Daniele Baron – Il Cantico di Hermes

Da “Nigredo”: Cane-lupo, Fortuito destino (pp. 17-18 e pp. 25-27)

                                                   Cane-lupo

Sogno di un cane

mi accontento di ringhiare domande
e non mollare la presa, ma per gioco.
I tuoi comandi? la mia Legge
a cuccia fiuto l’osso
del mio futuro
e corro a più non posso
da e verso quella mano che bastona e sfama

ma sognai un giorno di avi
non più con occhi vigili per il gregge
e placidi nella ferocia ignara del tempo
leccarsi con fierezza il pelo
senza cura di casa o focolare,
reggitori soli di tane
e vidi i loro gialli denti affilati
come sbarre di cancelli al confine di piaceri
rudi e vividi e innocenti
seppi dell’odore del sangue
e della fame che rende bruti
e scheletrici di bellezza e di morte

davanti a loro
ero nudo e vergognoso,
sempre steso all’uscio delle porte
al margine del tepore che volevo abitare
Io, che al sapere della terra preferivo il cielo,
annusavo impudico le parti basse di Dio
per strappare una carezza
caritatevole e falsa
per una dolce schiavitù
di guaiti in feste zuccherate
nel presente degli avanzi dell’umano…

 

                                                                   Fortuito destino

Lezioni di positivismo

È forse debolezza saper cantare?
e pensarsi unici?
e credere di calpestare la terra come un diritto
innato inalienabile?
e tenere nel pugno stretto il fazzoletto di tempo
a noi concesso, tastando il nodo
per un anniversario sepolto?
e mostrando i denti
sfidare la sorte
senza saper a chi inchinarsi
riconoscenti?

tutto è già stato detto
tutto già vissuto,
uno di noi non vale l’altro?
altri mille sosia
sapranno amare,
mentire e ridere e piangere come me, come te?

da sempre si ripete il fortuito destino
che tiene i fili
se c’è scampo, le illusioni gridano opache vendetta!
se c’è speranza,
la cenere offusca gli occhi!
se c’è bellezza,
l’ingiustizia l’accompagna come sorella stringedole il grembo!

senza alzare il capo
periamo soli e confusi tra mille altri

abbiamo creduto a una nenia infantile:
come scavarsi la fossa in una scatola di biscotti
e inumarsi al suono del carrillon –
ma in un vortice meccanico
la sgraziata ballerina ci invita
a prendere congedo dall’arrancante melodia che la muove
prima che silenzio soffochi le ultime note singhiozzanti
poiché non ha anima il suo cuore di metallo…

tu conoscevi il timbro nascosto
che poteva fare di me lo strumento perfetto,
e non solo uno scordato organetto

per caso ti ho incontrato
(o tutto era scritto?)
hai profferito le giuste parole
(perché credersi oracoli?)
astute manovre hai architettato (perché chiamarle arti magiche?)
alludendo a sogni gonfi di simboli (ma siamo sicuri che la veglia non
suggerisca immagini che il sonno non concede?)
a vaghi segni (probabili tracce insignificanti che solo sotto il tuo
occhio astuto si compongono?)
tutto un ordine, ordito intorno a me:
sapiente lavoro di ragno (o fata?)
un incanto che non inganna (o sì?) l’artefice
maligna coscienza che distanzia
(o innocente abitudine a mentire?)
per abbracciare senza ritegno,
tu, abituata a calcolare con godimento sadico,
– esperto meccanico di sentimenti –
ti ostini a fingere di aprire al mondo gli occhi
ogni giorno come se fosse il primo
con simulato sguardo di bambino

amavi creare intorno a te un alone oscuro per irretire gli stranieri e lasciarli sempre al confine con brama di essere ospitati – mentre la luce al neon stupra il tuo segreto che si mostra per com’è: oscena inflorescenza che segue il proprio cieco e millenario istinto (credevi forse che fosse unico e prezioso il tuo dono? non quel marcescente vezzo che neppure ti appartiene?)…

 

 

Da “Albedo”: Coda, Foglio bianco (pp. 40-44)

