
Poesia dei doni
a María Esther Vázquez
Nessuno riduca a lacrima o rimbrotto
questa dichiarazione della maestria
di Dio, che con magnifica ironia
mi diede insieme ai libri la notte.
Di questa città di libri fece padroni
occhi senza luce, che possono solo
leggere nelle biblioteche dei sogni
insensati capoversi che cedono
le albe al loro affanno. Il giorno invano
prodiga a loro i suoi libri infiniti,
ardui come gli ardui manoscritti
che perirono ad Alessandria.
Di fame e sete (narra una storia greca)
è morto un re tra fontane e giardini;
io percorro senza meta i confini
di un’abissale biblioteca cieca.
Enciclopedie, atlanti, l'Oriente,
l'Occidente, secoli, dinastie,
simboli, cosmi e cosmogonie
offrono i muri, ma inutilmente.
Lento nella mia ombra la penombra
vuota esploro con l'incerto bastone,
io, che mi figuravo il Paradiso
sotto la specie di una biblioteca.
Qualcosa, che di certo non si nomina
con la parola caso, governa queste cose;
un altro già ricevette, in altre sere
offuscate, i molti libri e l'ombra.
Vagando per le lente gallerie
sento talvolta, con vago e sacro orrore,
di essere l'altro, il morto, che avrà fatto
gli stessi passi negli stessi giorni.
Chi dei due scrive questa poesia
di un io plurale e di un'unica ombra?
Che importa la parola che mi nomina
se indiviso e uno è l'anatema?
Groussac o Borges, guardo questo caro
mondo mentre si deforma e si spegne
in una cenere pallida e vaga
che somiglia al sogno e all'oblio.
da Jorge Luis Borges, El hacedor, 1960.
[traduzione Abele Longo, 2026]
Poema de los dones
a María Esther Vázquez
Nadie rebaje a lágrima o reproche
esta declaración de la maestría
de Dios, que con magnífica ironía
me dio a la vez los libros y la noche.
De esta ciudad de libros hizo dueños
a unos ojos sin luz, que sólo pueden
leer en las bibliotecas de los sueños
los insensatos párrafos que ceden
las albas a su afán. En vano el día
les prodiga sus libros infinitos,
arduos como los arduos manuscritos
que perecieron en Alejandría.
De hambre y de sed (narra una historia griega)
muere un rey entre fuentes y jardines;
yo fatigo sin rumbo los confines
de esta alta y honda biblioteca ciega.
Enciclopedias, atlas, el Oriente
y el Occidente, siglos, dinastías,
símbolos, cosmos y cosmogonías
brindan los muros, pero inútilmente.
Lento en mi sombra, la penumbra hueca
exploro con el báculo indeciso,
yo, que me figuraba el Paraíso
bajo la especie de una biblioteca.
Algo, que ciertamente no se nombra
con la palabra azar, rige estas cosas;
otro ya recibió en otras borrosas
tardes los muchos libros y la sombra.
Al errar por las lentas galerías
suelo sentir con vago horror sagrado
que soy el otro, el muerto, que habrá dado
los mismos pasos en los mismos días.
¿Cuál de los dos escribe este poema
de un yo plural y de una sola sombra?
¿Qué importa la palabra que me nombra
si es indiviso y uno el anatema?
Groussac o Borges, miro este querido
mundo que se deforma y que se apaga
en una pálida ceniza vaga
que se parece al sueño y al olvido.
Jorge Luis Borges, El hacedor, 1960.
Il tema principale del Poema de los dones è la cecità dell’autore. Composto da dieci quartine di endecasillabi, con rime incrociate, il poema riflette anche un cambiamento nella scelta delle forme poetiche. Borges racconta infatti che la cecità lo portò ad abbandonare progressivamente il verso libero in favore della metrica classica, che, non potendo più affidarsi alla scrittura e alle bozze, gli consentiva di memorizzare più facilmente i propri versi. Così Borges spiega la genesi della poesia: «A poco a poco cominciai a comprendere la strana ironia dei fatti. Mi ero sempre immaginato il Paradiso sotto forma di una biblioteca. Ed eccomi lì. Ero, in qualche modo, al centro di novecentomila volumi in diverse lingue. Mi accorsi che riuscivo a malapena a decifrare i titoli e i dorsi dei libri. Allora scrissi il Poema de los dones».La figura di Paul Groussac, predecessore di Borges alla Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, assume un ruolo significativo. Come Borges, Groussac era diventato cieco e fu anche un celebre critico, noto per la sua severità. Questa singolare consonanza biografica spinse Borges a riconoscersi nella sua vicenda e a includerlo nel poema.
