
Il re è pazzo
La follia del potere come linguaggio della verità
C’è una scena che attraversa la storia del teatro e della letteratura occidentale come una ferita che non smette di sanguinare: il re che perde il senno. Non la perdita ordinaria del potere, la sconfitta militare, il tradimento di corte, la morte naturale, ma qualcosa di più destabilizzante e più vero: la mente che cede, le categorie che si sfaldano, la lingua che smette di obbedire alla ragione di stato. Da Lear che urla nella tempesta alla figura del monarca demente che percorre, con variazioni, tutta la tradizione europea, questa scena ci affascina e ci inquieta con una persistenza che non può essere casuale. Vale la pena chiedersi perché. La risposta più immediata, che spesso è che la follia del potente ci rassicura, che vederlo crollare soddisfa qualche arcaico senso di giustizia, è vera, ma insufficiente. Riduce una complessità simbolica a un semplice piacere catartico. La verità è più sottile e più inquietante: il re folle non ci soddisfa perché cade, ma perché, cadendo, dice. Dice ciò che il re sano non può dire, ciò che la corte non vuole sentire, ciò che il potere nella sua integrità formale deve sistematicamente tacere. La follia regia non è la fine del linguaggio: è il suo rovesciamento radicale, la sua liberazione dai vincoli del ruolo. Shakespeare lo sapeva con la precisione di chi ha guardato a lungo il potere da vicino e da lontano insieme. In Re Lear, la follia non arriva come catastrofe improvvisa ma come processo lento, straziante, necessario. Lear impazzisce perché il mondo che ha costruito era fondato su una menzogna strutturale: che il potere potesse sopravvivere alla sua stessa cessione, che l’amore delle figlie fosse misurabile in parole, che il re esistesse indipendentemente dal regno. Quando quella costruzione crolla, ciò che emerge non è il vuoto ma qualcosa di più scomodo: la realtà nuda. “Nessuno mi può accusare di adulazione,” dice Lear nel delirio. È una frase che nessun re in possesso del suo senno potrebbe pronunciare, perché il potere integro vive di adulazione, se ne nutre, non può riconoscerla senza dissolversi. Accanto al re folle, la tradizione colloca quasi sempre il fool, il giullare, il matto di corte, l’unico che può dire impunemente la verità perché nessuno lo prende sul serio. Non è una coincidenza drammaturgica: è una mappa del potere. Il fool e il re impazzito occupano la stessa posizione simbolica: entrambi sono fuori dal cerchio della razionalità istituzionale, entrambi parlano da un luogo che il potere non può colonizzare perché non lo riconosce come minaccioso. Il fool lo fa per privilegio paradossale del suo ruolo; il re lo fa per la perdita del suo. Il risultato è lo stesso: la verità prende voce. Da un’angolatura diversa, questa dinamica risuona con ciò che Franco Basaglia ha mostrato, nei decenni della sua pratica, a proposito della follia come linguaggio. Non la follia come assenza di senso, ma come eccesso di senso — come un dire troppo, un vedere troppo, un modo di stare nella realtà che la realtà normata non riesce a contenere. Il folle, nel suo delirio, non mente: elabora, distorce, amplifica, ma parte sempre da qualcosa di reale che il discorso ordinario ha rimosso. La sua parola è scomoda non perché sia falsa, ma perché tocca ciò che il patto sociale ha deciso di non nominare. In questo senso, il re che impazzisce è il personaggio che porta all’estremo una condizione che la follia in generale esemplifica: dire l’indicibile della propria condizione, del proprio mondo, del proprio potere. C’è però una differenza fondamentale tra il folle ordinario e il re che impazzisce. Il primo è emarginato prima ancora di parlare: la sua parola viene intercettata e neutralizzata dal dispositivo istituzionale che lo definisce pazzo, e quindi inaffidabile, e quindi inascoltabile. Il secondo porta con sé, nel momento della caduta, tutto il peso simbolico della sua funzione: la corona, la storia, il potere che è stato. La sua follia non può essere immediatamente neutralizzata perché è già stata potere; la sua parola non può essere semplicemente scartata perché viene da chi ha fatto le regole del gioco. Il re pazzo parla, e qualcuno è costretto ad ascoltare, almeno per un momento, almeno con lo stupore di chi non sa ancora come gestire ciò che