                                               Coda

Se dovessi paragonare a qualcosa la mia scrittura – i segni sparsi che io vergo su questi fogli consumati dal sole e dalla notte – l’avvicinerei a ciò si trova in punta alla colonna vertebrale dell’uomo, a quell’ultimo pezzo a punta, tecnicamente il coccige dell’osso sacro, quell’appendice ricordo della coda animale. Sappiamo che nell’animale la coda di solito ha differenti funzioni sia motorie che sensibili precise. Nell’uomo il moncone rimasto più nessuna, ecco allora che è solo un ricordo fossilizzato di una coda. Possiamo considerarla una scheggia di ricordo dell’animalità dell’uomo. Non l’unico ricordo e neanche il più appariscente o significativo a prima vista. Ma è proprio il suo celarsi a renderla ancora più interessante. Se fosse sotto gli occhi di tutti sparirebbe. Ora che è nascosta e solo il pensiero ci ricorda la sua discendenza, è più facile che la rivelazione della sua presenza ci lasci senza parole. Tutti i sentimenti alti e nobili, la nostra dignità, il nostro onore, la nostra umanità, il nostro coraggio, tutto ciò che ci fa commuovere ed innamorare, la poesia, l’arte, la letteratura, le grandi azioni, tutte queste cose devono tenere conto del fatto che siamo animali e che perciò abbiamo la coda, o almeno il ricordo di essa. Quest’associazione susciterà il riso in chi legge, si penserà ch’io voglia scherzare o quanto meno svilire ciò che “alto” avvicinandolo a ciò che è “basso”. Ma come? Lo spirito e lo strumento forse più perfezionato per esprimerlo – la scrittura – stretti fratelli del nostro istinto, dei nostri impulsi, della nostra animalità? È normale ridere: si ride perché d’improvviso crolla ogni argine costruito ad arte dal pensiero, perché si ha l’intuizione vertiginosa di ciò che si voleva scordare.

Certo, questo non è che un gioco! Non posso negarlo, ma non sono mai stato più serio. Voi vi dite: meglio scordare l’ascendenza, gli antenati non ci interessano, interessa ciò che l’uomo è ora, non da chi deriva, la sua scrittura meglio paragonarla ad altre parti del corpo, in zone più in alto, vicino alla testa o al petto, lontano da quelle paludi equivoche!

E invece insisto: la scrittura non è altro che la coda ormai inesistente dell’uomo, ricordo del suo essere animale. Mai dimenticare la genesi, il “da dove” di ogni cosa.

Strano, non ci pensiamo mai, ma quel moncherino senza funzione è la nostra coda. Sembra del tutto privo di rilevanza pensare alla propria coda, ma io dico che sarebbe bello averne una più lunga, il cui movimento sarebbe immediata espressione della personalità del padrone. Solo l’immaginazione ormai può farcela allungare. Non sarebbe meglio averne una in carne, pelle ed ossa? No, poiché io credo che sia proprio la sua assenza a farci scrivere, scrivere e scrivere per sopperire alla mancanza. Avessimo una coda vera e propria, forse ci basterebbe muoverla per comunicare qualcosa all’altro, all’amata ad esempio, pensate come sarebbe strano conquistarla con il movimento di coda senza dover sprecare parole o poesie, rime, allitterazioni, chiasmi! Voi protesterete che sono troppo semplice, che una coda in ossa, pelle e carne non potrebbe mai sostituire la complessità della nostra bella e nobile scrittura, che l’accostamento bislacco non reggerà mai ad una critica seria. Io controbatto che la scrittura è solo un mezzo impreciso e depotenziato che prolifera in assenza di meglio, che una coda vibrante – che sa sempre cosa fare, che va dritta allo scopo, che eprime emozione e movimento – saprebbe più e meglio comunicare ciò che è necessario comunicare. E tuttavia ormai, come detto, solo l’immaginazione ci può far allungare la coda e la sua assenza è ciò che sviluppa il surrogato: la scrittura.

Ecco allora che ogni scrittore ha una sua particolare coda: c’è chi ha la coda di cane, e perciò scodinzola spesso e l’abbassa quando si sente colpevole, chi l’utilizza come un gatto per mantenere l’equilibro nella corsa e quando è nervoso la sbatacchia di qua e di là e la gonfia e la drizza quando vuol fare impressione all’interlocutore, oppure la utilizza come cuscino quando vuol riposare, c’è chi ha la coda setosa di vacca, che utilizza muovendo ritmicamente quasi senza motivo e senza espressione, la cui unica utilità sembra essere quella di allontanare le mosche. Chi ha la coda di pavone, chi di gallina, chi di fagiano, chi di topo, chi di lupo, chi di scoiattolo, chi di orso. Può darsi persino che si possa avere una coda di maiale. Adoro chi nella coda custodisce il veleno, come uno scorpione, e sa come chiudere un brano con sagace e pungente ironia, senza lasciare sospesi, chi conclude il discorso con una stoccata letale…

Foglio bianco
Bianco, senza alcun segno
il foglio dell’anima che nasce con noi
per poco si conserva candido
e piano –
subito zeppo di cancellature
e margini superati e macchie
e storti caratteri, e sbavature
e grafia nervosa,
s’ingiallisce per poi assurgere
con commovente superbia a eternità

qualche lontano discendente troverà queste righe
per caso o apposta, non so
scrivo solo per lui

