
Billy Collins, Introduzione alla poesia
(Traduzione di Giancarlo Locarno)
Non conoscevo Billy Collins (New York 1941) poeta americano e insegnante, ho letto quasi per caso la sua “Introduzione alla poesia” in italiano, e mi è venuta voglia di leggere l’originale, sapevo che era in questo volume “Navigare in solitaria attorno alla stanza – Sailing alone around the room” così l’ho preso. Ho trovato un poeta ironico che affronta temi profondi con una certa sapiente leggerezza e in modo anche divertente, cosa rara da trovare nei poeti. Mi ha ispirato queste due traduzioni molto libere (un po’ come fare la signora Parker in un’altra ligua) nelle quali comunque penso di aver rispettato bene il senso del testo, che in entrambe affronta il tema di come leggere una poesia.
Introduzione alla poesia
Gli chiedo sempre di prendere una poesia
e guardarla in alto in controluce
perché è una diapositiva a colori
o premere un orecchio contro il ronzio del suo alveare.
Dico loro, infilateci un topo in questa poesia
e studiate i suoi tentativi per uscirne,
oppure camminateci al buio dentro la sua stanza
e tastate i muri per trovare l’interruttore della luce.
Consiglio loro di fare lo sci d’acqua
attraversando la superficie della poesia
e dire ciao ciao all’autore una volta arrivati sulla spiaggia.
Ma niente, tutto quello che vogliono
è legare la poesia alla sedia
poi cominciano a batterla con un tubo
e a torturarla fino ad estorcerle la confessione
di cosa veramente volesse dire.
_
Introduction to Poetry
I ask them to take a poem
and hold it up to the light
like a color slide
or press an ear against its hive.
I say drop a mouse into a poem
and watch him probe his way out,
or walk inside the poem’s room
and feel the walls for a light switch.
I want them to waterski
across the surface of a poem
waving at the author’s name on the shore.
But all they want to do
is tie the poem to a chair with rope
and torture a confession out of it.
They begin beating it with a hose
to find out what it really means.
*
Lo Sforzo
Chi viene con me a tirare sassi
contro quegli insegnanti fissati con la domanda:
“Cosa sta cercando di dire il poeta?”
Come se Thomas Hardy e Emily Dickinson
avessero tanto lottato con le parole ma alla fine fallito i loro sforzi
imbranati e impacciati com’erano,
sempre a mordicchiarsi le penne
fissando fuori dalla finestra alla ricerca di un indizio.
Già, sembra che Whitman, Amy Lowell
e tutti gli altri avessero potuto solo provarci e fallire miseramente
invece noi nella classe di inglese della signora Parker alla terza ora
qui a Springfield High avremo successo
con l’aiuto di tutti questi suoi questionari
nel dire quello che il povero poeta non seppe dire
e l’otterremo prima che scocchi l’ora
di quell’orgia di uova e tonno conosciuta anche come pranzo.
Questa notte tuttavia, sono io che ci provo
a dire cosa significa questa assenza
noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto tetti diversi.
L’immagine di questo vaso di fiori recisi,
che non sono colti dal nostro giardino, non aiuta.
Lo stesso la solitudine di questo piatto,
la lampada solitaria, e il tempo che schiaccia la sua faccia
di pioggerellina contro queste finestre nuove,
e la nebbia mattutina.
Così lascerò il compito alla Signora Parker
che adesso sta picchiettando un gessetto contro la lavagna,
e ai suoi studenti, ai pochi con le braccia alzate,
e agli altri stravaccati col cappellino al contrario,
di captare cosa sto cercando di dire
riguardo al luogo in cui mi trovo
e di farlo prima che suoni il campanello di mezzogiorno
e quel turbine di polpettoni si scateni.
–
The Effort
Would anyone care to join me
in flicking a few pebbles in the direction
of teachers who are fond of asking the question:
“What is the poet trying to say?”
as if Thomas Hardy and Emily Dickinson
had struggled but ultimately failed in their efforts—
inarticulate wretches that they were,
biting their pens and staring out the window for a clue.
Yes, it seems that Whitman, Amy Lowell
and the rest could only try and fail
but we in Mrs. Parker’s third-period English class
here at Springfield High will succeed
with the help of these study questions
in saying what the poor poet could not,
and we will get all this done before
that orgy of egg salad and tuna fish known as lunch.
Tonight, however, I am the one trying
to say what it is this absence means,
the two of us sleeping and waking under different roofs.
The image of this vase of cut flowers,
not from our garden, is no help.
And the same goes for the single plate,
the solitary lamp, and the weather that presses its face
against these new windows–the drizzle and the
morning frost.
