Adriana Libretti, Per quattro regni (almeno) (Le Mezzelane, 2019)

 

Adriana Libretti è un’attrice, prima di essere una scrittrice. Questa originaria vocazione contiene caldamente la sua esperienza narrativa e poetica. Infatti ha cura della parola detta e dunque della voce. E la voce accompagna, veste direi, la sua scrittura in questa sua prima opera poetica. Per quattro regni (almeno) si sottrae a qualsiasi lettura canonica, è fuori da qualsiasi linea poetica, ammesso che ce ne esista ancora una. E’ una raccolta di poesia che s’è privata del verso del tutto. E questo, almeno per me, non è un imperdonabile difetto poetico o, addirittura, di legittimazione. Credo, infatti, (anche) ad una poesia di parola, che azzardi una ricerca a ritroso, fino all’origine del primo segno, del primo suono, del primo significato. Dentro questa ricerca la poesia arriva ad identificarsi con la scrittura stessa. Ecco, la poesia di Adriana Libretti è un omaggio alla scrittura. Se cresciuto è/ il mio albero/ non garantisco/ né peraltro/ ho vaghezza./ Nel mio/ cerco il suo tronco/ la cui sfaldatura/ invita al graffio.


La poesia della Libretti è estroversa, dunque, orale e corporea. Il corpo è infatti è il muro dei graffiti del primo uomo. La prima parola e il primo segno sono mediati dal corpo, vi passano attraverso, sono trasportati, anzi, dal mondo interiore dei bisogni e dei desideri verso l’esistenza esterna, offrendosi all’altro che sta fuori. Immagino che per l’autrice il passaggio dallo scavo della parola al gioco con le parole sia senza (s)nodi, in un movimento continuo che allunga e stringe come nella filature delle filastrocca. Per questo i bambini sono attratti dai muri e dalle filastrocche. Sono il loro primo contatto con la scrittura e la parola. Nessuno ha scritto sui i muri ma tutti li leggono. Rolanda Barthes li adora. Questo mi conferma che il gusto della Libretti per la poesia non è naif, ma post-moderno; non si ferma nella solidità del passato ma è immerso nella liquidità del presente, non accecato dal particolare, ma aperto a più orizzonti. Di una lingua mi urge di cantare/ senza pudore lo farò stavolta/ non indico però parole care/ del bel paese da cui nacqui avvolta./ La lingua che hai tra i denti, quella intendo,/ vela, petalo, aratro, mosso mare/ alla cui onda/ l’isola protendo/ anche se il desiderio mio è annegare.
In questa raccolta poetica di esordio Adriana Libretti parte dalla scrittura come frattura, fissurazione, graffio, appunto, e finisce, contraddicendo Barthes, per ricongiungere la scrittura alla parole, quindi, alla voce, riconsegnandoci una poesia orale più che tattile. Le sue parole-senza-verso riescono a cucire un tessuto la cui trama non è un labirinto enigmatico ma un oratorio palindromo, perfettamente leggibile da qualunque direzione si cominci, senza alcuna distinzione tra toni e temi, alti e basi, corpi e anime. La scrittura approda alla sua funzione fertile, se non quella originaria, la leggibilità (nell’antichità non si scriveva per essere letti). E questa lettura dà un godimento “dicibile”, pertanto ripetibile. D’incisivo silenzio/ mi nutro no mi abboffo/ perché zitto mi piaci/ tanto che dico troppo/ anzi -cito- parecchio./ E mentre taci/ le tue labbra sigillo./ Viva i baci.
Non so se il titolo allude ai sensi (e ai significati). In ogni caso concordo che sono “almeno” quattro, e quindi potrebbero anche essere di più, ad esempio, sette come le vocali o i sette pianeti. A conferma, questa volta i semiologi hanno ragione, che “la scrittura è l’idioma puro dei cieli”. A poterlo leggere. Da qui/ lungo i polpacci/ sale/ sale/ fino al segreto occhio/ in mezzo ai due./ Sta – la voglia di tetra/ terra e cielo.


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