da “Lo Scrigno, i Bagliori, le Cose” di Carlo Alberto Simonetti

 

Lo Scrigno, i Bagliori, le Cose“:

un viaggio verso l’interno, attraverso poesia, mito e simbolo. Di Domenico Cialfi

 

C’è in Carlo Alberto (Simonetti) il bisogno, proprio del poeta, e del poeta lirico in particolare, di commisurare tutta l’esperienza personale, anche quando il poeta, il lirico, si mostra come scrittore di prosa e di teatro, addirittura quasi si fa saggista. Certo, confesso di aver conosciuto Carlo Alberto, pur non avendolo allora ancora conosciuto di persona, più che altro come autore di racconti e narrazioni, ‘fiabe’ lui amava ed ama definirle (che poi venivano divulgate dalle onde di una radio locale); ma nei suoi lavori c’è sempre stata tanta liricità, che da sempre lo si può senz’altro comprendere tra gli scrittori poetici, non tra i prosastici. D’altra parte uno scritto come  “Lo Scrigno, i Bagliori, le Cose”: un ‘poema’, un ‘saggio’, o quant’altro sul piano dei generi, risulta un “Carlo Alberto par lui-meme” che corre tutto sul filo dell’autobiografia, essendo appunto un Versuch, un ‘tentativo’ (o così a me piace immaginarlo) di ripercorrere, in un ‘apparente’ punto di approdo, ciò che per l’estensore stesso, non è un ‘tema’, ma il suo ‘problema’, cioè l’interiorità dell’uomo. Ma che l’interiorità, a tratti passibile di sconfinamenti nella depressione e nella melanconia, (più di sovente nella ribellione quando l’autore era più giovane) non toglie che essa sia anche un nostro problema, uno dei temi di fondo da affrontare nella società cosiddetta postindustriale, stanca di troppe cose, perfino di ripetersi in modo sempre più spettacolare.

Eppure, l’aria di metter giù tutto quello che passa per la mente, con una scrittura di tipo automatico, magari informata da un forte Know-how, e nonostante la mole, può essere appunto la prima impressione suscitata da questo ‘poema’, al di là del ‘gioco’, tutto strutturalistico, teso a voler scompaginare ciò che è invero altamente compatto (e, per inciso, suggerirei che la veste della sovracoperta dell’edizione, o l’interno di prima pagina riproducesse la prima pagina del testo originale a mano dell’autore che spero esista (avendo io letto soltanto la stesura dattiloscritta)). Certamente la scrittura sembra svolgersi come un nastro in cui i trattini interposti fra possibili domande ed eventuali risposte di questa ‘indagine’ sull’interiorità si amalgamano in una sorta di ‘racconto’ o meglio in un ‘monologo a racconti’ (data la disposizione di Carlo Alberto al trattamento frammentario di un argomento) dove l’autore spesso si sdoppia: interroga ed è l’interrogato, svela ed è svelato, secondo un’alterazione della normale percezione/rapporto di soggetto ed oggetto.

Fin dal primo titolo (“Lo Scrigno”) e dall’attacco/invito brusco (per i tempi che viviamo) e straniante (“Lo apri e sei abbagliato di stupore!/esce indistinto con i suoi bagliori e …/non sai più se esiste … per lo scrigno,/ per la loro luce, o per le cose!”) il tutto assume subito un che di un’istruttoria ‘spietata’  (mai sentenze impositive e moralistiche, comunque, di chi si illude con arrogante prosopopea di possedere la ‘ben rotonda’ verità per sé e per gli altri) a cui Carlo Alberto ha deciso di sottoporre se stesso con un richiamo all’esperienza del mondo esterno che rappresenta un filo realistico circa le cose che può anche apparire, talvolta, come un espediente. Ma via via sembra proprio di assistere ad un’autoanamnesi che procede a brevi domande (anche di sottotesto) e frammenti di una visione e lunghe risposte ed immagini sontuose sull’onda della parola poetica avvolgente che diventa ‘tirannia’ del simbolo, rivelando a poco a poco una trama ed un ordito intessuti dall’autore con un doppio intento: contagiare il lettore con la ‘descrizione’ dell’indagine della propria interiorità perché si riconosca in questa fondamentale esperienza e portarlo poi a riconoscere quanto l’interiorità sia importante per l’autore nel processo creativo a sfondo contemplativo.

