Poesie da “Vicoli ciechi e Usci” di Carlo Alberto Simonetti

Vicoli ciechi
e
Usci

di Carlo Alberto Simonetti

 

poesie tratte da Vicoli ciechi e Usci (ed Thyrus 2007) di Carlo Alberto Simonetti

 

da Il perché e il senso

a occhi chiusi
afasia e desideri
smarriscono la mappa del cielo
senza narrare
senza sciogliere
la loro poesia

*

Ma tu guarda
con tutto il caos
che crea la vita
se a me doveva
capitare uno
con il carattere
che ho io.
Così distante da me!

*

Sono un libro
messo all’indice.
Non mi leggo
che di nascosto

*

Sul lago
unica, una stella si riflette.
La notte
un abbraccio solo.
Io e il riflesso.

*

da Vicoli ciechi

Ricordo le tue palpebre cadere
sulla mia pelle nuda
come petali di rosa
roridi di rugiada teporosa
ci inventavamo cieli
per sorvolare il cielo e nubi
per sorvolare distese di stelle
riflesse dal mare e odori salmastri.
Mari ci inventavamo per bagnarci
l’uno nell’altro
a oceani spalancati e odori salmastri
ci inventavamo uomo e donna
quali siamo e fummo
piovono d’allora
aurore boreali
sui nostri corpi e guanciali
con il pensiero malapena sfiorati.

*

Sì questa è una notte strana
di carta vana
e francobolli inviati
al telaio dell’anima arcana
di poesie e racconti
di narrazione singolare
la danza dei miei libri amorale
un po’ solitudine e un po’ corale.
Avere libri attorno
isola io e loro mare
migrazione di sogni a occhi aperti
scendono a leggerti loro
e la lettura di te tu inverti
e questo è l’amorale
che solo averli attorno
è uscio
e migrazione fatale
impostati nella notte tana
di una crescita strana

*

Sopra la volta è fumo
buono ma fumo
che finisce al filtro
evapora più leggero delle nuvole.
Sul fumo non si cammina
asfalto di gas e si affonda.
Mi manca la pelle e
mi trapassa la paura
di stare nel terzo mondo del cielo
perso nel groviglio
di tenerezze e apprensioni
il vicolo cieco della terra

*

da Pentagramma del significare in mostra

Un balcone sulle mie notti
tiene fuori
questo inverno improbabile
e il viavai di auto che bussano
ai miei pensieri altrove.
Ho un balcone sulle mie notti
tiene fuori questo inverno
dell’anima
il calore del tuo corpo
del tuo sorriso.
Mi manca perfino il ricordo di te
e nel mio letto rifatto un mare
di desiderio disfatto e
nell’assenza del tuo corpo
dal mio e delle tue gote e
dei tuoi seni
dal cavo delle mani mie e
del mio corpo
dal cavo delle mani tue
le nostre mani svuotate
dal tempo vissuto.
Queste notti di vuoti
che non si possono rendere né tendere.
Queste notti sono un abisso
di mancanza e desiderio
tenerezza e compagnia solo
appagate nel sogno
e sono mie e sono tue
sconvolti da un amore d’impropria adolescenza
che non si può sciogliere
in quella incoscienza e ti amo
e Pat mi manchi
in una buona notte di baci
per ogni secondo fino all’alba
con la speranza di sognarti
anche ad occhi spenti
come in una mostra.
La moglie del mostro appende quadri
alle pareti dell’eloquio
o
alle mura delle pagine bianche.
Passeggio per vie di suggestioni roride
a cinque braccia o suoni.
Una mostra vera
pentagramma
del significare
in mostra.

*

I miei pensieri
ogni giorno
stanno con te
senza scalo
di un qualsiasi
giorno dopo.
Frutti di fantasia cozzano
sulla prora che insegue
la terra e la dossologia
per due che sostano
alla fermata d’un amore
in sciopero e senza biglietto.
Domani i miei pensieri
come ogni giorno
staranno con te senza scalo.

*

I laghi, i luoghi e i luchi
delle mie odissee
sono versi a dizionario magro
con le ossa delle parole
lievito del pensiero.
Il mio amore per i segni
è succube di Euterpe.
Voglio trarre piacere dal verbo
non servirlo alle parole.
Così il tuo corpo.
È il capitolo centrale del mio vocabolario

*

Non posso disertare
né posso abitare gli amori
e le opere già compiute.
Sono profugo nell’eco
che m’irrompe nel cranio
e si fa sciabordio dentro l’esilio delle mie ossa.
Sono il deserto dell’arca
e del monte Ararat.
Sono espluvio senza orizzonti
Né evo altro, in attesa che Eva
si converta alla mia taglia.
Forse ho una misura di me
che guarda dall’incaglio del vulcano
o forse non ho più sguardi
che per gli aggettivi
in cui ti cerco e non ti trovo
vedo Te sostantivo di ogni che
amore dello scampo. Tu, vago.

