
E dalle visioni l’occhio discese in un esilio
senile per uno ospizio ciondolante la vecchiezza.
Per i gradini del non pensare avanza il cerebro,
come la zavorra di uno spaziotempo inosservabile.
E siamo in attesa di una finzione. E intorno è tutto un fischio
per una partenza. Un umido verde si rovescia nei marosi.
Sul molo le lacrime rifiutano il cordoglio. Angeli pigri
dietro le quinte. Cadono gli occhi delle Maschere sulla scena.
Ritorniamo al numero nero e al suo rumore in fondo ai labirinti.
Un bianco applauso ci giunge dai laboratori e i passi dettano
parole. Il rimpianto si muta in trucioli di legno sul palco
per un attore che invano si dimena da una colpa all’altra.
E poi il rimorso.
Se una lacrima il cosmo, un universo, un infinito, un senza
confini quell’occhio muta in realtà una visione per scagliarci
le afflizioni come pietre roventi. Nella tenera carne lasciare
che il morso sia dolce e la tortura comprensibile al carnefice.
Torniamo insieme dal capestro abbracciati quando i gradini
ci legano al delitto : non c’è visione senza il crimine!
Appartati in una alcova le orbite tremano come mani omicide
disossate dal dubbio insanguinando un dilemma irrisolto.
Roma, 2 -12 gennaio 2026
***
Il testo si configura come un dispositivo poetico ad alta densità metaforica in cui la voce sembra deliberatamente adottare una postura “clownesca” o pappagallesca, non nel senso di una semplice giocosità, ma come strategia di sabotaggio del linguaggio lirico tradizionale. Il linguaggio usa-e-getta evocato appare qui come residuo degradato del ditirambo, un canto un tempo sacro e collettivo che, nella modernità distopica della poesia, sopravvive solo in forma caricaturale, frammentaria, e insieme tragicamente consapevole della propria decadenza. L’incipit, con la discesa dell’occhio dalle visioni a un “esilio senile”, istituisce immediatamente una poetica della caduta: la facoltà visionaria, che storicamente fonda l’autorità del poeta, viene relegata a un ospizio ciondolante, metafora di una vecchiezza non solo biologica ma epistemica, in cui il vedere non è più rivelazione ma stanchezza. Il “cerebro” che avanza “per i gradini del non pensare” suggerisce una parodia dell’ascesi intellettuale: non un movimento verso la chiarezza, bensì una progressione per inerzia, assimilata a una zavorra che grava su uno spaziotempo ormai inosservabile, cioè privo di testimoni e di senso condiviso.
La comparsa stanca, incapace di intervenire nella tragedia umana.
Il “numero nero” e il “bianco applauso” introducono una dialettica cromatica e sonora che rinvia tanto al caso e all’azzardo quanto a una razionalità laboratoriale, fredda, post-umana. I passi che dettano parole rovesciano il primato del logos: non è il pensiero a guidare l’azione, ma un automatismo corporeo che produce linguaggio come scarto. In questo contesto, il rimpianto che si muta in trucioli di legno sul palco indica una riduzione dell’interiorità a materiale di scena, a residuo lavorabile, mentre l’attore, figura dell’io poetico e dell’uomo moderno, si dibatte inutilmente “da una colpa all’altra”, privo di una colpa originaria redentrice e dunque condannato a una colpevolezza seriale. La sezione sul rimorso e sulla lacrima cosmica spinge ulteriormente questa visione verso una cosmologia etica deformata: il cosmo non consola, ma scaglia afflizioni come pietre roventi, e la trasformazione della visione in realtà avviene solo per intensificare la sofferenza. L’immagine della tortura “comprensibile al carnefice” è particolarmente significativa, perché rovescia ogni prospettiva umanistica: la comprensione non è più empatia verso la vittima, ma razionalizzazione della violenza da parte di chi la esercita. L’ultima sequenza, con il ritorno “abbracciati” dal capestro e l’affermazione perentoria che non esiste visione senza crimine, suggella una poetica radicalmente tragica, in cui conoscere implica sempre una ferita, una trasgressione irreversibile. Le orbite che tremano come mani omicide disossate dal dubbio condensano in un’unica immagine la crisi della percezione, dell’azione e della responsabilità: vedere, agire e decidere diventano gesti sanguinosi, mai risolti, che lasciano il soggetto in un dilemma permanente. La poesia di Sagredo non si limita a rappresentare il linguaggio come maschera o parodia, ma lo espone come luogo di colpa, di espiazione, necessario complemento della pisside, un linguaggio che continua a parlare pur sapendo di non poter più dire alcuna parola nuova.
Giorgio Linguaglossa
13 gennaio 2026