Carlo Alberto, con una delicata sferzata sul volto fin troppo truccato di questo sontuoso e fascinoso Occidente, si avvicina a quel piccolissimo libro impossibile che per Edgar Allan Poe doveva intitolarsi: “Il mio cuore messo a nudo” e ci fa riflettere su un mondo bombardato non dall’atomica, ma dall’irrealtà, dall’assenza di pensiero dei mass-media, dalle falsità sul degrado distruttivo della natura anche umana: un mondo dominato e dannato da una fretta del fare incalzante e brutale, non certo ispirato ai tempi dell’interiorità e della creazione poetica che suggerirebbe meno quanto vada fatto che quanto possa essere tralasciato, il che è l’esatto opposto dell’efficienza.

 Il mito, si sa, appartiene (ben lo sa Carlo Alberto e ce lo mostra fattualmente nello “Scrigno, …”) alla stessa natura della poesia.

Tradizionalmente, però, nell’ortodossia delle fedi più diffuse gli esseri e gli eventi mitici sono ritenuti ed insegnati come fatti reali, perché pietrificati in una religione, magari a scapito dello stesso sentimento religioso, la religiosità.

Parimenti la dominante cultura scientista ha sempre ritenuto che la magia, la religione, i miti fossero indirizzati al controllo, come fine ultimo, della natura esterna: la magia meccanicamente, attraverso atti imitativi, la mitologia religiosa con preghiere e sacrifici rivolti a quelle potenze personificate che si supponeva controllassero le forze naturali.

Non aveva certo compreso tale cultura quanta importanza i miti potessero avere per la vita interiore, e così si è ritenuto che, con lo sviluppo della scienza e della tecnologia, l’intero corpo poetico-mitico-religioso sarebbe definitivamente scomparso, dato che gli scopi e i fini che perseguiva sarebbero stati conseguiti più efficacemente dall’apparato scientifico- tecnologico.

In piena modernità, la stessa psicanalisi freudiana, dopo aver riconosciuto che i miti appartengono allo stesso ordine psicologico dei sogni (i miti, per così dire, sono sogni pubblici e i sogni sono miti privati), li relega entrambi, però, essendo il sintomo della repressione dei desideri incestuosi dell’infanzia, al rango di manifestazione patologica. Errori, dunque, da ricusare, superare e, infine, sostituire con la scienza.

L’unico approccio completamente differente (che Carlo Alberto sembra aver introiettato) è rappresentato da Carl Gustav Jung, nella cui visione l’immaginario mitico-religioso serve a fini positivi, che favoriscono ed incoraggiano la vita. La nostra coscienza, orientata all’esterno, indirizzata alle necessità del quotidiano, può perdere il contatto con queste forze interiori: allora i miti, afferma lo psichiatra svizzero, se interpretati correttamente sono il mezzo in grado di riportarci a contatto con esse.

I miti ci parlano, in un linguaggio figurato, poetico e simbolico, dei poteri della psiche da riconoscere e integrare nella nostra vita; poteri che sono comuni allo spirito umano da sempre e che rappresentano quella saggezza della specie per mezzo della quale l’uomo ha attraversato i millenni.

 “Può sembrare in un primo momento che i simboli delle più importanti religioni abbiano ben poco in comune”, scrisse un frate cattolico-romano ora scomparso, padre Thomas Merton, “ma quando arriviamo ad una comprensione migliore di quelle religioni e vediamo che quelle esperienze che sono il compimento del credo e della pratica religiosa vengono espresse in modo estremamente chiaro attraverso dei simboli, possiamo giungere a riconoscere che spesso i simboli delle varie religioni hanno forse più motivi in comune delle rispettive dottrine ufficiali formulate in modo astratto”. “Il vero simbolo”, egli afferma, inoltre, “non vuole soltanto indicare qualcosa d’altro, ma contiene in se stesso una struttura che risveglia la nostra coscienza ad una nuova consapevolezza del più riposto significato della vita e della stessa realtà. Un vero simbolo ci conduce al centro del cerchio, non ad un altro punto della circonferenza. E’ per mezzo del simbolismo che l’uomo entra emotivamente e coscientemente in contatto con il suo io più profondo, con gli altri uomini, con Dio (…) ‘Dio é morto’ (…) significa che i simboli sono morti” .

