Maurizio Manzo: Suoni a cui fornire abbracci

by m. manzo
*
l'ordine delle cose
prima o poi ci abbandona
si scompone appare
dispari ogni senso
a un certo punto
riponi le cose fianco
a fianco e numeri quelle
che lasciano odori
quelle che schizzano colori quelle
che salgono sulle nuvole
e ci salutano

*
ogni intuizione sembra
sciogliersi appartenere
a un littorale fregiarsi
di conchiglie risuonare
ingoiare la risacca
sputare perle

*
quando scivoli ti abbandonano
gli abbracci si accumula
acuta vittoriosa l'invidia
un ricamo che scende
tra le palpebre pendolo
silenzioso svela il tempo
sfuggito alla cognizione
niente è più centrale
di uno strano vuoto
che rimbomba pieno

*
tieni forte l'inizio che rotola
veloce e porta lontano
sfilano perfino visioni
senza colori definiti
ci abbandona la musica
siamo parte del chiasso
scorie mentali ossessionate

*
la linea lascia liscia
sfuggire di mano le apparenze
interrotte ci sono i segni
i tratti sociali irrilevanti
in silenzio sfila quello
che indigna il mondo
ma che va ugualmente a dormire

*
ritrovo spessa la parte del cielo
che abbraccia la luna
le bacia la nuca lo si fa
con chi si ama con tutto
ciò che si ha con la libertà
con la felicità
che non la vedi mai
in viso come il dispiacere
che ti si para davanti
e non sorride mai

*
la scena propone l'aria
che si diffonde allargando
un cerchio sullo specchio
pensi all'energia che svanisce
o che compare accesa
negli occhi di colpo sale
la musica la stessa
che accompagna gli sguardi
sulle autostrade tra gli
spazi che sembrano inventati
la vita sembra questo
montaggio sincopato

*
arriva da ogni parte
quello che già vissuto
e non porta odore con sé
sembra un coro zittito
che muove le labbra
e segue la gestualità
fraseggio incompatibile
con le nuvole che vanno
nella direzione opposta
e non sai più cosa seguire


*
s'infila per caso a ogni ora
tra le vertigini il senso
che non trova solco
lasciamo il percorso sospeso
senza sorprese
poche scintille livide
che non smettono di rotolare

*
ti ritrovi a sfilacciare
le riflessioni a ricomporre
poi filo per filo ogni
rincorsa illusione
il ritorno non sempre
è solo eco che avvolge
a volte è un monito
più spesso un tragitto
che si decompone

*
ogni tanto ti occupi
delle visioni più innocue
vorresti dare nomi nuovi
ai colori che sfrecciano
rumorosi e che sembrano
abbandonarti senza un saluto
e non sempre basta
chiudere gli occhi

*
si infilano tra le luci
della sera le ghirlande
da seguire stropicciate
dal vento che sciolgono
i colori in schegge
sembrano emettere
suoni a cui fornire abbracci

*
in sogno la destinazione
è quella impedita dal vento
dalle parole che ingoi
di continuo e non ti riesce
di sputare poi sei in montagna
e oscilli con gli abeti



2 risposte a "Maurizio Manzo: Suoni a cui fornire abbracci"

  1. A volte il mondo ci appare composto da cose scomposte, senza collegamenti le une con le altre, un aggregato illogico ma bello, come un quadro di Kandinsky.

    Noi rimaniamo qui soli, loro se ne vanno sulle nuvole e ci salutano, noi qui abbandonati nel grigiore del mondo-brusio ci salviamo con le visioni e le riflessioni che ripercorrono a ritroso il nostro passato che richiedono nuovi significati, nuovi nomi e nuovi colori.

    Quando sembra che tutto ci abbandoni si scoprono le vere destinazioni che sono la sintonia con gli abeti e con tutti i cicli della natura.

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  2. abbracci” (plurale), rievoca un’azione umana, calda (tattile, avvolgente, piena di fisicità).

    fornire” molto meno (contiene i “forni” ok, che sono caldi, ma pure *crematori* in controcanto), e suona impersonale, tipo un ufficio marketing… mi viene da pensare alla consegna (di beni, materiali, o anche servizi) ad un *cliente*, previo pagamento.