Caro Abele, questa bellissima poesia del grande Borges che succede e si associa a quelle dei due Simic, mi ha dato l’occasione per scrivere un possibile epilogo a un mio racconto sull’esperienza lavorativa da poco conclusa. Ti ringrazio e un caro saluto.
Ogni opera che si rispetti vuole una quarta di copertina e dunque non resta che interrogare il racconto stesso se mai vorrebbe farsi libro e non invece occupare solo spazio nella memoria già piena del PC.
La domanda cade inaspettata perché il racconto già si sentiva tra le mani di Borges per discutere con l’ombra di Groussac e decidere se collocarlo tra gli innumerevoli racconti inutili dei pensionati che sognano il lavoro fatto per 40 anni oppure tra gli sfigati che non hanno la fortuna di apparire almeno una volta in televisione o in un Tg regionale o alla radio di Buenos Aires.
Divulgatori scientifici credo si chiamino. Belli, rosei con tre o quattro lauree all’attivo nelle facoltà scientifiche e la capacità di far nascere in un bicchiere vuoto l’universo intero.
Altro posto non c’è.
-Francamente passare un’esistenza, invecchiare in una biblioteca, ospitare qualche tarlo tra i poderosi e rigorosi pensieri che accompagnano le scoperte come si ospiterebbe un editor in cerca di scoop è un’idea che non mi solletica affatto, anzi!
Inutile inventarsi un Borges.
Che soddisfazione sarebbe stare accanto a tanti altri e non essere mai visto né letto, al massimo tastato nella copertina e riconosciuto dall’odore immaginario di ammine e solfuri? Queste soddisfazioni già sono state ottenute anche se il nome dell’autore è noto solo a tutti quelli che giornalmente piazzano spille di rubini e oreficerie a base di platino sul mercato delle primizie.
Mi farebbero osservare che le biblioteche spesso sono carenti di letteratura scientifica come quella riportata su Science, Nature e soprattutto su tante altre riviste settoriali dove poter leggere scoperte e non divulgazione.
E chissà allora se il sommo poeta non sarebbe felice di presidiarne l’infinità e stabilire una corrispondenza tra l’area letteraria e quella scientifica fino a preconizzarne la loro inscindibilità con la saggezza e l’immaginazione che ne contraddistinguono la figura:
…io percorro senza meta i confini
di un’abissale biblioteca cieca.
Enciclopedie, atlanti, l’Oriente,
l’Occidente, secoli, dinastie,
simboli, cosmi e cosmogonie
offrono i muri, ma inutilmente.
E poi cos’è quest’idea d’infinito?
Credo che una mente come la sua non s’indignerebbe se, al fondo tragico dell’esistenza, su cui autori come Dostoevskij, Shakespeare, Dante si sono espressi rovistando le radici del libero arbitrio si associassero le leggi scientifiche dei Principia, la Relatività o il funzionamento del DNA e tante altre amenità.
Forse esigerebbe lui stesso il ruolo di chairman, organizzatore di seminari e promotore di nuovi campi d’indagine.
Sto fantasticando, ovvio! Ma qual è il confine tra scienza e poesia?
Il racconto parte da domande come queste e la conclusione non è altro che una nuova base di partenza, una specie di fuoco comune che alimenta la legna del piacere di scrivere poesie e del fare ricerca.
La compagnia di Borges, la sua cecità come condizione esistenziale di conoscenza inappagabile, la sua testimonianza di una corrispondenza senza limiti tra universo e libri, fa sì che anche se uno agita la sfera e l’altro un segmento si ritrova sempre a che fare con l’infinito.
E il racconto è sempre lì ad aspettare che qualcuno si faccia avanti per decidere che destino riservargli prima che un nulla di “cenere e oblio” prenda il sopravvento.