sente. Questo è forse il nucleo più perturbante della figura: non che il potere crolli, ma che nel crollare produca conoscenza. La follia regia funziona come un negativo fotografico del potere stesso, rivela, per inversione e contrasto, la struttura di ciò che era. Il delirante Lear che cammina nella tempesta ci mostra, con più precisione di qualsiasi analisi politica, la natura del contratto che aveva spezzato, l’illusione su cui era fondato il suo regno, la violenza che aveva esercitato e subito. Non è una lezione, è qualcosa di più crudo e immediato: è la cosa stessa, senza le mediazioni che il potere costruisce per renderla tollerabile. E qui la letteratura incontra la storia, inevitabilmente. Non è difficile pensare, leggendo queste figure, ai volti contemporanei del potere che vacilla — le parole sconnesse di chi ha governato a lungo e perde la presa sulla realtà, la retorica che si mangia se stessa, il linguaggio del comando che diventa parodia involontaria di se stesso. Non si tratta di diagnosticare da lontano, esercizio sempre improprio e intellettualmente disonesto. Si tratta di riconoscere che la tradizione letteraria ha elaborato, con la forza propria dell’immaginazione simbolica, qualcosa che l’analisi politica fatica a nominare: che il potere porta in sé, strutturalmente, i germi della propria deformazione, e che quei germi emergono a volte nella forma della perdita del senno, non come incidente, ma come rivelazione. La domanda che rimane, alla fine, non è se il re sia davvero pazzo. Questa è una questione clinica e biografica, legittima in altri contesti. La domanda che la letteratura ci consegna è un’altra: cosa stiamo disposti ad ascoltare, di ciò che la follia del potere rivela? Il fool di Lear sparisce a metà opera, improvvisamente, senza spiegazione. La critica ha discusso a lungo di questo abbandono. Una spiegazione, tra le possibili, è che quando il re ha raggiunto la piena follia — quando il rivelatore è diventato egli stesso la rivelazione — il fool non serve più. La verità è già in scena. Il problema è che quasi nessuno, sulla scena come nella storia, sa cosa farsene.
Cipriano Gentilino
Ottimo!!! Ma nessuno riesce a eliminarlo, anche dopo vari tentativi? — Mille auguri!
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parto dal soprastante commento di antoniospagnuolo.
da quando, in democrazia. si auspica che per aver ragione d’un avversario politico (legittimato da un mandato elettorale) la soluzione sia la sua eliminazione fisica? davvero inqualificabile e non aggiungo altro perché commenti di tal fatta non meritano di più.
molto stimolante invece il post di Cipriano Gentilino, che tocca e sviluppa temi “scottanti” in modo intelligente e trasversale, utilizzando come peculiari fondamenta le tragedie shakespeariane.
muovendo da tale premessa, possiamo dunque chiederci: l’etichettare un pensiero come “follia” o una persona come “folle” è *anche* un atto di rimozione in senso pseudo-psicanalitico?
in altre parole, ingabbiare ciò che non ci piace entro un recinto circostanziale (è lui il problema), ovvero collocarlo “fuori dal cerchio della razionalità istituzionale” (il tutto è spiegabile/esorcizzabile come follia), è un classico riflesso di difesa psichico che ci aiuta a *sentirci meglio* scacciando ansia e sensi di colpa (per questo parlavo di meccanismo pseudo-psicanalitico).
ora, s’impone un passaggio ulteriore: quale è il rischio (o il vantaggio) di un ragionamento che si dispiega lungo le coordinate generali di cui sopra?
il rischio (per noi) è di non comprendere che Trump, o chi per lui, è un mero epifenomeno del sistema di potere economico in cui viviamo.
il vantaggio (per il sistema di potere economico in cui viviamo) è che noi non comprendiamo che Trump, o chi per lui, è un *mero epifenomeno* discendente dal sistema di potere economico in cui viviamo.
buffo no? mi spiego (ohi, non è un gioco di parole)…
quando alluciniamo che i mali del mondo dipendano dalla follia di un Trump o un Netanyahu (oppure, similmente, dalla follia di un Putin, di uno Zelensky, o, andando più a ritroso di un Bush, di un Begin, di un Saddam, di un Eltsin, di un Hitler e così via), teniamo bene a mente che *essi* sono mere comparse chiamate a recitare… *il* copione in cui il regista, gira che ti rigira, è sempre il grande capitale finanziario.
