Augusto De Luca_ ARMAGEDDON

Armageddon, foto di Augusto De Luca.1

ARMAGEDDON, Augusto De Luca


La fotografia ha sempre avuto il potere di catturare l’essenza della realtà, ma quando si avventura nel regno del metafisico e del surreale, diventa uno strumento per esplorare dimensioni invisibili e simbolismi profondi. In un mondo segnato dalle catastrofi delle guerre mondiali, la ricerca fotografica che intreccia queste tematiche offre uno sguardo unico sulla storia umana, una narrazione visiva capace di provocare emozioni e riflessioni. Le mie ultime fotografie trascendono il semplice atto di scattare immagini; si tratta di un viaggio nell’anima delle persone, un tentativo di catturare l’invisibile che si cela dietro gli eventi storici. Le cicatrici lasciate dai conflitti globali sono evidenti, ma ci sono anche le ombre e i silenzi, le storie non raccontate di chi ha subito e di chi ha combattuto. Attraverso i filtri dell’arte, si esplorano l’essenza delle emozioni umane, utilizzando elementi surreali per evidenziare il dolore e la speranza. Ogni immagine scattata in questo contesto è carica di simboli. Questi simboli non solo evocano la memoria collettiva delle guerre, ma invitano anche lo spettatore a confrontarsi con la propria interpretazione della sofferenza e della rinascita. La scelta delle forme, la composizione e l’illuminazione diventano strumenti per raccontare storie che vanno oltre il visibile. La componente surreale nella mia ricerca fotografica entra in gioco quando la realtà viene “distorta”, creando immagini che sembrano uscire da un sogno. In questo contesto, il surreale non vuole negare il dolore, ma amplificarlo, portando lo spettatore a una dimensione di comprensione più profonda, scenari onirici, ricchi di significati nascosti. Questo approccio sfida l’osservatore a riflettere su quale sia il confine tra la realtà e l’immaginazione, tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Questo lavoro fotografico surreale e simbolico sulle catastrofi delle guerre mondiali non è solo un documento, ma un invito a vedere oltre le immagini superficiali. È un richiamo a esplorare le emozioni e le esperienze umane, a confrontarsi con il passato e a trovare un significato profondo nella bellezza e nel dolore. Attraverso l’arte, le storie di milioni di vite perdute e trasformate continuano a vivere, incoraggiandoci a mantenere viva la memoria e a guardare al futuro con occhi nuovi.

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Augusto De Luca, (Napoli, 1 luglio 1955) è un fotografo e performer. Ha ritratto molti personaggi celebri. Studi classici, laureato in giurisprudenza. E’ diventato fotografo professionista nella metà degli anni ’70. Si è dedicato alla fotografia tradizionale e alla sperimentazione utilizzando diversi materiali fotografici . Il suo stile è caratterizzato da un’attenzione particolare per le inquadrature e per le minime unità espressive dell’oggetto inquadrato. Immagini di netto realismo sono affiancate da altre nelle quali forme e segni correlandosi ricordano la lezione della metafisica. E’ conosciuto a livello internazionale, ha esposto in molte gallerie italiane ed estere. Le sue fotografie compaiono in collezioni pubbliche e private come quelle della International Polaroid Collection (USA), della Biblioteca Nazionale di Parigi, dell’Archivio Fotografico Comunale di Roma, dell’ Archivio Fotografico Parco Archeologico di Pompei, della Galleria Nazionale delle Arti Estetiche della Cina (Pechino), del Museo de la Photographie di Charleroi (Belgio).


2 risposte a "Augusto De Luca_ ARMAGEDDON"

  1. le ombre e i silenzi” sottolinea Augusto De Luca…

    e in effetti ciò che mi colpisce in questi scatti è l’uso fatto delle ombre (e della luce) per *scolpire* la materia umana fotografica. ad esempio, notevolissimo il modo in cui nel volto del manichino (o almeno, credo che sia tale) lo scatto sbianca e sfuma nel contorno, tanto che la bocca vira in un imbuto: un ibrido impossibile tra il candore d’una giovane novizia di qualche ordine monastico intenta a cantare le laudi e l’orrore indicibile (privo di labbra) tipo lo spettro in forma di bambina di “Operazione parura” (un Mario Bava anni sessanta).

    più fisso la foto e più m’ingoia (brrr…).

    altro abisso di nero profondo è quello degli occhi vuoti dell’elmo *bucati* nel fascio di luce parziale in diagonale (nonché quello delle orbite di scheletri bambini).

    e m’è sembrato significante pure il labirinto di crepe (stuccate) nell’intonaco attorno alla fine/stra.

    il fatto che, come giustamente scrive nell’introduzione, l’artista “non vuole negare il dolore, ma amplificarlo” guidandoci verso “una dimensione di comprensione più profonda” mi ha evocato un naturale collegamento con l’arte pittorica di due tra i miei artisti preferiti: De Chirico con il suo dolore “silenzioso e geometrico” e Di Maccio con il suo dolore “carnale e scultoreo-monumentale” (laddove *geometrico* e *monumentale* non sono opposti, ma facce della stessa medaglia… intendo, la geometria è lo scheletro che consente alla monumentalità di esistere, mentre la monumentalità è l‘amplificazione emotiva delle forme).

    allorquando, nel suo labirinto di senso, l’artista unisce questi due elementi (come a mio sentire accade in questi scatti), il dolore e/o l’angoscia non sono più solo fugaci passeggeri su un autobus di linea, ma assumono sostanza immanente, permanente e schiacciante (assumono nudo *spessore/peso* fisico e psicologico).

    e chiudo/chioso in questi termini: la geometria (ri)creata da luce e ombra (ri)definisce i confini del labirinto, mentre l’immobilità scultorea degli scatti fa dubitare di poterne mai uscire.

    spero, però, anche in un futuro progetto fotografico di Augusto De Luca (magari intitolato: “Antitarmagheddon“) in cui gli scatti si facciano interpreti d’una resilienza ironica, dove luce, ombra e prospettive ridefiniscano spiragli (in contrapposizione alla rigidità di un k’arma che condanna a raccogliere ciò che si semina) scovati dove non pensavamo o immaginavamo che potessero aprirsi, quasi fossero una sorta di *proprietà emergente* della materia (tipo la coscienza nel cervello umano)…

    ecco sì, intendo, qualcosa da appendere dentro l’armadio pieno di scheletri della storia dell’umanità, come *presidio* anti-tarma…

    : )

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  2. Vero, malos, ricorda il cinema di Mario Bava_ L’uso fortemente espressivo della luce, chiaroscuri molto marcati e zone completamente nere. Sono immagini pittoriche che creano un’atmosfera onirica, fiabesca.

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