Francesco Paolo Intini
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Caro Franco,
Sono contento che questa poesia ti sia stata d’ispirazione per il tuo racconto. Visto che si tratta di Borges, uno degli scrittori più profondi, colti e fervidi del secolo scorso, forse il più grande, non mi sorprende affatto.
Quando scrivi che “non resta che interrogare il racconto stesso se mai vorrebbe farsi libro”, intendi dire che potrebbe diventare un romanzo, oppure pensi piuttosto a inserirlo in una raccolta di racconti? Borges probabilmente ti avrebbe consigliato la seconda strada, visto che preferiva i racconti ai romanzi. D’altra parte, può succedere che un racconto, una volta arrivato alla fine, chieda di continuare; che ci sia ancora molto da dire e che la storia non si senta affatto conclusa. In quel caso può essere il racconto stesso a chiedere di diventare un romanzo.
In quanto a Borges e alle scienze, come ben sai, spesso utilizzava nelle sue opere idee scientifiche come spunti per mettere in discussione il nostro modo di vedere la realtà. Penso a La Biblioteca di Babele, dove immagina una biblioteca che contiene tutte le possibili combinazioni di lettere; un modo per riflettere sulla combinatoria, sull’infinito e sulla probabilità. Anche L’Aleph parte da un’idea simile. Un punto nello spazio dal quale è possibile vedere, nello stesso istante, tutto ciò che esiste nell’universo. Borges torna spesso su temi come l’infinito, il tempo ciclico, l’ordine dell’universo e anche sulla possibilità. Per lui, una teoria scientifica, un paradosso o un’idea geometrica potevano suscitare lo stesso stupore e la stessa meraviglia di un mito o di un racconto religioso. Sei quindi già sulla sua stessa scia: anche la scienza puo’ essere poesia, non esiste “confine”.
Abele
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(@francointini: a me piacerebbe molto leggerlo, codesto tuo racconto con “possibile epilogo”… mi fai questo regalo? anche in privato (malosmannaja@libero.it). poi, senz’impegno, posso tacere o dire chennepenzo, indifferentemente, in base al tuo piacere. eh, m’attizza molto moltamente quest’idea di alimentare (alimentale?) “una nuova base di partenza“.
(@francointini: scrivi che “il racconto è sempre lì ad aspettare che qualcuno si faccia avanti per decidere che destino riservargli”. beh, a differenza d’una Poesia, un racconto diventa esistente solo se si compie il suo unico destino: essere letto, ovvero condimoltiplicato nella socializzazione del pensiero. sul “confine tra scienza e poesia” ritorno più avanti)
detto questo, direi che l’anelito di questo tr’ansito dal post precedente su Simic a questo è quasi obbligato: la biblioteca evoca *per forza* Borges (e viceversa).
: )
JL Borges, come nel caso di altri autori che ci hanno scritto in pagine di prosa o di poesia, lo preferisco di gran lunga in prosa (eh, eh, eh!): la santissima *trinità* formata da “Finzioni”, “Aleph” e “Libro di Sabbia” è una un dogma della mia fede letteraria, eddifatti incarna – come prescrive il dogma – un solo libro, un solo lettore e la loro in-in-terrotta evoluzione. non posso non amare il Borges *prosatore*… la sua poesia, per contro, a nanomodo di sentire, duplica il fine finendo per essere mero riflesso della sua prosa laboriosa, cristallina-ma-iperscritta (ul_transcritta?), traboccante di citazioni, d’infiniti riferimenti nonché d’inferenze interferenti che s’impigliano (e t’impigliano) come una rete.
Borges è l’anti-fast food della letteratura, l’anti-frenesia moderna per eccellenza.
