4 risposte a "Giorgio Brunelli_ Michelano (Epistola)"
ed eccomi di nuovo qui, appena frastornato a casa dalla rutilante densità poetica del solito *inossidabile* e *incontenibile* Giorgio Brunelliiii.
: )))
cheddire ancora in un commento in calce a un’opra brunellesca ch’io già non abbia delirato?
lo ammetto: m’eccitano l’esche lessicali dei suoi lemmi… colti nei prati iperuranici (obliati dai Poeti copia-incolla) e pure traboccanti di riferimenti inusuali (Pascal, Thoreau, Mostar…). un godimento letterario, quasi-strutturalmente neobarocco, nonché *bananacronistico* (se mi permetti), nel senso che si scivola nell’etere, si cade in alto e si ritorna indietro in basso a leggere e ri-leggere la pesantezza dei concetti, a metabolizzare l’oro, ovvero il *massiccio* ma sinergico contrasto tra aulico e prosastico (“spicilegio” e “stronzate agnostiche”, “ti fotta” e “psicopompo”, “arcangelo di latta” e “pandiculavi”…)
*pandiculavi*, poi, nel contesto più ozioso e stirato del termine, a metà strada tra il retroculare e il perculare, è certamente l’anima di quest’attrito che sgrava (travagliata_mente) la poesia per iniziati (iper-letterati, filosofi, scienziati) dall’ambito del puro intellettualismo al lambito crudo e viscerale della nostra condizione *umana*.
ok, detto questo (delirando altro), passo oltre.
: ))
il verso medio-lungo (l’ampio respiro del ritmo) procede a braccetto con una musicalità cupa ma orchestrale, scandita da consonanti dure e arrotate (“stigma”, “frusto”, “cruore nei rivoli dei rimorsi”, “sgramma”), che ben s’attaglia a questa sorta di testamento spirituale e poetico (solenne e ieratico) che il padre intende indirizzare al figlio trentenne o Judy Lee.
il nucleo polposo, direi che è quello del *testimone esistenziale* che passa di mano dal padre al figlio. non un’eredità materiale, dunque, bensì un fluire di consapevolezze (che spaziano dall’etica alla resilienza filosofica) al cospetto della durezza della vita.
in effetti… in questi versi prende forma un chiaro arco temporale: c’è un figlio neonato (“carne di cava”) che poi cresce (“l’età degli automi e delle cerbottane”) e un senso di colpa del padre (“lo stigma del padre che sono”) per aver trasmesso al figlio il *peso* dell’esistenza. ci sono i caveat paterni (guardati da materialismo e dal conformismoooo!!! sii indipendente, anzi ribelle, quindi “guarda sghimbescio ogni autorità” e coltiva l’anarchia intellettuale insieme all’arte di arrangiarti… e via andare, “che mai ti fotta dove caverai il pane diario”).
sul “patatragico vuoto” ho scompisciato (lo confesso, non dovevo?)… davvero potentissimo e significante (per vari motivi che non intendo reiterare, eh). comunque concordo: alla mancanza di certezze (“celeste piccionaia” religiosa o meno) e alla mancanza di senso (in senso lato), si può far fronte solo con la dignità di volare basso (elevando frattanto il pensiero), ovvero di “procedere funamboli” (ma raso terra), gomito a gomito coi bambibini, con gli ultimi, coi vinti e con i nani.
: ))
e si procede verso l’oltre, verso il declino (in cui si vive di luce riflessa): un fine vita senza rimpianti “a mento levato”, guardando in faccia le metafore materiche e pure il “dolce fanciullo” (mio perpetuo). perché è evidente (o almeno così reperto tra le righe) che sotto questa splendida corazza che riluce di parole inusuali e colte, l’affetto che veicolano i versi è pieno di straziante tenerezza paterna e protettiva (olè!).
insomma, l’autore ce la mette tutta per non dare spazio alcuno al sentimentalismo (e ci riesce!), eppure tra le righe percola un amore viscerale, seppure pudico (ma non per questo meno intenso).
e in parallelo c’è un composto senso di solitudine, che il padre ha già affrontato e dunque ben conosce/riconosce come condizione *strutturale* del cervello umano che il figlio dovrà presto affrontare e metabolizzare.
: (
in chiusa ulteriori sviluppi: subentra a gran voce una pace interiore “profonda”: il viaggio è ormai quasi compiuto (magna con satisfactione, con buona pace dei Rolling Stones, eh), anche se in ultima analisi il viaggio *continua* come viaggio transgenerazionale (il padre raggiunge il nonno nell’ombra e il figlio continua a marciare col mento levato).
in conclusione, poesia di rara potenza e portata, come solo il buon Giorgio sa cucinare.
un abbraccio fratello (che è pure un abbraccio tra padri!) e buona cena che se qui è mezzanotte, dalle tue parti dovrebbero essere le 19:00 (??? mica son sicuro).