in effetti, al di là di investiture o giustificazioni più o meno fantasiose (olocausto, libertà, democrazia e diritti umani da asporto, sicurezza in saldo, missioni per conto di Dio, restaurazione della speranza) il burattinaio che tira le fila resta il modello economico capitalista, *ergo* ordoliberista e globalizzatore.
le comparse passano (o passeranno), ma il modello economico e culturale resta.
e non è neanche il caso di parlare di “neo-imperialismo”, perché siamo di fronte sempre al solito *ritrito* imperialismo portato avanti dal capitalismo liberista made in USA. un sistema economico che in sostanza poggia su una santissima trinità di colonne portanti:
(1) egoismo individualista
(2) competizione di tutti contro tutti
(3) benessere per tutti come automatica conseguenza del perseguire individualmente i propri interessi.
santissima trinità che è *per definizione* amorale, dato che sovrascrive e *cancella* ogni forma di valore (sia esso religioso, etico, umanistico o socioculturale) e che, come prevedibile, ben lungi dal realizzare il punto 3, genera invece sempre maggiore disuguaglianza sociale e conflitti su scala mondiale. a conferma, basta consultare un qualsiasi grafico sull’andamento negli ultimi sessant’anni della ripartizione delle ricchezze tra l’1% dei più ricchi (o il 10% dei più ricchi) e tutto il resto della popolazione.
in tale contesto (a)culturale capitalista e liberale (amorale e sociopatico per definizione), perché mai un rappresentante eletto dovrebbe fare qualcosa di diverso dai propri interessi e/o da quello che farebbe qualsiasi “bravo adepto” dell’impero?
sì, insomma, il problema magari non è la follia…
il problema è che le socialdemocrazie (e dunque la Costituzione) sono state soppiantate da liberaldemocrazie *idrauliche*, in cui il potere politico *coincide* con il potere economico e il consenso viene ottenuto *a forza* (in modo coatto) convogliando e incanalando l’opinione pubblica nella direzione auspicata dal potere (gatekeeping mediante media che richeggiano i meme di chi ne è proprietario, direttamente o indirettamente).
liberaldemocrazie *idrauliche* che di “democrazia” hanno ormai soltanto una densa patina cosmetica e che decennio dopo decennio hanno smantellato qualsiasi residuo di valore etico/morale.
eh… su cosa costruiamo una solida visione del mondo alternativa se non condividiamo più nessun valore etico/morale essendo stati tutti polverizzati negli ultimi decenni ? (tranne, ovviamente i diritti *cosmetici*, quelli relativi *alla persona* che non disturbano i *manovratori*, anzi, vengono da *essi* e dai loro media sponsorizzati…) – chiusa parentesi – su cosa costruiamo una solida visione del mondo alternativa, se l’individualismo *fuuuurbo* (“penso al mio tornaconto”) è diventato la stella polare della stragrande maggioranza della popolazione?
vediamo… però forse… magari un **speranza** ancora c’è.
sììììììì! eccola! è l’intelligenza artificiale! l’AI che tutto sa e che, come cantano i media a reti unificate (recitando il solito frame della *grande opportunità*) “risolverà tutti i problemi e sarà gioia, pace e prosperità su tutta la terra.”
allora provo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! digito: “io penso al mio tornaconto… va bene?”
in un nanosecondo, l’AI risponde:
“Fa’ pure. Essere pragmatici e pensare al proprio interesse è una scelta comprensibile, specialmente quando si tratta di fare valutazioni pratiche, proteggere le proprie finanze o il proprio tempo. [1]
L’espressione “tornaconto” ha radici antiche (da tornare a conto, cioè “tornare utile”) e oggi viene spesso usata come sinonimo di vantaggio personale o profitto.
Come posso esserti utile oggi? Che si tratti di un calcolo, di una decisione da prendere o di un’analisi, cerchiamo il tuo tornaconto.”
evviva!!
