Charles Simic_ In biblioteca | di Abele Longo

In biblioteca
per Octavio

C’è un libro che s’intitola
Dizionario degli angeli.
Nessuno l’ha aperto da cinquant’anni,
lo so perché quando l'ho fatto io
la copertina scrocchiava, le pagine
si sbriciolavano. Lì ho scoperto

che un tempo gli angeli erano tanti
come le mosche.
Il cielo all’imbrunire
era folto di loro.
Dovevi agitare entrambe le braccia
per tenerli lontani.

Ora il sole risplende
dalle alte finestre.
La biblioteca è un luogo silenzioso.
Angeli e dèi sono rannicchiati
dentro libri oscuri e mai aperti.
Giace il grande segreto
in alcuni scaffali che ogni giorno
Miss Jones passa in rassegna.

È molto alta Miss Jones, perciò tiene
la testa china come se ascoltasse
quel che i libri stanno sussurrando.
Ma io non sento nulla.


(trad, Abele Longo, 2026)

da Charles Simic, Sixty Poems, 2007


Charles Simic, In the Library

for Octavio


There's a book called
A Dictionary of Angels.
No one has opened it in fifty years,
I know, because when I did,
The covers creaked, the pages
Crumbled. There I discovered

The angels were once as plentiful
As species of flies.
The sky at dusk
Used to be thick with them.
You had to wave both arms
Just to keep them away.

Now the sun is shining
Through the tall windows.
The library is a quiet place.
Angels and gods huddled
In dark unopened books.
The great secret lies
On some shelf Miss Jones
Passes every day on her rounds.

She's very tall, so she keeps
Her head tipped as if listening.
The books are whispering.
I hear nothing, but she does.

From Sixty Poems by Charles Simic, 2007

I libri sono mondi chiusi nel silenzio finché una mano non li apre. La biblioteca è luogo sacro, dove gli dèi e gli angeli hanno trovato rifugio nelle pagine. Un tempo gli angeli erano ovunque, ora sono nascosti nel buio dei libri. Resta la malinconia di un mondo in cui il mistero era visibile e abitava ogni cosa. La bibliotecaria, come una sacerdotessa, custodisce una facoltà che al semplice lettore è negata: sa ascoltare il silenzio, e sente ciò che i libri, pazienti, continuano a sussurrare.


Una risposta a "Charles Simic_ In biblioteca | di Abele Longo"

  1.                                 

    —————————————————————————-

    L’angelo l’ho scannato nel 1989 nella mia decima Legione, e non mi riferivo soltanto all’angelo di Rilke, ma a tuttti gli angeli cantati dai poeti. A. S.

    —————————————–

      X

                Iene non nate, Orfeo muore!

                E mi congedo dai dettagli e dagli elogi,

              dalle sinistre bontà, come un negarsi

              ai tragitti e ai banchetti. Sono consunto

              dagli arcani. In ceppi, ginestre e palpebre

              sotto tumuli di riti.

              Consacro la gioia! Celebro la grazia!

              Altari di stupori! Scabrosi miti, leggende!

              Vigilia, epifanie, attutite le cadute!

              Narciso, affossa gli specchi e scanna

              l’angelo!

              Respiro, io sono figlio della mia Parola!

              Come poco c’importa dove mai siamo, e come.

              Non più essere e avere, non più canto,

              sognare non più… noi vivi, siamo fatti di scongiuri

              e di presagi. Sulla soglia la  Nemesi…

              il sangue ritorna a scudisciate.

              Ignaro, trangugi spirali, da secoli, flagelli!

              Come (ti) sperona la vita: il gril-let-to sentilo!

              Senti come rumina il tamburo e il becchino!

              Padre, l’anello dal dito adunco t’ho sfilato, semivivo!

              Come la morte è chiusa al canto e al pane raffermo,

              e risacche di nerastre risa s’avvolgono, non in bende

              ma in nodi e cera, sputo di nero sperma, morbido

              sudore di denti. Come smania la bara che ho ingannato!

                Come il seme è mùtilo di spirali, di balsami!

              In gramaglie, nel pozzo, fuori!

              La mia risposta è: riti, riti! Mi ha sorpreso il Caso!

              Come sparviero la croce mi artiglia e una giostra

              di suoni mi governa. Ascolto gemiti e massacri,

              evangeli e cantici interdetti, surrogati di spine,

              e oltre gli argini, le misure e i limiti

              ti berrò a visioni, a fuochi, a ori,

              e nella tua mano sarò il volo,

              io, nella tua maschera… ròsa!  

                                                                                                  ANTONIO   SAGREDO

    Roma,  i trentuno  giorni di  ottobre 1989

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