Cosimo Rodia: Io sono gli altri

Proponiamo le prima quattro parti del poemetto “La sconfitta dei sogni”, racconto di un giovane rivoluzionario che, ammaliato dalla lotta armata, muore in uno scontro con la polizia 


La sconfitta dei sogni


I
Cresceva Pazio tra le cure materne
nel paese del sud, dove le case sanno
di bianco e la calce rimanda i fendenti
del sole. La casa era una culla ristretta,
ognuno ritagliava il suo spazio.
Tra stracci profumati si progettava
il futuro. Pazio con garbo incline
aiutava: bisognava
detergere la cotta, strizzare i panni
e Pazio tendeva la mano a dividere
le pene. Arrivava la minestra della sera
dopo l'attesa del nerbo
più forte dai campi.
La lampadina illuminava
la tiepida cucina.
La fiamma del camino
animava sagome mute.
Cena e pranzo per tutti.
Austero la tempra forte
parlava coi gesti e Pazio
era uno scolaro diligente.
Viveva per la grazia degli altri
con il mondo che attendeva
rimandi.
A convito concluso
raccoglieva i suoi sogni
con il padre nel cuore dagli occhi
decisi e dalla pietà nello sguardo.
Sognava Pazio il rettilineo del tempo
nascosto dietro finti circoli,
testimonianza il padre
dalle mani robuste e dal viso combusto
che ammoniva grave
e non perdeva tempo.
Il contadino accetta il calvario
se pensa al riscatto del figlio.
Pazio cresceva col peso dei sogni.
La vita era l'attesa
per una speranza che si sarebbe inverata.


II
Gentile il volto rideva la strada, il vicinato;
lo abbracciava il cafone per la parola scritta.
Era preciso, Pazio.
Molti avevano affetto filiale.
Lodava il maestro il compito svolto
e la mente inanellava fantasie
e trovare la chiave di volta.
Anche il Don disegnava
sugli specchi e aspettava grandi risposte.
Pazio che conosceva la tragedia
avrebbe saputo
schizzare vie risolutive.


III
Gli ardori velavano i giorni,
i traguardi superati
soddisfacevano aspettative di lune piene.
Ma qual era il sogno?
Era l'incanto per un mondo
di eguali e dalle distanze accorciate.
Il sogno della fame esaudita
o dell’abbraccio sperato.
Nel sogno le strade fiorite e fragranti
erano passaggio in discesa.


IV
Tornato dai campi con annichilite le gambe
il padre non uno sguardo poggiava
ma solo un gesto accennato
per affermare una presenza.
Sguardo timone per tutto.
Caricava il camino
si alzava la fiamma
e adagiato, mieteva il riposo.
Aspettando un suo cenno
Pazio gli sedeva accanto
e elencavano adempiuti tabelline,
conticini, le terre lontane della Speranza
dai confini abbattuti.
Cresceva l'orgoglio nel giovane
per gli assensi mimati.
Il pranzo-cena era, infine, una muta
preghiera, con i tanti pensieri
lasciati non detti
ad incatenarsi coi sapori
del cibo a mezz'aria.
Così trascorrevano le sere
ognuno a rincorrere
i sogni nell’attesa.
Il buon uomo impotente
assente-presente dipingeva progetti futuri
per Pazio. È questo il contadino:
crescere nei traguardi dell’altro da sé.



La poesia ‘sociale’ di Cosimo Rodia

di Daniele Giancane[1]

Conosciamo assai bene – ormai – la pluriforme attività di Cosimo Rodia, che è difficile racchiudere in un genere letterario né in una disciplina specifica: l’Autore è studioso fra i più brillanti della letteratura per l’infanzia e redattore della rivista ‘Pagine Giovani’. È scrittore per ragazzi di racconti e romanzi; è critico letterario di fine analisi ermeneutica; è ricercatore ‘demologico’, ovvero di recupero di fiabe ed altri materiali della cultura popolare del tarantino; è un brillante conferenziere. Ed è poeta. Non sappiamo quale di questi itinerari lo intrighi di più, né possiamo affermare con certezza in quale la sua ricerca raggiunga vertici più elevati, ma certo – restando alla poesia – si può sostenere che sia tra le voci più interessanti della terra di Taranto e non solo, perché abbiamo a che fare con una poesia che è colta e popolare al tempo stesso. Avverti dietro le poesie – ed anche nel presente lavoro – il substrato di letture e di studi sullo sfondo, ma al tempo stesso il linguaggio resta immediato, comprensibile.

