La città che sale. Connubi | Gian Piero Stefanoni

La città che sale. Connubi | Gian Piero Stefanoni, Ladolfi Editore 2026

Nota della quarta di copertina:”Questo lavoro raccoglie in un dialogo tra poesia e fede una riflessione che tentando l’affondo nel mistero dell’uomo, nell’ascolto delle sue aspirazioni le riporta e le interroga dal mistero della croce. Intrecciando, come in un piccolo rosario figure e testi di una parola poetica legata in modo diverso al pensiero cristiano ne muove le istanze rammentando nella direzione della creaturalità quel disegno che l’uomo comprende, raccoglie e trascende, Dal perché delle ferite allora al perché della vita iscritta nel motivo della sua speranza; e della bellezza nell’attualizzata memoria di una parola poetica che seppure provata non teme la sua ricerca in relazione a una modernità nella voce e nel volto sempre più sfigurata. Gli autori: Karol Wojtyla, Francis Jammes, Giovanni Testori, Gerald Manley Hopkins, Charles Peguy, Mario Dell’Arco, Madeleine Derbél.”

 

 

L’umano che qui accade.

Giovanni Testori e la dismisura della figliolanza, terzo connubio

 

“a quattro passi dalla latrina-cesso,/nel nero bosco/delle fiere”

Se spesso allora il bosco è solo nuda Croce, come appunto da Jammes, l’agone è quello di un deserto nella cui disputa si decide, nella sua misura e nella sua struttura, il senso stesso di una modernità separata dal suo sapersi.L’agone è in un principio di realtà il cui permanere non è in se stesso, nella continuità e nell’azione di un pensiero concretamente nella domanda del suo presente, ma in una coatta e manipolata mancanza nella cui compressione, di identità e nomi, di aspirazioni e legami, è possibile scorgere l’espressione e lo svuotamento di un male che una volta in atto è difficile frenare.Pure, però, ci ricorda Testori nella sua poetica che ha centro nell’uomo come “evento immenso”,  il luogo della forma resta il corpo di Cristo nella cui scrittura, laddove l’uomo appunto rigetta, la Creazione nella sua continua incarnazione accoglie, trasfigura e illumina in un processo di memoria che ha nell’amore del Padre in quanto Padre la sua direzione.

Per questo Cristo, come precedentemente detto, nel bosco c’è già nel richiamo della sua passione verso quella reciproca e anticipatrice annunciazione che ha nelle piaghe che sono le sue e le nostre piaghe motivo della sua rivelazione.

Così se la storia nell’astrazione e nella mistificazione di un destino in cui tutto si perde (e dunque nella omologazione assimila e isola) ha nello smarrimento, che è costanza dell’abisso, lo strumento della sua afflizione, il problema nella contronarrazione di un mistero slegato dalle sue origini non è che l’uomo sia impeccabile ma vero come allo stesso Testori ebbe a sottolineare Don Giussani.

E la verità che è un affondo nell’altro nell’identità non ridotta ma patita, riappresa dove il dolore è consapevolezza dello stesso grumo, ha nella presenza di Cristo la determinazione dell’essere nell’atto della sua confutazione.

Lo sa bene l’autore di Novate il cui dettato scopertamente assunto nell’oscenità delle piaghe di un contemporaneo che prima fagocita e poi nutrendosene respinge ha nei luoghi terminali del contemporaneo stesso la sua più ispirata tensione.

Terminali a partire da una esistenza soffocata ancora prima della nascita, si veda Factum est (1981,) monologo dal grembo della madre di un feto reclamante parola e vita a fronte di un destino già segnato dalla cancellazione, e dunque dalla condanna di una volontà di rifiuto e disconoscimento, ed in cui come con forza ricordato l’atto del dire più che  sull’aborto va a rivelarsi come un monologo sulla vita, sulla “inevitabilità e la dolcezza del venire al mondo, del diritto di crescere e di essere”,  di una sacralità qui per questo  rigettata nel verbo che non riesce a farsi carne.

Terminali, ancora, nelle stazioni d’arrivo di esistenze che vanno a frantumarsi e a spegnersi nel dolore di quel nulla che reciprocamente siamo portati a stimare, e a cui di contro una scrittura nuda, aperta, nel caso nella franchezza di una fede senza edulcorazioni ove la proposta della Chiesa è al rischio di “un Cristo che è un’idea e non una realtà”, e dunque disincarnato, offre e soffre pienamente la scena.

Dove per quotidiano accadere la desolazione, annulla e perverte, l’impasto che è già uno, dell’uomo e del Dio colpiti, dell’uomo e del Dio alla prova di un buio che si nutre di scarti, ha la sua riemersione nella presa di incontro di un respiro che venendo dal Figlio si fa speranza proprio là nel carico della disperazione e della detersione dove tutto sembra spegnersi.

È il caso ad esempio di In exitu (1988), nella vicenda del giovane omosessuale in agonia per overdose alla stazione centrale di Milano (dove appunto si prostituisce per droga) ma non quello, così almeno sembrerebbe, di quelle liricamente narrate in Diadémata, di due anni precedente, il libro forse più al nero della sua produzione (“terribile, fosco, agghiacciante, paranoico, assolutamente inconsueto in una letteratura arcadica e consolatoria come la nostra”- come subito dopo l’uscita ebbe a rilevare Bellezza sulle pagine de “Il Mattino”).

In venti scene di ordinario orrore come la cronaca tenderebbe a riportare nel facile costume di un’abitudine che tocca ad altri son riportate nello strazio dei corpi le rese delle anime nei conti con un’esistenza smarrita all’origine ed ora alla deflagrazione in una società segnata nell’annuncio di una fine alle porte.

