Emilio Capaccio: Sant’Antonio Abate (racconto inedito)

Emilio Capaccio
 
SANT’ANTONIO ABATE

La musica ha bisogno della cavità del flauto
le lettere della pagina bianca
la luce del vuoto della finestra
la santità dell’assenza di sé.

Anthony De Mello

Nel diciassettesimo giorno del mese di gennaio, che si spera possa passare rapido come una breve transumanza di nubi, senza spargere troppe ecchimosi di gelo sulle porte, una coltre azzurrata corona il bulbo dei lampioni.

Le luminarie di Natale, appese sotto gronde che mostrano una nudità indecente di forme ruvide e squadrate, sono state lasciate all’orbita del loro pigro passatempo di festa, in una girandola più stanca di luci intermittenti, con qualche lampadina annerita dalla cenere migrata dai giorni.

L’aria è rigida e illividita. Taglia la faccia, sotto sciarpe e berretti pruriginosi, un vento energico e brusco, immerso nel pieno inverno precipitato sulle code nevose dei merli, tornati troppo presto dai loro ricoveri estivi.

A volo d’uccello, il paese sembra un bacino angusto di caseggiati centenari, franati voluttuosamente gli uni sugli altri, in mezzo ai quali svetta, di tanto in tanto, una cupola di bronzo di qualche fredda dimora di Dio.

I cani, sommi chiromanti, decrittatori di umori e immagini invernali, periti infallibili di grafie d’ombre sui muri mal illuminati, a una certa ora del corto pomeriggio, adducono i loro olfatti dentro la fredda oscurità dei vicoli, che portano a una notte parallela, un luogo imprecisato di un cosmo equidistante, avvampato da roghi e vocii, dove non si mostra l’aggravio del tempo.

Essi sanno dove andare. Vagliano labili indizi d’inquietudine nelle acute folate del vento.

Con ruvido raspio di unghie sui lastricati, si spingono avanti, attratti dall’odore di carne che rosola sulle braci e dal calore delle fiamme che mettono in scena — nei larghi spiazzi degli isolati in cui sono stati edificati cedevoli impalcature di brevi teatrini — le loro patetiche visioni oniriche, dietro greggi di scintille che ascendono vorticosamente al cielo da ceppi rimestati con attizzatoi unti di grasso.

In ogni stretta, eremitica, via, dal nome mistico o inconoscibile, falange di piccoli rioni, ornati da bianchi archetti o porticati di calce, agli spigoli delle facciate, sotto cornicioni scalcinati, davanti ai lucchetti di piccole botteghe, macellerie, saloni, sulle cui insegne tacciono omertose strettoie di finestre, sono state accatastate, per i solenni festeggiamenti, le flaccide vecchiaie dell’inverno.

Un nugolo di facce, dai grugni screpolati, hanno condotto ai roghi fastelli di ramaglie secche — generose oblazioni della stagione della potatura — basamenti fracassati di legname, sedie di paglia sghembe, impilate le une alle altre e cadute in disgrazia, sulle quali un tempo sedevano sciami di anni passati davanti al leggio dei loro brevi romanzi ingialliti; cartoni, scarpe, cenci di vecchi corredi, ogni sorta di utensileria di sbratto e cianfrusaglie, esumate da cantine scavate nell’utero roccioso della montagna, impregnate di muffa e soffocanti di afrori di topi.

Già alle prime avvisaglie della macilenta ora pomeridiana, con un predetto epilogo di rapida oscurità, dopo la messa di benedizione del santo patrono, le focare hanno preso ad agitare nell’aria le loro volubili criniere di fuoco.

Hanno copulato al riparo dal vento, aggredendo i ceppi più grossi e nerboruti che hanno lanciato il loro ultimo grido immorale, esalando con un odore umido di terra e funghi di bosco.

Si sono moltiplicate come enormi fiammiferi che esplodono azzurri crani di zolfo in ogni punto remoto di un’intima cosmografia di casupole e crocicchi, nel secco crepitio dei loro azzardi alla notte.

Hanno dorato croste di pane raffermo, abbrostito avellane e castagne; si sono alimentate nello spirito dei vini che gli essenti hanno consacrato a una pagana eucarestia, osservando con occhi lacrimosi le mobili guglie di fuoco, accovacciati intorno a timbri tondeggianti di cenere e tizzoni.