“vantaggio personale o profitto”, sì, sì, sì!! sono sulla strada giusta! ghhh… è proprio vero allora… mi preoccupavo per nulla! sono salvo! basta disfattismo e pessimismo! *cerchiamo il tuo tornaconto*… sono salvo, sono in una botte di ferro!
di ferro e chiodata… come quella di Marco Attilio Regolo.
aaaargh… sono un *oglione.
stavo per bermi pure questo frame mentre il capitalismo finanziario (globalista e ordoliberista), è sempre saldamente in sella e il suo nuovo cavallo di battaglia… è proprio l’AI.
pare fin troppo lapalissiano, eppure tocco con mano ogni giorno come sia un dato di fatto *difficilissimo* da far comprendere. en passant, voglio rimarcarlo anche qui: l’AI ha dei proprietari (che non siamo noi, bensì il grande capitale finanziario) e un sistema di selezione e di controllo delle fonti (che non dipende da noi, bensì dal grande capitale finanziario).
ergo, se i proprietari sono quegli stessi grandi capitali finanziari che lussureggiano grazie alle artate storture del sistema economico corrente (il capitalismo finanziario, globalista e ordoliberista di cui sopra), l’AI non potrà che essere usata per mantenere e/o aumentare la distribuzione asimmetrica della ricchezza e del reddito che è il nucleo polposo del problema.
altro che *risolverlo*! l’AI perpetua e amplifica *il* problema. basti pensare che in ogni settore in cui l’AI entra in azione sempre più estesamente, i costi di produzione calano (sostituzione del lavoro umano con AI), maaaaaa in parallelo NON calano certo i prezzi!!
e questo *perché* l’obiettivo di un sistema capitalista non è *mai* fornire servizi o beni a un costo minore, bensì aumentare *i profitti*.
logico, lineare e *funzionale*.
e mentre accumulano fortune immense, i *pAIdroni* del mondo (che è un sistema chiuso) inevitabilmente sottraggono risorse economiche e energetiche al 99% del resto della popolazione. il problema è dunque proprio l’intero sistema economico-finanziario capitalista e liberista che è strutturato per produrre: un continuo aumento del costo complessivo della vita e della precarietà finanziaria con annesso impoverimento di oltre l’80% della popolazione (e annessa scomparsa della classe media, ormai ridotta a un 10-15% della popolazione totale), mentre l’1% dei più ricchi si accaparra la metà di tutta la ricchezza disponibile.
ergo, ricollegandomi a quanto scritto poco fa, non posso che domandare: su cosa costruiamo una solida visione del mondo alternativa se continuiamo a non capire un *azzo di economia e, con la testa bloccata sotto la ghigliottina, continuiamo a confidare speranzosi nel boia (travestito, all’occasione, da Mari, Monti, Grilli o Draghi)?
ed ecco allora sorgere spontanea a ruota l’inevitabile chiosa… ma come fa a stare in piedi un modello economico così disfunzionale e svantaggioso per il 90% della popolazione?!?!?
la risposta è molto facile: *ordoliberismo*.
(1) si privatizzano i profitti e si socializzano le perdite (vedi crisi bancarie)
(2) si ricorre ciclicamente all’economia di guerra per “ossigenare” la crescita asfittica e/o insostenibile (https://www.marx21.it/internazionale/il-legame-inscindibile-del-capitalismo-con-la-guerra/ )
(3) si educano i balilla a diventare cittadini modello dello stato globale del grande capitale (individualisti, narcisisti, schiavizzati dal consumo coatto, distratti e privi di un sistema di valori condiviso, nonché immersi in un rumore di fondo generato dai social che parcellizza la realtà soggettiva togliendo vigore a quella che una volta di chiamava “l’opinione pubblica”)
ne consegue l’enorme problema che lo Stato, da tempo non è più Stato sociale.
e non è più neanche Stato minimo.
il capitalismo liberista non si accontenta di rendere impotente lo Stato: lo Stato deve essere *sfruttato* ingabbiandolo in strutture sovranazionali ordoliberiste (di cui l’UE è il massimo esempio) e *costretto* ad agire in base ai desiderata dei grandi capitali finanziari internazionali (pareggio di bilancio in Costituzione e via andare).
ma dico, se l’obiettivo della nostra banca centrale (la BCE per i meno attenti) è prioritariamente la stabilità della moneta, CHI STA TUTELANDO? i lavoratori o i detentori di capitali (le “oligarchie finanziarie” per i meno attenti). ma dico, non stona leggermente questa *mission* con quella prevista dalla nostra Costituzione, secondo cui l’operato della banca centrale deve essere mirato a conseguire la piena occupazione, nonché al sostegno dell’industria pubblica via ricerca e sviluppo??????