Ora, è vero che la ‘musa’ di Cosimo Rodia è stata quasi sempre rivolta verso un ‘tu’ (che sia il lettore o altri), sfuggendo al solipsismo, ad un eccesso di introspezione, ma in Io sono gli altri – di felice ispirazione rimbaudiana – questo ‘tu’ si slarga sino a divenire protagonista ed a mettere quasi l’Io in secondo piano. L’Io qui è come una voce fuori campo, che narra le tragedie e le ingiustizie del mondo, sia nei testi singoli che nei poemetti. Emergono personaggi, accadimenti, luoghi, dove si consuma la sofferenza umana. E la voce è quasi un ‘grido’ contro il male del mondo, che spesso noi umani infliggiamo ad altri umani.

È un libro sul dolore del mondo. Un libro di voci spezzate, a cui il poeta guarda sempre con empatia, direi con affetto fraterno. Non c’è una facile soluzione a tutto questo, se non – forse – un nuovo Rinascimento, un mondo alternativo dove riconoscerci come facenti parte dell’unica razza umana. È una svolta chiara, nell’evoluzione poetica di Cosimo Rodia, in cui questi temi c’erano, ma restavano secondari. È l’assunzione di un impegno direi ‘politico’ nel senso più ampio del termine. Rodia diviene – come si diceva un tempo – un ‘intellettuale impegnato’. E noi lettori ascoltiamo con lui queste ‘voci spezzate’, queste vite tranciate, queste enormi sofferenze che giungono dal mondo, anche da quello più prossimo a noi. Questo libro – così unitario – è in sé una sorta di breviario da leggere e rileggere e per meditare sul ruolo del poeta in questi anni così difficili.


[1] Università di Bari.

Cosimo Rodia è studioso e cultore di Letteratura Giovanile; s’interessa contestualmente della poesia e del romanzo del Novecento. Ha all’attivo diverse dozzine di pubblicazioni tra saggi, articoli scientifici, racconti e silloge poetiche. Tra le opere più recenti ricordiamo: Il sommerso letterario (2004); La Commedia di Dante – La poesia si racconta (2007); Fiabe dell’alto Salento (2008); I Promessi Sposi, a cura di (2008); La narrazione formativa – Dai classici ai nuovi indirizzi di scrittura (2010); Scrivere fantasticando (2011); L’evoluzione del meraviglioso – Dal mito alla fiaba moderna (2012); La poesia per l’infanzia in Italia – Dal Novecento ad oggi (2013); Fiabe e leggende di Terra d’Otranto (2014); Sulla lettura – Tra gioco e impegno personale (2015); Non ci posso credere – Racconti e misteri dell’Altrove  (2015); Dissolvenze – Antologia poetica (2015), Tramonti (2017); Canzoniere (2018), Ti racconto il Sud – Fatti, fiabe e leggende della tradizione orale (2018), Racconti di vita e di avventura (2020); Epigrammi (2020), L’eros in gabbia (2021); EsserCi (2022); Sulla poesia (2022), I volti proibiti di Sofia (2022); Haiku (2023); Haiku-ra (2023); Per il falò (2023); Io sono gli altri (2023); Penombre (2023); Il Sud tra volti e paesaggi, a cura di (2024); Sparse – Undici poesie inedite (2024); L’ordito del tempo – Trent’anni di poesia di Cosimo Rodia 1994-2024) (2025. È in stampa: Un conflitto infinito – Racconto della Palestina arabo-israeliana.

È redattore della rivista scientifica “PAGINE GIOVANI” e della rivista letteraria “LA VALLISA”. Ha fondato e dirige il portale di letteratura: INTERZONA NEWS.


2 risposte a "Cosimo Rodia: Io sono gli altri"

  1. per Cosimo Rodia.

    —————-

    con un gelato di corvi in mano

                                                                a  vittorio, a  carmelo  e a me stesso          

                                    

     regressione salentina

    Con un gelato  di corvi in mano  

    torchiavo con le dita il grumo dolciastro di un mosto,

    sul capo mi ronzava una corona di gerani spennacchiati.

    Crollavano lacrime di cartapesta dai balconi-cipolle,

    giù, come vischiosi incensi.

