Erano però gentili, disponibili. A poco a poco si formarono dei gruppi che, insieme a lui, si misero a cercare quella casa dalle pareti bianche, segnate di rosa e d’azzurro.
La vita in un sogno, come un guscio nel palmo della mano. Tanto che altro non sembrava ricordare quando raccontava di sé a chi lo aveva in cura a Tallinn, in quella lingua ostica che è l’estone: senza parole comuni, senza genere, senza preposizioni, senza futuro. In realtà – o forse era solo apparenza – nessuno lo “aveva” davvero. Si sentiva infatti un uomo libero, libero di andare e tornare dall’ospedale in Paldiski maantee, nei pressi del quale lo avevo notato per la prima volta: seduto per terra, la folta barba grigia, il giaccone blu sgualcito e aperto nonostante la morsa del freddo, l’immancabile lattina di Saku Originaal in mano, benché il medico gli avesse prescritto di evitare l’alcol.
anno nuovo vita nuova… e ‘nfatti, meraviglia! una prosa onirica qui su Neobar!
: ))
cheppoi, etichettarla come onirica, per molti versi è riduttivo. difatti, Tallinn m’appare essere la resa in prosa poetica-filosofica d’un labirinto borghesiano da mappare.
sì, intendo… la percezione è onirica, ma non c’è nessuna fuga, anzi, il topos resta preso in trappola e il logos (colpevole) è la materia da indagare… allora mi riformulo, il sogno è inteso più che altro come *sintomo* d’un paesaggio interiore.
la meccanica psicologica scorre liquida tra maglie larghissime (che vanno da Palermo a Tallinn) e strania il lettore per comunicare un flusso di coscienza/autocoscienza analizzato con distacco clinico mes_colato a ironica partecipazione emotiva (eh, il piglio di un classico, tipo “la coscienza di Zeno”).
l’ultrafiltrato è una topografia mentale rosa dai denti del topos, strappata, tutta sminuzzata: la metamorfosi in puzzle di ciò che rende umani, il noi specchiato dentro un “Austerlitz” di Sebald, con la sua (de)forma narrativa visionaria, carica di significati simbolici e di angoscioso non-senso. perché, come gracchia il filosofo cantautore di Zocca, anche quando crediamo di vederlo, di calzarcelo indosso come un vecchio maglione pieno di ricordi, la vita “un senso non ce l’ha”. o forse lo cel’ha, e noi siamo vittime inconsapevoli dell’impossibilità di comunicarlo (“i passanti non avevano un accento riconoscibile”), perché la lingua non ha gli strumenti per farlo.
e allora chiediamo aiuto al linguaggio (per esprimere un messaggio). un “message in a bottle” dove passato, presente e futuro collassano nell’assenza/essenza di un fine, ovvero di un finale.
: )
ma qui il finale c’è! (c’è sempre, in ogni caso)… eh, è che talvolta (spesso?) non ci soddisfa, o meglio, non ci sembra tale.
chi è, dunque, che “aveva pensato” in “Aveva pensato che dovesse vivere lontano dalla città”? e più avanti, a corpo testo la risposta: “nessuno lo “aveva” davvero.”.
perché l’essere umano è un Ulisse “libero, libero di andare e tornare”, anche qualora vada e venga dalla realtà di un ospedale “in Paldiski maantee”.
ecco: la sensazione è che a tratti l’io narrante tenda a fondersi col personaggio, e la “sospensione del giudizio” non può che dominare il seguente “Era ancora studente o insegnava già?”. e ancora, la “barba grigia e folta” che ritorna in “folta barba grigia”, genera seduta stante un loop che ulula alla luna: il lupo (o “l’orco”) e il personaggio smarrito sono dunque la stessa persona? oppure l’orco era il padre del personaggio smarrito, e il personaggio smarrito è condannato a *ripeterlo* (come la storia)?
un’identità non risolta (in ogni senso)
il sé sognato, il sé osservato e forse anche il sé che osserva, incarnano un gioco di specchi e contro-specchi che non sfigura al cospetto di “Borges e io”, calato in una materia più quotidiana e più dolente, priva di “lirismi autoritari”. in tal senso, la barriera linguistica della realtà estone è allegoricamente anche la barriera che rende la psiche inesprimibile e “ostica” (“senza parole comuni, senza genere, senza preposizioni, senza futuro”).
che dire ancora? ah, sì, che la prosa asciutta evoca un referto medico e genera un palese contrasto col contesto onirico da cui scaturisce un pathos silenzioso e urticante: la chirurgia formale è il contraltare necessario, è funzionale alla narrazione di un caos interiore e dell’errare alla ricerca di un sé più autentico, come ben ci ha edotti il Tabucchi di “Requiem” o di “Sostiene Pereira”.
quindi, tiro le somme, davvero un ottimo racconto breve, perfettamente compiuto nell’irrisolto.
passo ad aggiungere alcune considerazioni su ciò che mi ha convinto di meno o che è a mio nanomodo di sentire (ergo, esiusciual, fallibilissimo e minorato) migliorabile, sennò il commento è inutile (la prosa consente al lettore più voce in capitolo della poesia, foss’anche solo per il fatto che in tutta la storia dell’umanità nessuna poesia è stata mai suddivisa in capitoli… e questo, en passant mi ha dato seduta stante un’idea di cui ti ringrazio assaje).