Carissimo, grazie per il commento al Brunelli. Per quanto riguarda l’ora, questo blog sembra seguire un tempo tutto un suo. Visto che l’ho impostato qui in Inghilterra dovrebbe apparire un’ora prima e non due. Inoltre, ogni volta che programmo un post per una certa ora fa sempre di testa sua, senza mai rispettare le mie indicazioni 😊
Bom dia altissimo, levissimo e purissimo malos, m´insempro gioioso ogni qualvolta sorrado la tua frizzante, pirotecnica, creativa, locupletante prosa; Jude Lee poi, è davvero un’intuizione magistrale. Grazie infinite per le tue sagaci spigolature espresse, tutte mirate, calibrate e centrate alla perfezione.
Che dire a mia discolpa in merito all’epistola? Niente di che, se non che sono righi che scrissi in un pomeriggio tropicale e pertanto già buio, in una baraca sul mare – di quelle meravigliosamente decadenti che frequentavo ai Lidi di Comacchio – nel vivo dei Saturnalia, quando la stimmung generale, tristemente festosa, confliggeva pesantemente con una saudade alla quale avvertivo un desiderio, forse compensatorio, di abbandonarmi, senza venire disturbato da un “esistaggio” di interferenze, in particolar modo qui a Bahia goderecce per default.
Insomma, tanto per far un po’ di strappalacrimeria, questo cimento poetante va inteso come una manciata testamentaria di osservazioni rivolte a un figlio che quattrodici anni fa ha visto il padre abbracciare una sorta di pellegrinaggio laico con bastone e fagotto in spalla come un Martin Eden di mezza età, allo scopo di ricercare un minimo di redenzione e riscatto proteiformi.
É certo che l’afflato d´allora lo dovevo alla mia melanconia innominata, sopportabile condizione spirituale di cui soffro sin dal mio primo vagito la quale però, talvolta, sa rivelarsi un mirabolante estrattore di forme, come questa traduzione in moniti immaginifici dispiegati al modo della Nottola di Minerva il cui volo, come ben saprai, si leva soltanto al crepuscolo, recando con sé il compimento della sapienza o quanto meno, nel mio modesto caso, il distillato esperienziale di chi ha già attraversato quei crinali di biologia applicata sovente controversa.
Fratello mio super scrivente, ti giunga da questo sole nero il mio abbraccione più forte, e ne giunga uno parimenti potente al mio querido e doce amigo Abele.
ed eccomi di nuovo qui, appena frastornato a casa dalla rutilante densità poetica del solito *inossidabile* e *incontenibile* Giorgio Brunelliiii.
: )))
cheddire ancora in un commento in calce a un’opra brunellesca ch’io già non abbia delirato?
lo ammetto: m’eccitano l’esche lessicali dei suoi lemmi… colti nei prati iperuranici (obliati dai Poeti copia-incolla) e pure traboccanti di riferimenti inusuali (Pascal, Thoreau, Mostar…). un godimento letterario, quasi-strutturalmente neobarocco, nonché *bananacronistico* (se mi permetti), nel senso che si scivola nell’etere, si cade in alto e si ritorna indietro in basso a leggere e ri-leggere la pesantezza dei concetti, a metabolizzare l’oro, ovvero il *massiccio* ma sinergico contrasto tra aulico e prosastico (“spicilegio” e “stronzate agnostiche”, “ti fotta” e “psicopompo”, “arcangelo di latta” e “pandiculavi”…)
*pandiculavi*, poi, nel contesto più ozioso e stirato del termine, a metà strada tra il retroculare e il perculare, è certamente l’anima di quest’attrito che sgrava (travagliata_mente) la poesia per iniziati (iper-letterati, filosofi, scienziati) dall’ambito del puro intellettualismo al lambito crudo e viscerale della nostra condizione *umana*.
ok, detto questo (delirando altro), passo oltre.
: ))
il verso medio-lungo (l’ampio respiro del ritmo) procede a braccetto con una musicalità cupa ma orchestrale, scandita da consonanti dure e arrotate (“stigma”, “frusto”, “cruore nei rivoli dei rimorsi”, “sgramma”), che ben s’attaglia a questa sorta di testamento spirituale e poetico (solenne e ieratico) che il padre intende indirizzare al figlio trentenne o Judy Lee.
il nucleo polposo, direi che è quello del *testimone esistenziale* che passa di mano dal padre al figlio. non un’eredità materiale, dunque, bensì un fluire di consapevolezze (che spaziano dall’etica alla resilienza filosofica) al cospetto della durezza della vita.
in effetti… in questi versi prende forma un chiaro arco temporale: c’è un figlio neonato (“carne di cava”) che poi cresce (“l’età degli automi e delle cerbottane”) e un senso di colpa del padre (“lo stigma del padre che sono”) per aver trasmesso al figlio il *peso* dell’esistenza. ci sono i caveat paterni (guardati da materialismo e dal conformismoooo!!! sii indipendente, anzi ribelle, quindi “guarda sghimbescio ogni autorità” e coltiva l’anarchia intellettuale insieme all’arte di arrangiarti… e via andare, “che mai ti fotta dove caverai il pane diario”).
