Stanze d’isola, di Giovanni Luca Asmundo. Selezione di testi di Fernando Della Posta

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Sin dai titoli – prologo, parodo, epiparodo, esodo – si dispiega il manifesto poetico di Asmundo: l’affresco di una mitica e teatrale Magna Grecia, in cui la vita è intesa come rappresentazione tragica o come parodia platonica. [… ]
Tutto è visto sotto l’aspetto della caducità. Il presente è già passato, prim’ancora che si dipani. Il paesaggio è ridotto a sito archeologico, dove giacciono brandelli di rovine, vestigia dell’antichità.
A narrare è soprattutto un io collettivo, che si fa moltitudine, coro, sfondo anonimo. La Sicilia allora diventa un’isola omerica, in cui Odisseo è scomparso. Restano solo i suoi compagni, figuranti e coreuti di un dramma collettivo: la Storia.

(dalla prefazione “I Ciclopi piangono” di Domenico Notari)

***

V

Nutriamo la cenere anche noi
pingendo nerità variopinte
cerchiamo consistenza
fiatando vapori vani
che non si miscelano
in fredde striature di luce.
Sfumano aloni d’intenzione
mentre sboccia d’indaco la notte.

XVI

La chiacchiera non gli arrivava, era sordo
sedeva su un seggio di vimini
masticando saluti ai passanti e agli antichi
che lui solo aveva davanti.

Le mani coppute sulle ginocchia
tormento del pollice e un filo sdrucito
scappato ai calzoni stirati, ma corti
(lasciavano scoperti i calcagni).
Pigliato dai pensieri suoi
guardava alle cime dei monti
aspettando il ritorno di chissà che fantasmi
a momenti. E chinandosi dietro la coppola
contrito, sdentava parole
unne sunnu, unne fineru*.

*N. d. A.: trad. it. dal dialetto siciliano: “dove sono, che fine fecero”.

XVII

Al riaffacciarsi sul Belice.

Nascondemmo il pane
sotto le stesse pietre
con cui coprimmo i piedi ai nostri morti.

Non cade una goccia
sui tuoi occhi disseccati
per troppo lucido senso.

XXII

Addentrandosi, meandri della casa
sino all’angolo più buio
seduta, statuaria
come terra

acefala o serra le palpebre
occhi come calcare
muta

i figli spersi
il cordone è reciso

XXVII

Mimiche di un venditore di fichi
e di un vecchio suo compagno
in braccio agli anni
ampi gesti da maschere tragiche.
Lontano, un tranciatore di tonnina
ripete mesti i confini dell’uomo.
Sul vaso, scivolate figure
profonda e buia scena, nera argilla.

***

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Mamma Affacciata, Ramon Hamidi Metacubismo

Giovanni Luca Asmundo (Palermo 1987) lavora, con base a Venezia, nel campo dell’architettura, della ricerca universitaria e della didattica. È tra i fondatori e co-curatori di progetti e festival intermediali di poesia. Nel 2017 una sua silloge è pubblicata nel volume “Trittico d’esordio”, a cura di Anna Maria Curci (Cofine). Il libro “Stanze d’isola” (Premio Felix 2016) è edito per i tipi di Oèdipus (2017, nota introduttiva di Domenico Notari). Vincitore e finalista in diversi concorsi nazionali, sue poesie e prose liriche sono inoltre pubblicate in antologie, riviste e blog letterari. Promuove progetti di poesia, fotografia e installazioni pubbliche sulla memoria dei luoghi, le migrazioni e il dialogo, attraverso riflessioni sulla città e il paesaggio contemporanei. Il suo blog personale è http://peripli.wordpress.com.


Una risposta a "Stanze d’isola, di Giovanni Luca Asmundo. Selezione di testi di Fernando Della Posta"

  1. Bello il titolo della raccolta, come belle le poesie qui proposte. Potente quel “nutriamo la cenere anche noi”, la sospensione che creano i versi seguenti e la chiusa degna di un Lorca/Alberti/Bodini: “mentre sboccia d’indaco la notte”. E il vecchio seduto su “un seggio di vimini”, il venditore di fichi, il tranciatore di tonnina, come perfetto corollario del tempo e di ciò che è stato: “unne sunnu, unne fineru.”

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