“la verità è già in scena”, ma noi *vediamo* Trump.
il tutto è aggravato dal fatto che abbiamo sostituito come pilastro fondante del nostro patto sociale il lavoro (Costituzione docet) con il mercato e con un’idea di efficienza che discende dal concetto di economie di scala: le élite europee immaginano per l’Europa Unita un ruolo da (nano)gigante che *di per sé* implica un ragionare non certo in termini di società civile bensì in termini *monopolistici* (vedasi il costante “lavoro di lobbying” in cui s’impegna la Commissione Europea). mercantilismo ed economia export-led, guerre di civiltà e colonialismo per il controllo delle risorse, imposizione globale e universalistica di modelli di vita consu/mistici e ordoliberisti… ecco il *motore immobile* di un sistema economico in cui guerre e crisi cicliche che *sono parte integrante e strutturale* del sistema stesso.
siamo talmente assuefatti alla retorica della narrazione dominante da aver completamente rimosso gli insegnamenti che ci giungono dalla storia del capitalismo e delle guerre mondiali (vissuti dai padri costituenti e fissati nella Carta Costituzionale). non siamo neppure più capaci di *immaginare* valori diversi dal profitto e dal suo relativismo assoluto consumista… quindi* NON li cerchiamo.
non siamo più capaci di pensare in modo autonomo e critico, e le nuove generazioni lo saranno sempre di meno (*non* avendo esperienza diretta in tal senso ed essendo tutta la pregressa conoscenza dell’umanità superata in quanto *vecchia* e *fuori moda*).
non bastasse, non essendo più capaci di pensare in modo autonomo e critico (siamo VUOTI quanto un poeta kitchen) ci uniformiamo ai mantra *progressisti*: il progresso diventa il bene assoluto per definizione, quindi andiamo avanti. un avanti sempre *ulteriore*, tipo un futuro arcobaleno immaginifico che s’allontana mentre ci avviciniamo e che pur essendo decantato come paradiso sulla terra, somiglia tantissimo all’inferno.
ok, e ora mi direte: ma almeno… uno spiraglio di speranza! vogliamo almeno un nuovo frame, da venerare fino al prossimo conflitto mondiale o alla prossima crisi globale (che sia essa grande depressione, grande recessione, crisi petrolifera o bolla speculativa…)!!!
beh, c’è il sempreverde *più qualcosa* della medicina amara.
l’UE ha distrutto l’economia del continente, deindustrializzato l’Europa e impoverito i popoli? è perché la dose della medicina amara è ancora insufficiente. ci vuole *più Europa!*
l’austerità e il taglio della spesa pubblica (che è la ricchezza del popolo, tengo a ricordarlo) hanno strangolato il PIL dei maggiori paesi europei e infine pure quello tedesco? è perché la dose della medicina amara è ancora insufficiente. ci vuole *più austerità!*
l’ordoliberismo ha redistribuito ingenti ricchezze dal basso in alto (l’opposto di quanto ci comanda la Costituzione)? è perché la dose della medicina amara è ancora insufficiente. ci vogliono *ancora meno vincoli per banche e capitali*
e infatti Repubblica ci fa sapere il 25 febbraio 2026 (in un articolo dove compaiono tutti i frame dalla *sfida* alla *grande opportunità* al *fate presto*) che la ricetta per uscire dalla crisi è esaudire i sogni dei “grandi banchieri europei” (sic), ovvero ancora meno regole e più libertà per il grande capitale.
e infatti lo slogan della tabella di marcia dell’UE per marzo 2026 era “Un’Europa, un mercato”
e infatti, giusto pochi giorni fa Draghi, ha invocato una “ulteriore liberalizzazione degli scambi”, e ancora “la risposta ideale sarebbe coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo”.
“più liberismo” e “più Europa”, dunque. olé.
cosa mai potrebbe andare storto (per noi) e funzionare egregiamente (per essi)?
mah… l’unica vera verità è che la classe dominante teme una sola cosa.
e pare che non sia né il Vangelo, né la bibbia, né il PD, né il climate change…
vi aiuto: comincia per so e finisce per ismo. e non è sofismo.
e neanche sonnambulismo.
ok, direi basta così (ho già abusato fin troppo di questo spazio). ma non sarei arrivato fin qui senza lo spunto prezioso e coraggioso di Cipriano Gentilino di cui va il mio più sincero abbraccio.
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