    Squamata da luci antelucane l’ombra asfittica

    piombata come una bara, scantonava

    per la città falsa e cortese su  un carro funebre.

    Nella calura la nera lingua colava gelida pece!

    Schioccavano i nastri viola un grecoro di squillanti:  EHI! EHI!  

    come un applauso spagnolo!

    Ma dai padiglioni tracimava il tuo pus epatico, bavoso…                                                

    risonava un  verde rossastro strisciante di ramarro,

    le bende, come banderuole scosse dal favonio, tra quei letti infetti…

    e brillava… l’afa!                                                  

    Scampanava al capezzale delle mie Legioni  

    quel  verbo cristiano e scellerato che in esilio,

    invano, affossò – il Canto!

    Ma noi brindavamo –  io, tu e l’attore – con un  nero primitivo,

    i calici svuotati come dopo ogni risurrezione,

    perché la morte fosse onorata dal suo delirio!

                                                                                                                   antonio sagredo

    Vermicino,   11 marzo – 4 aprile  2008

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  2. notevole scrittura, pregna di *umanesimo* agreste.

    il bianco “apre le danze” nonché le pagine in cui si *stamperà* il *carattere* di Pazio, una sorta di materia primordiale (che illumina e acceca secondo un meccanismo di azione e reazione) o, anche, un grembo luminoso che m’ha richiamato l’un garetto di Pazio/Achille (dove dallo Stige discendono – inevitabilmente – sia l’invulnerabilità generale sia la vulnerabilità specifica del tallone).

    non so se sono riuscito a spiegarmi, onde per cui lascio parlare l’Ungaretto: “la mia poesia è una luce che nasce della natura… è un destino che ha il mistero autentico delle cose naturali: sono nato al limite del deserto e il miraggio del deserto è lo stimolo da cui origina la mia poesia, è il riflesso delle parole scritto nella calce e nella polvere”.

    polvere che *siamo* (in controluce) e che torniamo ad essere…

    : )

    ma concentriamoci su Pazio: ogni suo atto (lo “strizzare i panni”, l’ “attendere il nerbo”…) assume le sembianze d’un cerimoniale religioso-profano, è l’iniziazione al senso della vita nuda (piranndellata amorevolmente sul groppone). fortissimo il senso di con/divisione nella “culla ristretta” di quella casa in cui “ognuno ritaglia il suo spazio” e spartisce “le pene” come fossero particole di pane quotidiano (una comunione obbligata, sì, ma organica, dove l’individuo esiste solo in relazione). ergo, nessun padre nostro che sei nei cieli (per tornare al falso dualismo religioso/profano di cui sopra), ma fortissima e centrale è presenza del padre mio, che sei testimonianza di carne vivente. un vissuto personale, certo, ma riconiugato in senso generale: “mani robuste”, “sguardo timone”, “annichilite le gambe” al ritorno dai campi e “viso combusto” (a margine d’un linguaggio pregno di immediatezza/sincerità gestuale) sono gesti che *parlano*, come pure il silenzio è gravido di una comunicazione che è presente anche nella sua *assenza apparente* (bello ed elegante, in proposito, il rimando tra “assensi” ed “assente”).

    si tratta, in ultima analisi, d’un linguaggio *puro* parlato dal corpo e dai rituali della tradizione: un universo pre-verbale fatto di pensieri a mezz’aria (“incatenati coi sapori / del cibo”) dove il non-detto e il linguaggio corporeo *sono* il ver(b)o dialogo, la “muta preghiera” di una realtà contadina che sa esprimersi attraverso il fare (mangiare, caricare, guardare, abbracciare) più che attraverso l’essere qualcosa (concetto verace nonché pasoliniano).

    una realtà schietta, dunque, totalmente “fatta a mano” e declinata secondo un tempo *ciclico*, biologico, legato alla fatica del corpo e alla sua umile ricompensa (“la minestra”). una realtà che inculca in Pazio un senso etico assoluto e una sensibilità acutissima: il valore nasce dal lavoro (Costituzione docet), la parola deve essere “precisa” (come nei compiti e nell’uomo retto), e il *sogno* si realizza né più né meno come si costruisce un muro, mattone su mattone, con pazienza (“l’attesa”)…

    significante, poi, m’appare il “calvario” accettato come legge/richiamo ancestrale dal padre per il “riscatto del figlio”. un calvario che in realtà – beffarda amarezza – invece di riscattare Pazio finirà per ri_capitolarsi dalla genetica del padre al DNA del figlio (almeno in base a quanto esplicitato dal fatto che l’inevitabile lotta *contro il sistema* di Pazio ne causerà la morte).

    ohi, nel mio lucido (?) delirio, vedo Pazio e il padre a colazione: tavola arte povera in legno vivo, su cui poggia a mo’ di cavallo di Troia una confezione di Pavesini, da cui Pazio estrae uno strano gadget/sorpresa/omaggio a forma di luna e i falò.

