
alternative ecologiche
sottotitolo esplicativo: uranio impoverito addio
.
vivo incistandomi
nei tuoi tessuti
e sanguino gli eventi
che inceppano la macchinetta
del caffè, questa mattina
(aroma tostato, strinato, cremato)
fino ad esploderla in fram menti
malate di creativa distruzione
.
ma anche centomila
io sono io
(fram menti se farnetichi altrimenti)
il Dio *uno e centrino*
che agisce in modo rigido e spartano
non si gingilla a amarti
s’impegna a ricamarti
vestiti o biancherie o tessuti
anche biologici
e intanto vivacizza la tua arida routine
(ping-pong tra sopravvivere alla fame
e fame di sopravvivenza)
portando lo scompiglio tra le genti
.
pensa alle torri!
cubetti di Babele sovrapposti
un gioco da bambini
immaginarli
ma tutti piccolissimi (pochi millimetri)
in ogni direzione dello spazio tempo
gioiosa pioggia pirotecnica
nell’eco dello scoppio
magia d’uno spettacolo *mirabolante*
alacre da mozzare il fiato
che allieta notti estive
e nasi all’insù
.
lo stronzio è rosso vivo
caldo e forte
il bario è verde acceso
il rame è blu profondo
il sodio è giallo oro come il sole
ma io, credetemi, non voglio abbindolarvi
con fiori colorati e sfavillanti
io svolgo il mio lavoro
onestamente
in zona monte Tabor
da medico più che operaio
la tuta è bianca
tessuta di candore e luce immacolata:
nessun Ace Gentile sulla terra
può renderla così
.
se sei nel raggio
di circa due chilometri
potrai verificare coi tuoi occhi
il Vero in ciò che dico:
rivesto incarichi di peso
e ottengo prestazioni eccezionali!
mi fanno un baffo
l’uomo d’acciaio (al secolo Clark Kent)
i ferri già sguainati in mano
le stragi degli anni di piombo…
se scoppia un parapiglia e l’atmosfera si riscalda
non mi confondo
nemmeno quando prendo una testata
neanche se mi mettono
sotto pressione
rimango intatto e solido nel cuore
della vampata di calore
.
tre-sei millimetri di densità
rovente e elevatissima
in sella ad un cavallo purosangue
(Highflyer, Man-o’-War, o Lockheed)
io non rallento
io corro e passo come il vento
da parte a parte
per arieggiare ambienti e corpi caldi
per/mearli con l’impatto fisico
della mia arte
su tele o muri
tipo un Fontana doc o un Vhils
.
ingollo il liquido bollente
in un sol sorso
appoggio la tazzina di caffè inceppato
nel lavello
e urlo-di-Munch:
la consistenza fisica ristagna sulla lingua
un grumo d’amarezza
tanto corposo quanto intenso…
premo le mani sulle orecchie
schiaccio con furia
sempre più forte, ancora (e ancora)
e arrivo a scricchiolare ogni pensiero
insieme con la voce che mi parla
nel cervello
m’affastello
.
geometrico *silenzio*…
non si deforma, penetra
nel punto di contatto
strutturalmente intatto in ogni vertice
che tace, acuminato, s’arrocca in posizione e poi
non batte in ritirata
batte e ribatte dove il dente
*vuole*
(martello e chiodo fisso)
.
sospiro…
sospiro e mi decido:
cambio programma
quest’oggi niente giardinaggio
ho troppo vuoto addosso per riempire
finanche un solo vaso
è meglio se coltivo la memoria
andando al camposanto
il cielo è d’un azzurro irregolare
friabile di sbrisolona
sgretola i margini
dove combacia con la tomba
.
(frammentazione)
.
lo sguardo di mio padre nella foto
affievolita
sorride sotto il baffo
.
chissà cosa pensava in quel momento
chissà se pure lui parlava
col tungsteno
.
è anziano… me lo ricordo giovane
più giovane, comunque
di quello che è invecchiato
nella foto
.
mi specchio addosso a un vetro
smerigliato
il me che si riflette ha rughe profondissime
l’immagine è distorta…
.
oddio, sembro più vecchio
di mio padre – rimugino tra me
nel mentre un merlo
echeggia tra le tombe
saltellante
in cerca di lombrichi o insetti
.
“I gatti lo sapranno. Io canto.”
– chioccola acuto il merlo
e con un colpo d’ala tutta nera
si spara in un cipresso
.
“aspetta, non andare” – frigno –
“fischiettami qualcosa
in forma più palese!”
.
niente da fare…
a perdersi nell’afa afasica
dell’oltrePò pavese
soltanto l’eco compiaciuta
d’avicola saccenza
.
il desiderio di sopprimerlo
mi monta dentro:
stento a reprimerlo
ma poi chiedo consiglio ad un’AI
.
“Cambia di stanza e vai lontano” – suggerisce
“Distogliere lo sguardo dall’uccello
e andare in altri luoghi
in cui non è possibile vederlo
né sentirlo
sarà di grande aiuto
a far sbollire l’ira”
.
è vero: sensata notazione, ammetto
per cui, passin-passetto
dolente m’incammino verso casa
ma prima faccio tappa all’osteria
(che è sulla via)
per ingollare un’ombra
di Merlot
.
arranco per le scale fino al piano
del nostro trilocale
scheggiando i finestroni della tromba
il sole pare immobile
due dita sopra l’orizzonte
la chiave già infilzata nella toppa
scatta
e subito scompare
.
per strada c’era puzza
ma anche in casa
aleggia quest’odore nauseabondo
pungente d’uova marce e butirrato
rosolato
.
i gas del petrolchimico
che assedia la città
ragiono
un guasto ai filtri scrubber, di sicuro
assieme al caldo umido
.
“Luisa? son tornato…”
il lancio a palombella
è quasi millimetrico:
le chiavi trillano impattando il tavolino
e io m’affloscio nel divano
soufflé di spossatezza
(cado a pezzi)
.
un golem di sconforto
inceppa in gola
lacrime fredde, fango vischioso e pietre incuneate
a rendere pressante
ogni parola
.
gorgoglio lentamente, a vuoto
invece di parlare
sbiadisco e perdo di calore
.
Luisa sgrana gli occhi
il gatto inarca il dorso e drizza il pelo
poi stride un miagolio a contralto
sublimando
.
il tanfo aumenta, facendosi dolciastro
mia moglie sviene
sono bagnato
bagnato fradicio
.
l’aroma è intenso, un po’ fruttato
note di prugna e ribes
sentori ben speziati
cacao affinato e morbido in barrique
ma il retrogusto sa di tappo
.
ruscelli di Merlot
mi escono dal corpo in rivoli
sgorgando
da alcuni forellini nella pelle
quasi quadrati
quasi invisibili
.
visibilissimo, per contro, alla parete
di dietro alla tivù
il quadro d’una foto
mai vista prima d’ora
.
ci sono Isa, i figli alle sue spalle
due candeline sulla torta
col numero settanta
ma gli occhi di mia moglie
non sorridono
.
e solo in quel momento mi ricordo
che due o tre anni prima
sono morto
.
*
.