(ricordo ancora le lettere tonde
che a scuola da piccolo compitavo
non indovinando ancora che quelli
erano i primi segni, privilegiati
panciuti – goffi – anch’essi con il grembiulino blu –
cerimoniosi e belli –
incerti e insieme perfetti
novelli primi passi nella scrittura)

ogni tratto, anche il più piccolo, s’ispessisce
recita la parte di ciò che dura
ogni segno è piega

è piaga

o supplica al cielo –

come uno spalancarsi delle labbra
in riso sguaiato
o in pianto
mido di perle,
le mani contratte e le cosce aperte –

l’amore panico del creato
insieme al sapore salato delle lacrime

fa andare a fondo la barca:
l’iniziale candore
di ciò che nasce per poi dover morire
non permette il galleggiamento –
solo il naufragio è il desiderato compimento
del viaggio

si salpa nascendo alla meraviglia
e si approda serbando il mistero
senza nulla aver saputo,
unica nostra consolazione è
aver riempito quel bianco foglio
per posteri che ignoriamo,
uomini come me come te in ogni tempo,
spauriti e folli per il medesimo
millenario smarrimento

“Il Cantico di Hermes” è una sperimentazione letteraria che ha come filo conduttore la ricerca sul linguaggio, e che, per esprimere la sua massima potenzialità, ha bisogno di continue variazioni di registro. Nel testo si riscontrerà la riflessione filosofica, prosa poetica, poesia, dialogo teatrale. Come nei laboratori degli antichi alchimisti si fondevano i metalli per ricavare l’oro, così nel crogiuolo del Cantico si alternano e armonizzano differenti stilemi, a partire dalla consapevolezza che è la scrittura stessa, nei suoi momenti migliori, la vera pietra filosofale


3 risposte a "Daniele Baron – Il Cantico di Hermes"

  1. “Io, che al sapere della terra preferivo il cielo,
    annusavo impudico le parti basse di Dio
    per strappare una carezza
    caritatevole e falsa
    per una dolce schiavitù
    di guaiti in feste zuccherate
    nel presente degli avanzi dell’umano…”

    versi che, nella loro tensione, toccano corde profonde. Ci segnalano, come dice l’autore, “l’animalità”, il ricordo che ne abbiamo; un confine in realtà labile ma che è bastato a stabilire distanze incolmabili, alla sopraffazione stessa dell’animale, ma anche, inevitabilmente, alla nostra fine. È anche un discorso sulla poesia, sul come come usiamo quella parvenza/ricordo di “coda” (l’animalità che è in noi): “Adoro chi nella coda custodisce il veleno, come uno scorpione, e sa come chiudere un brano con sagace e pungente ironia, senza lasciare sospesi, chi conclude il discorso con una stoccata letale…”

    Grazie a Daniele Baron e che questo cantico trovi la fortuna che merita.

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  2. mentre leggevo le ultime righe di “Coda, Foglio bianco” (ottima dissertazione circa l’umana elaborazione del lutto – l’assenza di una coda – mediante la scrittura) mi è venuto da chiosare che nell’umana società post-industrale di massa (quella del supermercato globale, dove “in mass media stat virtus”) le cose sono molto cambiate. gradualmente, anche la scrittura s’è atrofizzata – si veda in proposito https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/02/tecnologia-il-tramonto-della-penna-biro-salviamola-ma-chiediamo-anche-i-pc/1105021/ – e come metadone che ci aiuti a sopportare meglio il forte senso di vuoto oltre-coccigeo che angoscia l’umanità da millenni, ora – mirabilia della massificazione consumista – va per la maggiore la coda alle casse…
    : )
    i versi, invece, mi hanno lasciato sensazioni un po’ conflittuali: a tratti, una verbosità eccessiva mi sembra diluire l’essenziale (tipo la forza di “annusavo impudico le parti basse di Dio”, di “come scavarsi la fossa in una scatola di biscotti” e di “uomini in ogni tempo / spauriti e folli per il medesimo / millenario smarrimento”). non so se la “ricerca sul linguaggio” di cui ci parla l’autore implichi per l’appunto uno smarrirsi in esso, cosa che non sarebbe affatto grave, anzi: proprio somatizzando il malessere altrui fortifichiamo l’empatia, e, in ogni caso, solo smarrendosi ci si ritrova, eh eh… mi sfugge quindi se, specie in “Lezioni di positivismo”, qualche registro un po’ troppo enfatico a mio nanomodo di sentire, sia funzionale ad obiettivi altri rispetto alla “parafrasi” poetica che qui mi sfuggono. nel complesso, comunque, una lettura ricca e stimolante.

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