    : )

    ebbenesì, dal sacrificio nasce il fuoco della rivolta (e della distruzione)…

    : ((

    e veniamo al *nucleo tragico* del tutto: “La vita era l’attesa / per una speranza che si sarebbe inverata”… mmmm, *inverata*, suona più filosofico d’avverata, quasi a rimarcare un dare *sostanza* di verità, ovvero al materializzarsi di un concetto astratto (i.e. una contraddizione in termini)… sì sì, proprio così… e infatti il *sogno* di Pazio (“un mondo di eguali”, “la fame esaudita”) assume il profilo  mitologico d’un *infinito* leopardiano descritto con una purezza circaevangelica da terra promessa (“strade fiorite e fragranti / erano passaggio in discesa”) da scoprire oltre l’orizzonte della vita contadina.

    invece, oltre la siepe, Pazio trova l’orrido del precipizio.

    nel quale Pazio *precipita*, anche perché gravato proprio da quella *fisicità* materiale che fin quando può inventa una sua metafisica (“il peso dei sogni”), ma alla resa dei conti piomba pesantemente a terra, tipo il “cavallo stramazzato” di Montale sotto il peso del sogno/zavorra (la legge della gravitazione è impietosa e universale).

    in tal senso, Pazio rievoca eroi della tragedia greca: coscienza forgiata di purezza assoluta, votata a un ideale di redenzione che è, in sostanza (comesidicevaprima), il suo tallone d’Achille. il vulnus tragico nasce proprio da qui: l’integrità in un microcosmo organico inciampa e cade nel *vuoto* del mondo “oltre la siepe” che di quell’integrità è l’antitesi concreta: serialità, alienazione, individualismo, schiavitù, ingiustizia, consumismo, vuoto valoriale…

    chi cresce in una metropoli può anche scovare (seppure a fatica) il silenzio, ma difficilmente può renderlo attivo, carico di significati come un verbo. il padre di Pazio *parla* solo la lingua del *silenzio* di cui Pazio è il *traduttore* (anche nel senso di tradurre in azione): è il ponte tra i due codici, perché Pazio conoscela parola scritta”.

    esattamente! un po’ come l’autore stesso, Pazio conosce entrambe le lingue, e per questo ne racconta la tragica inconciliabilità (en passant, il nanoforisma n° 1 recita beffardamente “l’incomunicabilità muove il mondo”)

    insomma, Pazio è un pazzio!!! fosse cresciuto nella serialità metropolitana invece che nel mondo contadino “fatto a mano”, sarebbe ancora vivo: nelle “scuole di vita”, che educano i giovini virgulti nel mondomercato del capitale liberista, il suo sogno di un “mondo di eguali” sarebbe stato normalizzato/commercializzato (e reso innocuo sia per lui che per il sistema). l’anelito Pazio sarebbe *sublimato* in attivismo radical-chic… eh, sarebbe diventato un rivoluzionario di maniera a piede libero, un Bertinotti nel rumore di fondo dell’individualismo collettivo.

    anzi no, esempio ancora più calzante: un Poeta kitchen in vece d’un Papàsolini…

    : ))

    al contrario, Pazio è un pazzio idealista dall’umanità ipertrofica, un Raskolnikov dostoevskijoide con un cuore contadino a rimpiazzare il nichilismo tipico dell’intellettuale. mmm, ok, basta, sto sragionando. oppure no… chissà.

    bèn, allora meglio tornare a dissertare su quello che ho pensato mentre scorrevo i versi: la vita contadina di Pazio non è scenografia, ma *sostanza* tridimensionale, tangibile (nonché funzionale e simbolica). la narrazione è così vissuta che mi sorprenderebbe sapere che l’autore sia nato e cresciuto in città (tenderei ad escluderlo).