Il poeta e il mistico sanno contemplare le immagini di una rivelazione come una fantasia attraverso la quale viene trasmessa anagogicamente un’intuizione della profondità dell’essere, il proprio essere individuale e l’essere in generale.

La prima condizione, quindi, che la poesia deve soddisfare, se vuole ridare significato alla nostra vita moderna, è quella di spalancare le porte della percezione alla meraviglia, terribile ed affascinante, di noi stessi e dell’universo.

Carlo Alberto con il suo “Scrigno,…” si è fatto orecchie, occhi e mente di sé stesso e dell’universo e sembra aver fatto compiutamente sua l’affermazione del poeta William Blake: “Se le porte della percezione fossero terse e nitide, ogni cosa apparirebbe all’uomo così com’é, infinita”.

 

 

Lo scrigno

“ Lo apri e sei abbagliato di stupore!
esce indistinto con i suoi bagliori e…
non sai più se esiste… per lo scrigno,
per la loro luce,
o per le cose!”

 

Cose

T’incontro!
E talvolta come venissi in un bisogno, mai soddisfatto, di tanto tempo fa.
E da uno spazio, anche! lontano.
Noto, notissimo,
quasi un appezzamento del patrimonio, che s’accresce! s’accresce!
Mi si accresce.
Si moltiplicano gli esiti delle emozioni. E sono ricco, ricchissimo di sogni.
Ho corazzato il mio seminterrato all’uopo!
Mi lasciai andare! prevalse la piena, mi sedusse! e…
non “mi riesco di ritrovare me”.
È stato sedotto e portato via da acque infide, tumultuose. Me.
È ancora là! È così lontano: “allora”! Avverbio di luogo remoto?!
Ma vicino, vicino come… non le cose, il profumo piuttosto!
Il profumo delle cose, il profumo, il profumo.
Puoi ripeterlo ogni volta,
e ogni volta ad una via diversa dischiude il suo grembo e fragra!
Non via! tu dici profumo?!…
e la via della fragranza s’impregna di possibilità incontenibili,
ed incontenute! ed esplode in un fremito: la planimetria d’un aroma.
L’aroma delle cose!
L’inesplorata planimetria: aroma delle cose. Di ogni cosa.
Il profumo! il profumo… delle cose, ma il sapore anche!
Il sapore delle cose per tutti i suoi cunicoli sconosciuti,
dove l’ebbrezza ti sorprende per la fragranza dei tini.
No! non sempre il sapore rallegra, il sapore è sapore!
Inebria, ma è sapore.
Il sapore delle cose, il sapore,
ma il sapore è un mare che ti prende e…
alla via così …
Di ogni cosa!
Talvolta invece possono più le forme.
Le forme! le forme delle cose…
le forme che ti prendono per le palle e s’estenuano nei sensi delle cose.
Vengono giù dallo sguardo e non sai trattenere le mani,
ma non sai di dove principiare,
ché le intuizioni sono gnomi di luce.
Viaggiano sui fotoni e le mani si levano.
Abbrancano, accaffano, acceffano, acciuffano, acchiappano,
ma non afferrano, né ghermiscono:
la forma, la forma delle cose.
La forma delle cose?!…
la forma, che scrutata si vela di forme… è svelata da gnomi di luce!