    …ecco ciò che mi echeggiava in testa, dopo aver letto il titolo, scorrendo i versi… nei quali l’io poetico comunque prova a esorcizzare in un abbraccio di parole le storte stonature della realtà del mondo, quasi un tentativo disperato e generoso di restituire una qualche *umanità* alla storia umana.

    sforzo titanico, che si traduce in chiusa (paradossalmente? ma mica tanto, poi…) nel moto oscillatorio vegetale degli “abeti” (fisicamente *inabile* ad avvolgere).

    ebbene… siamo dunque troppo *radicati*, mi domando? probabilmente sì: la nostra prospettiva è soggettiva e marginale, salire in cima a una montagna *aiuta* (a ottenere uno sguardo d’insieme), ma poi? un minimo variare, un’unica vocale e “abete” vira in *ebete*.

    il rischio è proprio questo: restiamo inoffensivi… dei “noi” smussati e ottusi (non a caso “ebete” deriva da hebere che vuol dire proprio “essere smussato”. e in effetti, ne abbiamo prese così tante di smus(s)ate, che il naso oltre che “dispari” è anche piatto (e il piatto piange).

    dice il proverbio “gli esseri umani son come i gatti: finché non battono il naso, non muoiono”. e Calvino… o forse era Flaiano, boh… vabbè, ma poco mi cambia, aggiunse – cito a braccio -“l’odore svela subito, e senza margine di errore, ciò che c’è bisogno di sapere… per contro le parole sono ridondanti e non ti danno mai precise informazioni come il naso”.

    sto delirando? chissà. è che mi piace a delirare (“delirare aiuta”, diceva Amleto), e forse non ci resta altra via d’uscita quando, a forza di smus(s)ate, il naso è andato e quindi l’intuizione è fuori gioco (eh, non possiamo andare a naso): gli “odori” che “lasciano”, l’odore che “non porta”, l’“intuizione” erosa come un “litorale” sfaldato/sciolto dalla “risacca”… delirare, poi, richiama il de-lirismo, antitesi al lirismo *individualista* che pone il mondo interno del Poeta al centro del cosmo, spesso a discapito del mondo esterno.

    dunque torniamo a *noi*, al nostro paziente lavoro di *sopravviventi*, ovvero di archivisti del caos o di giardinieri della giungla. esiste un compromesso o il buon esito del nostro agire è per definizione compromesso? beh, intanto iniziamo a riporre “le cose fianco a fianco”, a numerarle, a schedare un *senso* (anche inventato). nel complesso è buona cosa: siamo all’opposto di un flusso di coscienza *passivo* (citofonare kitchen)… qui la ricomposizione è *attiva* (bene!), seppure (giustamente) impossibilitata (grrrr!). ergo, sorge spontanea la domanda: il “vuoto” che rimbomba “pieno”… è preziosa cassa di risonanza o eco del vuoto stesso (perpetuantesi ad libitum)?

    cosa/chi “abbracciamo” dunque (per ritornare al titolo della poesia)?

    forse abbracciamo quella stessa *impossibilità* di quando “ci abbandona la musica” e diventiamo “parte del chiasso”, con la vita ridotta ad un collage di fotogrammi, a un montaggio senza capo né coda, tutto raffazzonato, privo di melodia e privo di un fluire che dipani (il pane al cane e il vino albino). l’idea stessa di poter scegliere un sentiero, giunti a un quadrivio in forcella (“poi sei in montagna”), è spericolata presunzione (“con le nuvole che vanno / nella direzione opposta” e col “tragitto che si decompone”). ergo, l’idea stessa di scegliere assurge a *errore in sé*.

    non ci è più dato di poter comprendere, non ci è più possibile seguire il filo di un ragionamento, dacché pian piano si *sfilaccia* (e il “percorso è sospeso” …nel vuoto).