    ergo, ricamando una riflessione attorno a tale “contadinitudine,” non posso fare a meno di chiedermi (in qualità di contadinano) quanto essa sia pietra angolare nel formare/costruire *l’umanità* della scimmia nuda. eh, le “cose fatte a mano” rispetto alla “produzione in serie”…

    e in effetti, le neuroscienze ci dicono che “le cose fatte a mano”, nonché la fisicità del contatto umano, hanno un ruolo centrale nello sviluppo mentale e psicofisico della suddetta scimmia nuda (e che l’utilizzo costante di display, in vece di relazioni umane nel bambino e nell’adolescente, danneggia in modo significativo le capacità cognitive).

    in tal senso, la “contadinitudine” ha più di un punto di contatto con la poesia (entrambe sono educazioni alla fruttificazione della creatività in grado di affrancare l’uomo massificato dal conformismo).

    per contro, la Poesia (pregasi di non confondere poesia e Poesia) è tendenzialmente solipsistica e ben si coniuga con lo sterile onanismo allo specchio dei narcisisti seriali che sono i cittadini modello del mondomercato di cui sopra.

    tengo a rimarcare dunque (per l’ennesima volta) che la poesia minuscola (quella dell’essere umano e non del Poeta) è la sola in grado di comunicare emozioni/passioni/visioni soggettive *sul grande mondo che ci circonda* (più che sul piccolo mondo annidato nel nostro ombelico).

    : ))

    il poeta *compartecipa* e la poesia genera *coscienza* mediante la parola. la comunicazione è comunione con la realtà di altri esseri umani, id est, è il piede di porco dell’empatia e dell’umanesimo.

    “e questo è quanto” (punto). direbbe Vonnegut.

    : )

    ecco… e ciò che più ci manca è la lentezza, l’*avere il tempo*.  anche per pensare, o meglio, per allenare i pensieri, per leggere (un libro o un commento troppo lungo), per sedimentare invece di sedimentire a se stessi, correndo forsennatamente come Bianconigli a motore il cui unico carburante sono i bisogni indotti.

    solo così la Poesia dell’ “ho fretta / mi alieno” potrà virare in “indugio / mi alleno”.

    : ))

    perché non v’è dubbio che – Rodari docet – c’è un’importante valenza psicologica nella poesia, nel senso che ci allena (o dovrebbe allenarci) a compiere l’equilibrismo tipico degli animali sociali: scrutarsi dentro per tendere verso l’altro.

    e l’incanto del canto è tanto bellezza quanto orrore (come ci insegna la trasfigurazione poetica di Pazio), così come l’incontro con tale incanto non deve mai… confinarci in un canto, per quanto esso sia grande (tipo un cantone)…

    apri/amo dunque il cuore dei nostri cervelli alla condivisione, anzi no, alla conmoltiplicazione dei nostri pensieri: è l’unico rime/dio quasi divino all’abbrutimento della parola in sms e del pensiero in tweet.

    oddio, riletto il commento fin qui, mi son fatto ridere (un nano santino, perché il nano, un santone non può esserlo per definizione).

    : ))))

    epperò, davvero, solo partendo da quanto scritto sopra possiamo recuperare quel minimo di coscienza sociale che l’individualismo egoavvitato del Poeta liberista continua a distruggere. ma Cosimo Rodia, l’autore di Pazio lo sa (lo sa benissimo, direi, visto che nel video mostra la sua raccolta intitolata “io sono gli altri”).

    aggiungo solo, mestamente, che basta guardarsi intorno e ci accorgiamo che, anche se non dovrebbero, posso esserci eccome “faziosità” non solo “davanti alla morte di un bambino”, ma anche di fronte alla morte di decine e decine di migliaia di bambini, come avvenuto e come continua ad avvenire a Gaza. ciò non toglie che dobbiamo continuare ad avere fiducia negli esseri umani, ma che la realtà degli ultimi decenni ci fornisce sempre nuove prove sperimentali in senso contrario.

    e chiudo: se è vero, com’è vero, che l’uomo è un animale politico, allora la politica siamo noi (quindi l’antipolitica nega l’essere umano e forse nega pure l’essere umani). torniamo alla politica, a una politica che sia economica e che nel contempo parli non per corporazioni ma “per incorporazione”, ovvero che assorba e faccia sua la poesia della comunità e della conmoltiplicazione.

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