Stupri, matricidi, incesti, vilipendi e calpestio di carne spogliata, recisa, insozzata in una requisitoria cui al furore della morte guidato tra campi e non-luoghi sembrerebbe bastevole solo la vita in sé, per quel che è,  o per quel che non riesce ad essere, per l’imputazione allo scempio.

Nel grado zero di esistenze “senza nome,/senza età”, nella consunzione di una degradazione portata nella inevitabilità della condizione (presto violati, presto negati, come la ragazzina del nono movimento: “troia essendo,/ fino in fondo./ A me/questo fu dato/ girotondo” ), il segno almeno della pietà nello scenario di una impossibile compassione, tolta all’uomo anche la liberazione della lacrima, sembra non esserci.

Eppure, è proprio là, a sapersi far penetrare da una parola che non si ferma dove l’odio latra il suo sangue è possibile avvertirne insieme l’invocazione, la remissione entro la sacralità di uno spazio che ha nella misura di un patire che tutto comprende la genesi partecipante del suo scandalo.

Grido, allora, o inno di un dolore che fatto carne non si perde perché si fa coscienza tra le crepe di notti che non cessano di bussare (come in “Dire non volle”) nella forma delle infinite ferite, degli infiniti Cristi agli ultimi rigurgiti.

Cristologia come filo teologico dunque come tra gli altri ebbe già scriverne il Cardinal Ravasi,  Christus patiens ma soprattutto Cristo addosso  nella immagine a lui così cara, , nell’unità di misericordia di una consegna e di una ricerca (ovunque) che tutti include perché nel legame come detto di una desiderata ed eterna figliolanza .

Se questo è il motore di una poetica che nell’esperienza del dolore come esperienza dell’umano ha saputo nella sua stessa sofferenza, nell’acredine spesso strumentale dei ritorni,  richiamarne l’inadeguatezza dall’ ideale dato nella condizione di un universale smarrimento, il sigillo così è della speranza.

Speranza intanto “dentro la volontà carnale dell’uomo e della donna” nel cui senso della nascita è iscritta non solo la comune memoria di un amore che ha eredità nel gioco stesso di Dio ma la rottura allora proprio da questa riconosciuta appartenenza di quel volersi da sé che ha nell’anonimato della riduzione dell’altro a proprio sistema il volto più pericoloso dello sradicamento e dalla separazione dalla storia.

Del potere, di ogni potere laddove la deviazione, perpetuata nella trappola di recisione dei legami, finisce col celare nell’omologazione e nel nichilismo di interessi economici, sociali e culturali una chirurgia esistenziale che solo un attenta verità su se stessi può preservarne valori e ispirazioni fondanti in ciò che è autenticamente umano.

In Testori lo scoprirsi finalmente, o di nuovo, figli di un “Padre a cui tornare ed essere” nel senso gioioso e destinato del sapersi in una progettualità innamorata, perché desiderata, pronunciata, cercata è iscritto in questo, in una corresponsione artistica la cui certezza è appunto tutta nella presenza del Padre.

La cui ricerca nella Sua speranza, come ben evidenziato da Michele Del Vecchio, a proposito del lavoro pittorico sulla Croce e l’immagine di Cristo, va racchiusa nella fermezza di pochi ma strattonanti interrogativi :«In quale luogo si può fare, oggi, esperienza di Dio?» , «Quale Dio esiste? E dove si trova?»

La risposta, nella polifonia delle sue voci, è stato cercare Cristo dove Cristo è cacciato, in se stesso, negli altri, nella consapevolezza di spinte trasformanti i luoghi del vivere in odio, e l’odio nella sua violenza, nella “forma suprema nella società attuale”, indifferenza.

La risposta è proprio dove la speranza appare chiusa, nel cortocircuito di cuori inascoltati, fiaccati, sovente vinti e senza più rimandi e dunque soprattutto in quello dei giovani così amorevolmente ritratti e definiti nel tradimento adulto delle ispirazioni.

Una speranza che con loro e da loro si leva entro una scrittura che ha nel vortice di un’antica alleanza che non recede il suo più duro e meraviglioso duello; a fronte di tempi ed uomini nella negazione della morte la sfida della Croce nel Cristo della Grazia, la bellezza redenta dell’immagine nella somiglianza della vita.

Nella vitalità di una sostanza che muta il pensarsi, fedele a questo paradigma di fede, la poesia allora nelle indicazioni di Testori ha ancora un cammino, primordiale sempre come l’annuncio cui la sua attesa captando va a servire nel reclamo che mostra il suo bisogno.

L’amore, l’eternità come vizio.

 

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Gian Piero Stefanoni

nato a Roma nel 1967 dove si è laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta poetica In suo corpo vivo (Arlem edizioni), cui son seguiti diversi titoli, l’ultimo dei quali La città che sale. Connubi, Ladolfi Editore 2026. La costanza del cielo per Il ramo e la foglia edizioni, Roma 2024. Presente in volumi antologici, suoi testi oltre che essere stati pubblicati in antologie e riviste del settore sono stati tradotti in Spagna, Malta, Grecia,Cile, Venezuela, Argentina. Sulla sua poesia con Francesco Di Ciaccia è del 2023 Di novembre (alveo) e la poetica dell’aderenza (Stampa Eliografica Correggio, col supporto nominativo dell’Archivio dei Cappuccini Lombardi, Milano, 2023). Già collaboratore con “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada” è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni”. Dal 2013 sempre per la poesia è recensore di poesia per «La Recherche.it» (per i cui ebook è uscitonel 2017 il lavoro sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti Laterra che snida ai perdoni) e dal 2014 giurato del Premio «Il giardino di Babuk  Proust en Italie». Tra i riconoscimenti ama ricordare i più lontani, il “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza” nel 1997, entrambi per l’inedito, e l’ultimo nella sezione poesia religiosa di «Arte in versi»nel 2021.

 


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