sul “patatragico vuoto” ho scompisciato (lo confesso, non dovevo?)… davvero potentissimo e significante (per vari motivi che non intendo reiterare, eh). comunque concordo: alla mancanza di certezze (“celeste piccionaia” religiosa o meno) e alla mancanza di senso (in senso lato), si può far fronte solo con la dignità di volare basso (elevando frattanto il pensiero), ovvero di “procedere funamboli” (ma raso terra), gomito a gomito coi bambibini, con gli ultimi, coi vinti e con i nani.
: ))
e si procede verso l’oltre, verso il declino (in cui si vive di luce riflessa): un fine vita senza rimpianti “a mento levato”, guardando in faccia le metafore materiche e pure il “dolce fanciullo” (mio perpetuo). perché è evidente (o almeno così reperto tra le righe) che sotto questa splendida corazza che riluce di parole inusuali e colte, l’affetto che veicolano i versi è pieno di straziante tenerezza paterna e protettiva (olè!).
insomma, l’autore ce la mette tutta per non dare spazio alcuno al sentimentalismo (e ci riesce!), eppure tra le righe percola un amore viscerale, seppure pudico (ma non per questo meno intenso).
e in parallelo c’è un composto senso di solitudine, che il padre ha già affrontato e dunque ben conosce/riconosce come condizione *strutturale* del cervello umano che il figlio dovrà presto affrontare e metabolizzare.
: (
in chiusa ulteriori sviluppi: subentra a gran voce una pace interiore “profonda”: il viaggio è ormai quasi compiuto (magna con satisfactione, con buona pace dei Rolling Stones, eh), anche se in ultima analisi il viaggio *continua* come viaggio transgenerazionale (il padre raggiunge il nonno nell’ombra e il figlio continua a marciare col mento levato).
in conclusione, poesia di rara potenza e portata, come solo il buon Giorgio sa cucinare.
un abbraccio fratello (che è pure un abbraccio tra padri!) e buona cena che se qui è mezzanotte, dalle tue parti dovrebbero essere le 19:00 (??? mica son sicuro).
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ps: l’orario sul commento è 10:11 pm, ma t’assicuro che per qualche motivo che Abele saprà), qui in basso polesine sono le 00:12 am…
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Carissimo, grazie per il commento al Brunelli. Per quanto riguarda l’ora, questo blog sembra seguire un tempo tutto un suo. Visto che l’ho impostato qui in Inghilterra dovrebbe apparire un’ora prima e non due. Inoltre, ogni volta che programmo un post per una certa ora fa sempre di testa sua, senza mai rispettare le mie indicazioni 😊
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Bom dia altissimo, levissimo e purissimo malos, m´insempro gioioso ogni qualvolta sorrado la tua frizzante, pirotecnica, creativa, locupletante prosa; Jude Lee poi, è davvero un’intuizione magistrale. Grazie infinite per le tue sagaci spigolature espresse, tutte mirate, calibrate e centrate alla perfezione.
Che dire a mia discolpa in merito all’epistola? Niente di che, se non che sono righi che scrissi in un pomeriggio tropicale e pertanto già buio, in una baraca sul mare – di quelle meravigliosamente decadenti che frequentavo ai Lidi di Comacchio – nel vivo dei Saturnalia, quando la stimmung generale, tristemente festosa, confliggeva pesantemente con una saudade alla quale avvertivo un desiderio, forse compensatorio, di abbandonarmi, senza venire disturbato da un “esistaggio” di interferenze, in particolar modo qui a Bahia goderecce per default.
Insomma, tanto per far un po’ di strappalacrimeria, questo cimento poetante va inteso come una manciata testamentaria di osservazioni rivolte a un figlio che quattrodici anni fa ha visto il padre abbracciare una sorta di pellegrinaggio laico con bastone e fagotto in spalla come un Martin Eden di mezza età, allo scopo di ricercare un minimo di redenzione e riscatto proteiformi.
É certo che l’afflato d´allora lo dovevo alla mia melanconia innominata, sopportabile condizione spirituale di cui soffro sin dal mio primo vagito la quale però, talvolta, sa rivelarsi un mirabolante estrattore di forme, come questa traduzione in moniti immaginifici dispiegati al modo della Nottola di Minerva il cui volo, come ben saprai, si leva soltanto al crepuscolo, recando con sé il compimento della sapienza o quanto meno, nel mio modesto caso, il distillato esperienziale di chi ha già attraversato quei crinali di biologia applicata sovente controversa.
Fratello mio super scrivente, ti giunga da questo sole nero il mio abbraccione più forte, e ne giunga uno parimenti potente al mio querido e doce amigo Abele.
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