So I will leave it up to Mrs. Parker,
who is tapping a piece of chalk against the blackboard,
and her students—a few with their hands up,
others slouching with their caps on backwards—
to figure out what it is I am trying to say
about this place where I find myself
and to do it before the noon bell rings
and that whirlwind of meatloaf is unleashed.
Pubblichiamo il segue commento di malos mannaja, che ha avuto dei problemi a postarlo lui direttamente:
adorabile questa “introduzione” alla poesia.
non conoscevo Billy Collins e di questo ringrazio Giancarlo (comme d’habitude)
vieppiù, non posso non entrare in risonanza di panza (che è sempre molto periglioso, dacché talvolta può scapparmi un rutto… e questo è uno di quei casi). eh, ma come disse quel filosofo, mi pare di chiamasse Shreck, “meglio fuori che dentro!“
e ‘nfatti dopo aver bevuto in un sol sorso quanto sopra, nel breve volgere d’una ventina di minuti ho e-ruttato questo.
(pregasi l’autore del post o il webmaster di cassare il mio commento, qualora fuori luogo o troppo lungo).
: )
come un film *orno, menti a gambe aperte
sottotitolo esplicativo: o dici il vero?
.
indubbiamente capitò
vieppiù capiteròmmi ancora molte volte
di ritrovarmi
a dire che il Poeta
al fin tutelare il proprio status d’Ubermenschen
non ha altra via che adire
l’auctoritas pregiudiziaria
dell’io so’ io e tu non conti un *azzo
.
ma “il povero Poeta”, pondero posato,
(po-po-po-poooo… la quinta sinfonia in do minore)
perché “non seppe dire”?
gli difettò per caso la favella?
eppur non tacque, anzi! ei tosto camuffò
con un oscuro abito da sera
di lemmi imperscrutabili
i suoi versi
servendosi come legante astratto
di transtromeriche eleganze
che han qualche proiettiva affinità
colla pareidolia
magia del riecheggiare armonico
(un Rorschach parolaio?)
e sopra sbrodolòcci lautamente
rigurgi_tanti righi
col plauso infervorato del pollaio
.
è cosa assai pavese e manifesta, invece
che i gatti seppero e sapranno!
per cui cheffàmo? lo domandiamo a loro
oppure, obtortis Collins,
sentiamo chennepenza la prof Parker?
chissà… po’ esse pure, ‘n fonno ‘fonno,
ch’ è mejo fasse i fatti de noaltri…
massì Gugliè: lassa sta’ i gatti
eppensa ai matti
rimpinzali coll’aloperidolo
finché nun smetteno de domandasse
“cosa cercasse di dire il Poeta?”
.
vabbé, sai cosa chi’oso?
torniamo a scrivere poesie
e a leggere i poeti
che in vero sanno dire e dicono
qualche messaggio
che non dipende *solo* dal linguaggio
o dall’allucinazione di chi legge
ma dal bisogno di *provare*
(provare-provare-provare)
a usare le parole per comunicare
quel dato pensiero
quel dato accaduto
e non un serafico “specchio riflesso!”
schermo di comodo virante
in nascondiglio, come imparammo
ai tempi dell’asilo…
.
mmm… non smetto di pensare
che se i Poeti fossero poeti
e la poesia nascesse dalle storie
(i.e, se i “poveri Poeti” non belassero
coerentemente poveri di spirito e di idee)
potremmo contrastare
l’individualismo
e il narcisismo egoavvitato
partecipando anche il ricordo dei lettori
nell’atto di bramire carmi
ovvero dire: “io ti amo…
tu guidami attenendomi per mano!”
perché le regole
di quest’andare a capo
per quanto agghindate con modi di versi
son quasi uguali a quelle che
*accudiscono*
sia i figli che la comunicazione
.
or dunque se all’interno dei trenini
di parole
da stipare di significati passeggeri
è salito qualcosa da dire
c’è sempre da rileggere e capire
soltanto che non è
*il successo* quello che è successo
alle parole, a fine viaggio
bensì un amplesso
tra menti a gambe aperte
e un punto di flesso
.
insomma
inversa-mente al povero Poeta
che grida nello specchio
“io mi amo!”
ogni poeta che c’incontra
canta per noi, per me e per te
canta in parole povere
spiegandoci le vele che capiamo
siccome il trovatore
che mica si nasconde, *trova*
e spezza e condivide
il pane d’una storia
fa il pieno di memoria
e poi la gira al mondo
da Genova a Macondo
.
onde per cui pian piano piango
a notte fonda
nell’eco silenziosa illune
ogniqualvolta ”un’orgia d’uova e tonno”
mi intima “Rinuncia!”
come il racconto omonimo di Kafka
e il senso prende forma
di lacrime d’inchiostro
che imbrattano foglietti seminati in giro
come una pioggia sorpresa
stupita dagli eventi
cade dalle nuvole
.
*
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