Borges richiede *pazienza*.
il “maestro” non è mai un paniere vuoto, è un troppo pieno ch’esonda moltiplicando pani e pesci: racconta *sempre* qualcosa e oltre (in serie *e* in parallelo).
sarebbe un atto contronatura *leggere* Borges con superficialità: anche i passi più *leggeri* di Borges son sempre *pesanti* (e pensanti). Borges riecheggia, va letto, riletto, sfatto e rifatto più volte, soppesando attentamente ogni combinazione di parole (scritte o meno) per assaggiare ogni singolo passo e tradurlo in *passaggio* a più riprese (primo tempo, secondo tempo e tempi supplementari), fino a intuire quello smarcante che schiude la porta al tiro mancino e alla profonda in(certezza) su ciò che si è. (davvero letto). una realizzazione (il gol) che è nel contempo golem nonché auto-rete (fitta di citazioni e di rimandi)
: ))
e ciò che giungiamo a capire dopo (“dopo” quello che è accaduto prima, n.d.n.) è l’inconfutabile dimostrazione per assurdo che ciò che è venuto dopo avrebbe dovuto – a rigor di logica – venire prima!!! tipo l’uovo e la gallina, tipo il DNA e le proteine, tipo l’azione e la motiv’azione… sì, insomma: chi viene/gode prima e chi viene/gode dopo?
il lettore o lo scrittore? ma soprattutto, esiste l’uno senza l’altro?
eh, siamo forse di fronte allo specchio d’una identità biunivoca? mmmm…
: )
olé… cosa dicevo? boh, mi confondo, ma “io plurale e unica ombra” è già una fede.
pertanto, Borges non è, come vorrebbe certa critica, un simpatizzante dell’anarchismo individualista, benché sia largamente inevitabile che lo si tiri per la giacchetta in tale direzione: la *visione* è per definizione soggettiva, oltre che metacronica… “ogni scrittore crea i suoi precursori: la sua opera modifica la nostra concezione del passato, come modificherà il futuro”, Borges docet).
nondimeno, per Borges (e fors’anche per il nano) lo scotto da pagare all’esistenza convissuta è molto, troppo alto: il “caro mondo” nel mondomercato del ca-pitale non ammette che si ca-pisci fuori dal vaso…
: ))))
ed ecco che Borges resta dunque confinato volontariamente-e-involontariamente (contempo infinito) nella biblioteca universale, ergo condannato all’oblio dacché il primo comandamento del Potere Economico è che *tutto*, ivi compreso l’infinito, dev’essere monetizzato e dunque *finitizzato* (a latere, sulla scala dei tempi co(s)mici, l’oblio è comunque il destino di tutti, Dante e Picasso compresi, eh…)
stesso discorso, ahimè, s’estende a labirinti e biblioteche: al posto del Minotauro del labirinto di Cnosso, spopola il labirinto di Alice a Disneyland Paris, ingresso 100 euri; al posto di Borges a prenderti per mano, sempre più spesso intere reti di biblioteche pubbliche vengono appaltate in gestione a corporation private: profit! profit! moneyyyy!
vabbè, poco male… tanto ormai quasi nessuno è in grado di *abitare* Borges (astruso, impervio e sfiancante, oltre che indecodificabile, per i cervelli assuefatti ai display) nonostante la complessità dei rimandi sia agevolata spesso e volentieri dalla sua prosa lineare e cristallina.
: (((((
che aggiungere?
due parole sulla poesia in oggetto, sennò… vado “del tutto” fuori tema.
: )
la “poesia dei doni” qui rendicontata, si evolve e si sviluppa nella ben più tardiva “l’altra poesia dei doni”, e non è un caso (nulla in Borges e nel suo pensiero fluente in eterno divenire lo è)…
nella prima il *maestro* mette a fuoco ciò che d’importante entra nella mente (i libri, la natura, i ricordi, i sogni, la penombra, l’universo e l’ingranaggio cosmico che tutto interconnette…): l’ininfluenza dell’io (e del bibliotecario “Groussac o Borges” che sia) nel mondo che “si spegne in una cenere pallida e vaga”.
nella seconda l’eco esistenziale torna rimbalzato agli occhi (ciechi), sfocando comprensione e consapevolezza verso un senso ulteriore (di smarrimento): la dissoluzione dell’io (sì, insomma, dall’obl’io del mondo all’obl’io dell’io… specchio riflesso!) nel buio-grembo protettivo che *verifica/reifica* ogni apparenza rivelando l’essenza.