; ))
ordunque, punto uno: la transizione tra il piano francamente onirico/psichiatrico e la soggettiva reale dell’io narrante in chiusa mi è parsa poco fluida, troppo “giocata” (non so se riesco a spiegarmi… è molto bradburyana, avrebbe fatto la gioia del nano adolescente, ma il nano adulto è più rosselliniano e preferisce quei congegni narrativi che somigliano a emersioni inevitabili più che artate deflagrazioni (in due parole: più Kafka meno Bradbury). con questo intendo che lavorerei sullo “stacco” finale introducendo contaminazioni nelle sequenze oniriche ad opera di elementi della chiusa (magari, in ossequio al punto due – vedi più oltre – sfruttando briciole di dialogo).
e siamo al punto due: la mancanza di dialoghi affossa la vitalità di qualunque prosa, per quanto mirabilmente congegnata. perché non far pronunciare all’orco del campo (da calcio) qualche oscura minaccia di poche parole, in estone? ad es: “mine minema, loom!” che, se il traduttore non m’ha turlupinato, vuol dire “vai via, animale” (ohi, com’è ovvio, nel racconto non dev’essere fornita alcuna traduzione). poi, magari, due scambi di parole tra madre e fratello (in italiano o in dialetto siciliano), tipo…
“non è meglio? così, se ti smarrisci, segui le linee tratteggiate”. la voce della madre sfiata appena, quasi non avesse ancora valicato del tutto l’affanno della salita. “e i libri non inciampano gli uni sugli altri”. il fratello accenna un sorriso mentre gratta via l’azzurro dal dorso di una mano. (sì, insomma rimprovero e/o complicità o quello che vuoi tu)
e ancora, nella parte finale, due parole scambiate coi passanti della città-labirinto, tipo…
la donna farciva un cappotto scuro, color pane di segale. “cerco un catoio con le linee, rosa e azzurre.” “ma ei saa aru… dont anderstend”. altri passanti affabili. “sicuro di cercare un luogo?” “va bene anche un concetto…” non si capiva, non capiva, se fosse una domanda o meno, né chi parlasse dentro il capannello. “lei parla, nel sogno?” “no. credo di no… però dicono che parlo nel sonno“.
ok. ribadisco che, a nanomodo di sentire, i dialoghi non sono mero “colore/folklore” o “dinamismo narrativo”, sono chiavi di volta del racconto che *avviene* sopra e dentro la testa del lettore, catapultandolo in mezzo alla scena (sono il ritmo del pensiero che entra in risonanza generando attrito, sintonia, tridimensionalità e /o mistero).
il dialogo è un sasso gettato nello stagno della coscienza del protagonista e del lettore: le onde che produce (di senso, di emozione, di non-senso) *sono* quasi sempre preziose.
vabbè, non voglio delirare oltre.
: ))))
resta il dato di fatto che Tallinn è davvero un gran bel racconto, un ingranaggio letterario introspettivo capace di creare *intimità* tra personaggio e lettore (cosa non da poco).
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Caro malos
grazie di cuore per la lettura attenta e per i suggerimenti preziosi. Nel frattempo ho scritto un’altra pagina come seguito, e da lì è nato un capitolo. A questo punto, punto a un racconto lungo; vedremo come si evolverà questo “labirinto borgesiano (bontà tua) tutto da mappare”.
Sì, non è affatto una fuga, semmai il suo contrario: una forma di “detenzione”. Grazie anche per il richiamo ad Austerlitz di Sebald, che non ho letto ma che, dalla trama, sembra potermi essere molto utile. La coscienza di Zeno resta invece uno dei miei romanzi del cuore, così come Requiem di Tabucchi, insieme a Paul Auster è l’autore che ho letto di più.
Sono molto d’accordo con i punti che hai rilevato e ci ho lavorato: ho dato voce ai personaggi, approfondito le figure della madre e del fratello e rivisto il finale.
Ti sono davvero grato. Mi hai dato l’incoraggiamento giusto per tornarci su e indicazioni molto utili. Che Dio, a cui, forse a torto, non credo, ti benedica. 😊
Abele
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Molto piaciuto Abele! Attendiamo gli sviluppi…
Doris
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Grazie Doris! Sono al terzo capitolo 🙂
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