    addirittura, lo stesso abbraccio assume una valenza ambigua: può giungere *da tergo* (perigliosamente) e infatti il bacio è sulla “nuca” (“libertà” e “felicità” non ci guardano più in faccia, è la “disperazione” che ci fissa, *dritto negli occhi*). a ruota, chioso, si può ancora accordare a qualcuno/qualcuna una fiducia incondizionata e “offrirgli/le” la nuca (come “si fa con chi si ama”)? ne siamo ancora capaci? e, soprattutto, ha ancora un senso se pure i colori “sembrano abbandonarci senza un saluto”?

    quante domande, chiedo scusa, ma tant’è… sto scrivendoti “di getto” (o forse d’ingoio e rigetto) e sono consapevole che, tragicamente, non ci è più possibile nemmeno comunicare: le cose dette “salgono sulle nuvole” lasciandoci in testa “scorie mentali”, parole e versi “ossessionati” da far frusciare/risuonare come maracas dentro la scatola cranica.

    (nel disinteressato consumismo generale).

    in sostanza, per dirlo in quattro parole, tra i versi di Maurizio prende corpo una vera e propria *fenomenologia della sensibilità sventrata*: la sostanza è una vertigine oggettiva, il dolore è consapevolezza (e vice versa), la ricomposizione è fatica fine a se stessa, e – dulcis in fundo – la tenerezza ostinata d’un gesto d’affetto, gli *abbracci*, diventa archetipo dell’impossibile (gli abeti non si abbracciano, per il semplice fatti che non potranno mai coprire neanche i pochi passi che li separano, per gettarsi uno nelle braccia dell’altro).

    *oscillano* (se il vento è abbastanza forte), *agiti*. non dispongono né della capacità né della forza per. (punto).

    siamo in balia del vento, che spesso non è *amico*, anzi, è forte e contrario, tanto da “impedire” la “destinazione”, e dunque le *parole* escono come saliva controvento (i.e., sputi che ci tornano in faccia). eppure. eppure… in sogno” (…) “poi sei in montagna / e oscilli con gli abeti”.

    “sogno” che potrebbe anche non essere una fuga, bensì il non-luogo della verità rimossa, col vento a diventare corrente inconsulta del caos che permea la realtà e che ci intasa i pensieri, soffocandoci col suo linguaggio pieno di vuoto fino a morirci in bocca le parole.

    brrr… non mi comunica salvezza, la “montagna” in chiusa: è verticalità, salita/ascesa, dunque fatica, che sfuma nel silenzio dell’ondeggiamento ondivago. una *teofania* che più beffarda non si può e che grida a gran voce sei ancora solo anche se nel bosco di abeti ti sei convinto del contrario: cerchi abbracci, ma trovi la distanza incolmabile di piedi radicati al suolo…

    ri-brrr… la pelle d’oca corre in lungo e in largo sul corpo del nano.

    però. però io… forse non sono ancora pronto per la tua saggezza (un richiamo al “cedimento attivo”?): so che non si vince contro il caos, preordinato o meno – e, non bastasse, il tempo tutto è, tranne che galantuomo – ma non mi rassegno, non riesco a lasciarmi cullare da quell’oscillare. mi viene da pensare a un dondolare (autistico), al mero surrogato soggettivo di un abbraccio, che non spezza la catena (come dire, metadone in vece di eroina).

    insomma, m’hai colpito ed affondato (*emozionato* è la parola giusta), al punto che non posso non partecipare (o meglio, compartecipare), come ossequio, o forse come abbraccio, rimescolando insieme un Sassacaia di parole, a notte fonda, in un’osteria di Bolgheri.  

    in veglia, la biforcazione / è fine del disc’orso / che lascia la caverna / di Platone e passa tra gli abeti / ai fatti, addenta rocce nude / e poi di fronte al mare / rimastica parole in riva / sputando selci di saliva

    un nano-abbraccio di quore, che non allevierà di certo il peso lordo del mare, ma forse aiuta a resistere, almeno ancora per un po’.

    e super-complimenti per quest’incredibile poesia (eh, anche se magari mi dirai che è roba vecchia, scritta quarant’anni fa, durante le vacanze della terza media)

    : )))

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