: )
(de)misticismo laico a parte – invecchiando non è detto che aumenti solo la saggezza: aumenta pure il rinc’oglionimento – in Borges, sempre ananomododivedere, esiste (cosa che spesso non viene compresa) una netta separazione tra le anime della finzione (illusioni, sogni, idee, arte e letteratura) e le materie della realtà. non solo, tale dicotomia finzione/realtà è il motore immobile (aristotelica-mente parlando) del *gioco* letterario/filosofico di Borges: è dalle infinite declinazioni, i.e. dagli infiniti sviluppi possibili di tale conflitto (mi sovviene, sicuramente a sproposito, la parte finale di “Wargames” dove il computer simula una lunga serie di diversi scenari di guerra termonucleare globale, tutti senza un vincitore possibile) che discende l’inestricabile intreccio dei nostri pensieri (e della prosa di Borges).
creare disordine dall’ordine, per poi smarrire il disordine, scoprire l’in_treccio e ricominciare tra treccio, come ben disse Troisi ( “ricomincia da zero!” “eh no, ricomincio da tre: tre cose mi sono riuscite nella vita, perché devo perdere pure queste? da tre!” tradotto, con inevitabile lieve perdita di segnale, dal troisese all’italiano). se mi è consentita una minima libertà d’interpretazione del *maestro*, ecco quella che mi appare essere una buona strategia.
: ))
anche Borges non ricomincia *da zero*, parte da ciò che è noto/acclarato (il bagaglio culturale con cui viaggia) e *usa* la finzione (gli strumenti dello scassinatore) per aprire nuovi sentieri nel sent’oggi che conducano verso un sentire “a domani”. e infatti sono due le mani che collaborano, lavorando in modo combinato alla combinazione della serratura: quella destra di Borges (dotata di grande destrezza) e quella sinistra dei lettori (el pueblo che “unido, jamás será vencido”).
ma il fatto stesso che il maestro giochi con noi creando disordine dall’ordine *volontariamente* implica che Borges ha ben chiara l’esistenza (e torno sull’ottimo spunto nel commento di @francointini) d’un “confine tra scienza e poesia”.
e il confine invalicabile (ma poroso) tra scienza e arte fantastica è l’essere umano stesso.
sensu strictu “la Scienza” non esiste (come non esiste nessuna astrazione concepita dalla mente umana, se non all’interno di questo universo)
: )))
esiste, invece, il *metodo scientifico sperimentale* che è ciò che Borges si diverte ad applicare alla mente umana (e quindi all’arte, in ogni sua possibile espressione, dalla poesia alla musica, dall’architettura alla pittura, e così via)…
che dire ancora?
che il “metodo sperimentale” partorisce risultati oggettivi, misurabili e ripetibili (da chiunque), mentre l’arte partorisce risultati soggettivi, socializzabili e ripetibili (da chiunque, AI comprese). epperò, mentre le ripetizioni identiche di un esperimento scientifico ne suggellano il valore, le copie di un’opera d’arte perdono di valore rispetto all’originale. eh…
che è molto molto difficile per un artista improvvisarsi scienziato (e qui è la grandezza di Borges) mentre è assai più facile per uno scienziato improvvisarsi artista.
che il metodo sperimentale persegue il progredire della conoscenza alla ricerca di certezze oggettive, mentre l’arte evoca dubbi, emozioni, spaesamenti senza l’obbligo di fornire certezze oggettive (e neanche soggettive!!!), al massimo, come latrai anni fa:
quando la Poesia si fa poesia
indica un’ipotesi di via
arte e scienza però condividono una *funzione* pratica, ovvero quella di rispondere a un bisogno della mente umana… pertanto nella nostra mente possono confondersi.
e questo è quasi sempre un bene per le opere artistiche, mentre è molto raramente un bene per le opere scientifiche.
: ))
mi piace pensare allo scienziato come a un monaco zen, e all’artista come un amante sconfinato. chissà…
in fondo, non è solo un delirio… facendo molti passi indietro, se ritorniamo all’etimo “limes” (limite, confine), non evocava solo il limite/confine tra cose o stati, ma anche la via lastricata che rendeva possibile il viaggio in zone lontane e impervie. quindi *apriva* nuovi orizzonti oltrepassando i confini di ciò che è noto, sebbene nei secoli (dalle invasioni barbariche in poi) il senso traslato sia diventato quello di frontiera o muro di confine…
quindi?
quindi grazie ad Abele che mi ha fatto sragionare quasi all’infinito a Franco che mi acceso una manciata di pensieri oltrefrontiera
: )
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