Ti lasciano una forma nelle mani, ed è già forma:
la forma delle cose. Di ogni cosa?!
È la consistenza delle cose, ed il suono delle cose anche!
Un’orgia dei sensi.
Il sapore dell’odore, nella vista del tatto: “L’ho udito!”.
O anatomia del consistere, per selezione, e torsione, e frammentazione,
o ricomposizione casuale e sistematica.
Ogni Getsemani significa torchio.
Il sapore delle cose?!
ed il suono di esse, il suono delle cose?!
mentre sono mostrate! nelle forme, le forme delle cose?!
e le mani si confondono,
il contatto s’ottunde e la consistenza delle cose sfuma improbabile.
La consistenza, la consistenza delle cose! Di ogni cosa.
Si smarrisce nell’odore delle cose.
L’odore, l’inesplorabile odore delle cose!
L’odore ancora vergine, forse!
L’odore delle cose. Di ogni cosa. . .
Scesi le scale per sentire i muscoli,
di solito assorti sulle qualità delle cose.
Mistica dell’Empireo?
o pantofole ostinate a non farsi scarpe?!
Sentii distinto il suono liquido
e la fragranza d’orina di colore giallo,
descriveva il suo rigagnolo sul pavimento nell’ingresso del mio condominio.
Di tra le gambe, una vecchia donna immota
con gli occhi in sorriso, spalancati,
orinava e ripeteva:
“Le cose… le cose… le cose…”
Luca la guardava, e sorrideva.
Usciva da lui una vena concreta di parole, non dette, né dicibili forse. Raccontavano di luoghi mai visti prima e li mostrò in una mano!
La sollevava, e distendeva le dita.
Passò esile la mano sulla guancia della donna che diceva e diceva,
senza ritmo né tono:
“Le cose… le cose… le cose…”
Luca la prese per mano e la guardò negli occhi.
Non una parola, non uno sguardo altrove,
non l’orina, non l’odore,
nient’altro che quelle rughe balbettanti da carezzare.
La carezzava, poi capì qualcosa, credo,
le scartò un cioccolatino, l’imboccò, e l’accompagnò di fuori.
Raccolse un gattino, glielo mise nelle mani, e tornò dentro, verso l’ascensore. Scese dopo un po’.
Ripulì con cura, e se ne andò!…
quell’eco continuava a rendermi inerme:
“Le cose… le cose… le cose…”
Sai che i palpiti possono stormire, Paolo?!
“Come d’autunno sugli alberi le foglie”
così stanno: la forma, il sapore, l’odore, il suono, la consistenza.
I cinque sensi, cinque! O piaghe d’una crocifissione.
Così stormirono le cinque foglie, e ritrovai… me, lì dove m’ero perduto.
Suoni, odori, tatto, vista, gusto delle cose…
e non avevo, né sapevo più le cose.
Le cose! tutto sulle cose, ma non le cose.
Crocifisse.
Forse dovrò riportare i sogni a piano terra,
imparare di nuovo la libertà d’ascoltare!
E chissà che nei bagliori,
le cose
non trovino una via
per sgranchire le loro gambe anchilosate?
Chissà che non prevalga il corruscare dei sogni?
Chissà che non mi tocchi di assistere alla destituzione delle scarpe?
Le pantofole! le pantofole?!
Le pantofole corona delle cose.

 