Le bancarelle, seminate lungo marciapiedi sconnessi, calcati da etnie di scarpe e stivaletti che incrociandosi si salutano e dimenano i lacci con affettazione, sembrano carrozzoni di un fantasmagorico convoglio, orlato da due fila di lampadine colorate.

I generatori fanno andare una melodia che sembra trascinarsi con un cesto di esili note, in un singhiozzante ritmo a manovella, declamando a orecchi informicoliti il randagismo delle sue precarie semicrome alzatesi in volo, pestando i muri e risalendo le mutrie sonnolente dei caseggiati fino all’oscurità.

Lesti marmocchi, evasi dagli artigli delle madri, si sono adunati al barroccino delle liquirizie e delle caramelle al lampone.

Poi, ripartono spediti in una canea frenetica e chiassosa, urtando coppiette trasognanti che rosicchiano lune bianche di cocco, sorvolando baccelli sgargianti di passeggini, infilandosi fra le caviglie di vecchie dai bacini sciancati e malate di elefantiasi, dalle cui scarpe slargate, i piedi sembrano esplodere in un indicibile soffrimento, senza far scalpore.

L’omone con i mustacchi e la moglie bassa e tarchiata, con una veste lunga e torbida, seduta a gambe lasche vicino alla tinozza dell’acqua bollente, osservano l’andirivieni abulico della folla nei pressi del fontanino, che transita con facce scialbe e disattente all’agonale appello di una pannocchia cotta con uno spruzzino di sale.

Poco distante, un venditore di miele ha tutte le tonalità dell’ambra dell’autunno, in vasetti chiusi con carta fissata da spaghi e piccoli oboli di etichette, dicendo, alle ninfe plebee del paese, che porta ambrosia da lontane terre dell’Olimpo.

Alla chiesa madre, aperta tutta la notte, sono andati a constatare il rigor mortis del santo, incastonato in una nicchia a mezza altezza della navata laterale, vecchi barbogi, generali a riposo dalle loro vite che avevano imbarcate un tempo su bastimenti militari per lontane guerre d’Africa; stecchi di pruni senza linfa con lo stomaco accartocciato nei reni e il rantolo catarroso di una bestia moritura.

Con loro, vegliarde sciatte e fuligginose sopravvissute a cento lutti familiari, ornate da unti macadòr e scialli di lana, che coprono scapole sprofondate nelle cisterne dei loro corpi allentati o decaduti per sempre su un fondo di putrefazione, dove anche l’anima giace, già disposta a uno stadio letargico di dormiveglia.

Sant’Antonio Abate, sant’Antonio del Fuoco, sant’Antonio l’Anacoreta, è là: tra i cassonetti dei rifiuti, sui lastricati solitari di fosforo e di guazza, lungo scalinate di marna che deportano a vicoli di mondi inferiori, sotto il livello della strada, in tutti i tratteggi della notte, con la sua cappa oscura di pandemonio, il suo capitale di miracoli e santità, con le anime morte, con tutte le tentazioni dell’uomo e il fuoco degli ardenti.

Io mi stacco dal racemo annodato a una estremità del banco dei giocattoli e mi sollevo nell’aria. Qualcuno fissandomi esclama:
— Guardate! Un palloncino con la faccia da coniglio!

Sorrido a una esclamazione di stupore della folla che mi fa cenni con le mani, poi divento grave, ombroso di sospetti, nell’inquietudine della mia rapida e irripetibile apparizione. Svanisco per sempre nel buio della notte.


2 risposte a "Emilio Capaccio: Sant’Antonio Abate (racconto inedito)"

  1. Sono un ateo che ama l’agiografia e Sant’Antonio Abate ha sempre avuto un posto speciale per me. C’è da aspettarsi dall’eremita egiziano le pene dell’inferno (il fuoco di Sant’Antonio!) o degli autentici miracoli (penso alle tentazioni di Bosch nel Museu das Janelas Verdes). Mi sono quindi accostato alla lettura curioso di vedere dove andava a parare, di che fuoco o miracolo si sarebbe trattato… e gli umori del freddo fragore invernale, gli spiccioli del natale di altri tempi mi hanno portato in dono un palloncino che mi concilia con la notte e la magia della scrittura. Grazie Emilio.

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