*

da Usci

L’anima muta il sipario calato.
La notte trangugia gli ultimi bagliori!
Un budino nero…
eppure lo spettacolo non è finito.
Gioco a pari e dispari sullo specchio:
è sempre pari .
Io solo sono singolo

*

Panico di sabbia e vento
Sospende velo di assenza
l’ acqua di mare e
la risacca avvezza il corpo di pensieri perversi e
la RISACCA ACCASIR
RISACCA ACCASIR
sono le tue labbra sull’ essenza di me
che ti cerca miope nell’assenza.
Sono pietra del mio abisso
cado dentro di me con versi eruttati
a urla e grida di lava e pietra arroventata
scaraventata su pietra di vulcani altri.
Disegnano in cielo profezia
e già avverate di cieli soliti e solidi
come piste di esodi
tra deserti confusi
là dove si perde il cielo
tra le braccia di una fata Morgana.
Lì mio desiderio di possedere
l’ anima e il corpo

*

Sei l’angelo chinato sul mio orecchio
a vellicare col fiato di primavera
l’estate delle mie emozioni.
Le detti ed io le scrivo
sulla sfoglia della mia pelle.
Le imparo a memoria
con la forza dell’assenza
che non si arrende
e il mio dizionario
acquieta tutti i cieli
dell’amore appassionato.
Un bacio Sirod
nome vero del mio amore arabo
indiano.
Umano.

*

Sto distratto dall’esserci.
Il panico increspato del mare
un po’ amaca e un po’distesa
dai miei piedi fino a rasorizzonte
Distrae come un uscio chiuso alle spalle.
Il chiasso del mondo spento
nel mutismo dell’abitudine
e fiato della tua presenza estranea.
Carlo vivi
in un mare di usci
e di gusci o fruscii di strusci
di varietà aperte o chiuse
ma sempre usci verso
chissà cosa o chi!

*

Carlo Alberto Simonetti (1943-2015) è stato un intellettuale ternano, uno scrittore, un poeta che ha saputo declinare la sua creatività artistica in svariate soluzioni, come la regia, la sceneggiatura, la recitazione. Noto e apprezzato nella sua città così come nei circuiti letterari frequentati anche in rete, negli anni settanta uscì con “Terra raggruma sepolcri luce” e “Il pugno nero del cielo”, sillogi poetiche improntate dalla letteratura beatnik. Sempre in quegli anni partecipò e convogliò la rabbia, la fantasia e le nuove attese di giovani poeti ternani nell’antologia “Brani dai viaggi sul Nera”. Fondò con Marcello Ricci una delle prime emittenti private, Radio Evelyn, facendo scuola con la rubrica “Mantide religiosa”, dove puntualizzava con caustica e irriverente ironia i difetti della classe politica locale, sollevando non pochi vespai sotterranei. Negli anni ottanta, spinto da un forte moto interiore si dedicò allo studio e alla meditazione di temi teologici e filosofici e più in là, proseguendo ancora, si dedicò al teatro collaborando a diversi spettacoli del Progetto Mandela contro razzismo e intolleranza. Del 2002 è “Lo scrigno, i bagliori, le cose “ opera in versi, e poi le sillogi “Pensieri con gli occhi” 2005 (ed. Thyrus), “Racconti a quadretti” 2006 (ed. Thyrus), ” Vicoli ciechi e Usci ” 2008 (ed. Thyrus).


2 risposte a "Poesie da “Vicoli ciechi e Usci” di Carlo Alberto Simonetti"

  1. una poesia notevole in particolar modo sullo “scatto”, inteso sia in senso fotografico che spazio breve (mi hanno colpito soprattutto i flash di “ma tu guarda”, “sono un libro” e “sul lago”. e anche quando abdica le liriche più corte passando a corte/ggiar parole (amore inconffessato del Poeta), lo salva un tocco d’ironia che suona vagamente umbratile (chissà non sia davvero l’Umbria, a far la differenza).
    autore quasi conterraneo, ma che non conoscevo: ringrazio dunque Doris per lo spunto.
    : )

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