Le parole

Di tra le cose, le parole.
O galassie!
Navigano in ostinazione e pretesa d’una rotta
e cadono come ciottoli nell’universo – pensiero.
“Non so! non so la vita ! non perché ! non come!
Sto testimone di lettere e cifre alla deriva, e di fonemi, di gesti, di mimica, di sguardi.
Cadono giù: “clop”
e onde circolari s’estenuano nel limite del visibile.
Oltre?
Le parole si smarriscono e chissà quale rotta del pensiero hanno percorso?
Parole! le parole raccolte.
Mozziconi di parole raccolte sull’asfalto!
Senza nemmeno l’arte di piegarsi.
Uno spillo in fondo al bastone!
Basta infilzarle.
Maschile, femminile.
Se altro che mozziconi di parole? se altro con la pretesa di comunicare?
Un bastone di cartilagine auricolare, e perdi la cognizione del genere.
enunciati travestiti! parole da marciapiede! forzati della fase orale!
Certe volte restano a mezz’aria, tra il significare e l’inespresso
senza farsi mai spazzatura,
insinuano un clima banale, trascurabile,
anche gli aliti che le portano,
gli aliti amorfi, gli aliti insipienti, gli aliti modesti
rendono irrilevante ogni congettura,
inerte ogni sforzo,
inespressivo ogni suono.
Come le parole quando mimi d’uno stesso gesto, o tono, presumono di spaccare l’insipido.
E trarne, che so: l’ineffabile?!
Sterilità inane perfino di sé.
La parola è inerme.
Se ne fa di tutto,
la sua carica facente s’inerpica sulle chine delle vessazioni,
e… esalazioni, veleni!
La creatura dell’inerme è sempre un assassino.
Forgia “l’arme”, nel fragore, assorda, e rende muto il segno.
Qualcuno l’innesta alle grida,
su vettori monotonici, saturi di saccenza e
l’aridità è seminata in colture di culture,
o serre dell’utopia, o dell’arte, o della vita.
Si fanno materia che allega il palato,
o poltiglia calcaree che sfinisce le gengive, e la lingua di nausea.
Polvere di fragore
contro l’onde, nel mare del pensiero,
la rotta delle parole si svolge,
le parole, le parole che si precipitano
come chiatte nelle rapide delle emozioni:
“Non so! non so la vita ! non perché ! non come!
Sto testimone di lettere e cifre alla deriva,
e di fonemi, di gesti, di mimica, di sguardi.
Cadono giù: “closh”
affogate nella schiuma, sfogate nel vapore!
e tracce di sole onde circolari.
Oltre?
Le parole si smarriscono e chissà quale grotta del pensiero hanno esplorato?!
Dentro la galassia!
Chissà quale pianeta, darà… quale significato, alla parola?
Forse se nella luce d’una stella: arte.
O l’attesa!
Di riu dadà uresh! Dadi na stores sutren! Alicon nestar desash
Di riu dadà uresh! Dadi na stores sutren! Alicon nestar desash
Di riu dadà uresh! Dadi na stores sutren! Alicon nestar desash

Fragore frenetico che frantuma: “Cosa può franare dalla frase?”
quale clangore frastorna lo strepito dell’udito?
Brusio, bisbiglio. e boato:
borbottano, stridono, e urlano inauditi fonemi,
lettere e cifre, gesti, mimica, e sguardi.
Alla deriva, alla deriva!
Zattere mute stipate di rombo e baraonda!
Incagliate in un conato di sopore, e di rughe dallo sguardo blu:
estinsero la mutezza ondeggiando nel silenzio
gli occhi taciti che avvolgevano quasi senza parere,
quasi senza vedere,
quasi senza sentire.
Discreti avvertivano d’un calore pudico, riguardoso, puro:
il silenzio tiepido del significare che si fa parola solo per chi vuol udire.
Mi guardò dentro le parole, e… carico di tepore scese un suono
“Tu sei l’armonia della parola!
Dentro di te le loro note e l’armonia del cosmo,
la potenza d’un demiurgo”

Gridava un uccello ossessivo monotono:
“Dedalo. Dedalo. Dedalo. Dedalo. Dedalo. ”
Non spostava un alito,
cresceva una colonna di sale
e veniva in un fruscio l’avvisaglia d’un fragore d’alta marea,
e il dedalo di parole frangeva, ma:
incagliate in un conato di sopore, e di rughe dallo sguardo blu:
estinsero la mutezza ondeggiando nel silenzio
gli occhi taciti che avvolgevano quasi senza parere,
quasi senza vedere,
quasi senza sentire.
Discreti avvertivano d’un calore pudico, riguardoso, puro:
il silenzio tiepido del significare che si fa parola solo per chi vuol udire.
Mi guardò dentro le parole, carico di tepore scese un suono
“Tu sei l’armonia della parola!
Dentro di te le loro note e l’armonia del cosmo,
la potenza d’un demiurgo”
… d’un calore pudico, riguardoso, puro:
il silenzio tiepido del significare
che si fa parola solo per chi vuol udire!

e le parole sono parole di parole in un pensiero

*


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