Apologia del Grande Critico – I 100 anni dalla nascita di Giacinto Spagnoletti – di Plinio Perilli

“Per recensione” sulla luna…

Apologia del Grande Critico

I 100 anni dalla nascita

di Giacinto Spagnoletti

 

Giacinto Spagnoletti

(a Giovanni e Luca,

con fraterna amicizia)

 

I discorsi turbinano, tornano, ritornano, si elidono – svolano o svaporano nel grande aere… dei luoghi comuni. Cosa fa poesia? Come sta il romanzo? È cambiato, l’approccio espressivo contemporaneo? Quisquilie e massimi sistemi, emozioni in progress e amenità del profondo. L’indicibile che si cerca sempre di scrivere, di fermare. Eppure, cento piccole-grandi verità, anche in Letteratura, sono eternamente pronte ad essere recepite, accolte, inventariate.

Questo, facevano i Grandi Critici di una volta – acclaravano la verità (che ovviamente è e resta relativa): ma loro la rendevano se non altro veridica, un po’ meno opinabile… Giudizio e vaglio d’esperienza, certificato di qualità, patente indubitabile d’una bellezza a futura memoria…).

Consideriamo adesso solo le more della poesia. E insomma alcuni semplici giudizi, degli expertise magistrali su di essa. Citiamo ora a caso, e per mera valenza esegetica, spigliato brillìo metodologico:

Riguardo a Montale:

“… L’uomo porta sì il contributo vano della sua coscienza al dramma delle cose; ma questo dramma non si svolge più ora davanti agli occhi del poeta, bensì nell’interno della sua memoria. I protagonisti del dramma sono i ricordi stessi. Badiamo però di non intendere il significato de Le Occasioni, e quindi la poesia che se ne sprigiona, come un ritiro dell’uomo nella sua memoria. Non c’è alcuno stato di inerte contemplazione in queste liriche; bensì un continuo giuoco di partecipazione e di catarsi, espresso in un linguaggio di rara concentrazione tecnica.”

Per Salvatore Quasimodo:

“… Ma il Quasimodo ultimo, del gruppo delle ‘Nuove poesie” di Ed è subito sera, vincendo finalmente la durezza di contratte articolazioni, s’è sciolto in una tonalità di largo recitativo, e in un linguaggio scandito ed effuso in un ritmo fluido, d’estrema e sostenuta eleganza. E ciò anche, crediamo, in virtù delle sue traduzioni dai melici; traduzioni che sottraggono finalmente quella inimitabile poesia a ogni imbalsamazione classicista per rifarcela spesso viva, e fresca d’una nuova classicità. …”

Su Carlo Betocchi:

“… Betocchi ha portato alla nostra poesia attuale qualcosa che essa non conosceva: un respiro di trepida religiosità, un colore autunnale e vespertino, un’ansia di voce ai limiti del sogno. I ritmi sono tanto abbandonati che qualche volta evitano la metrica tradizionale, per effondersi secondo i modi della lirica popolare. …”

Sono tre brani, tre dense ma armoniosissime carature critiche esemplate ed estrapolate, felicemente a caso, dalla lunga attività di un critico come Giacinto Spagnoletti. Esattamente l’8 febbraio, ecco, ricorrono i cent’anni dalla nascita (Taranto, 1920), e noi che ben lo conoscemmo, non ne dimentichiamo – ancora amiamo anzi onorarne – la profonda qualità intellettuale, ed anche un’irripetibile, umorale, certo, ma egualmente squisita e fervida schiettezza umana.

Ecco, Giacinto fu uno degli ultimi Grandi Critici che mi sia capitato di conoscere, ancor meglio frequentare, per tutto il corso e sino al limite estremo di un ‘900, lo sappiamo, insieme secolo breve e interminabile: mentre il nuovo millennio non cer la faceva ancora, e poi addirittura, viceversa s’impose mandando all’aria tutto: canoni, stilemi, misurabilità, nuances di sapori e valori… Ricordarlo oggi, ci serve anche a confessare una perdita, una nostalgia per questi orefici specchiati, consulenti dell’oro, intenditori di gioielli, capaci però di periziare davvero il similoro, la bigiotteria maldestra della prosa e poesia, oppure gli esemplari indiscutibili, la riserva aurea da accudire, proteggere, sorvegliare con cura…

Si dice: Oh, la Critica è morta, non ci sono più grandi critici…

Le profezie non ci piacciono, e peggio le jatture, le infauste predizioni di ogni Cassandra improvvisata e velenosa…

Ma talvolta lo temiamo, lo crediamo anche noi, che quell’abilità, quella sicurezza, quello squarcio, perfino, e sacrosanto stigma di verità (“La verità, signori, la verità!”) – siano morti, fugati, perduti per davvero. E proprio per questa nuova, attuale e immanente incapacità di giudicare, prevedere, scegliere, profetare…

Già l’editoria come industria (Spagnoletti lo sapeva bene – lui che ebbe esperienze decisive di editor altolocato, fra Vallecchi, Guanda, e negli anni ’60 e ’70 la Rizzoli più vincente e rilanciata…) aveva fatto il vuoto, complicato le cose, adulterato e oliato troppi ingranaggi… L’invasione poi odierna di Internet e della Rete, ha a tal punto ingigantito (allagato/annegato) l’offerta, che riesce oramai quasi impossibile decidere al meglio, capire chi sia davvero bravo, e chi no…

Il WEB impazza, certo: con numeri strepitosamente amplificati.

Ma quantità non è (quasi) mai qualità; e non sono certo i followers, l’unità di misura della valenza artistica, forse neppure della schiettezza umana. Tutti poeti, poi = nessun poeta. L’equazione è instabile e periclitante… Davvero ci tornano in mente alcuni perfidi Shorts di W.H. Auden; l’epigramma potenziato in buffi singhiozzi o singulti aforismatici:

Dopo il massacro

si misero in pace la coscienza

raccontando barzellette.

Nei Paesi semianalfabeti

i demagoghi fanno

la corte ai minorenni.

Soltanto la retorica scadente

può migliorare questo mondo, che

rimane sordo al Discorso vero.

*******

G. Spagnoletti – ritratto – di G. Stradone

 

Giacinto Spagnoletti aveva coraggio e talento interpretativo. Critico di poesia per antonomàsia, nel 1950 antologizzò un Pier Paolo Pasolini davvero alle sue prime prove, poco oltre l'”Accademiuta de lenga furlana”; e incluse addirittura l’Alda Merini diciottenne a chiudere la sua preziosa antologia edita da Guanda, Poesia Italiana 1909 -1949

Ma insomma, di meriti ne ebbe tanti altri, sarebbe ora ozioso e dolcemente vano elencarli. Se annotare si possono tali e tante illuminazioni: aver ripreso a studiare Svevo quando sembrava ganglio lontano di modernità; o aver parlato del lirico Pianissimo di Sbarbaro, e di un critico come Renato Serra (cioè dell’Esame di coscienza di un letterato) quando nessuno o quasi lo faceva. Ancora, aver proclamato – perfettamente diacronico – i meriti di Casanova, e soprattutto Sade, o il suo amatissimo, impennato e geniale errante/erotico/eretico Restif de la Bretonne, romanzieri anticipatori, perversi ma reboanti, adepti di Psiche… Ma anche aver riconosciuto, molto prima d’ogni pletorica e faziosa avanguardia, la splendida dannazione sinestetico-futuribile, la prodigiosa macchina/ingranaggio, auscultazione e profusione sperimentale di un Emilio Villa…

Per tacere del lunghissimo lavoro sull’Epistolario (e ovviamente la Bibbia poetica, la cattedrale sonettistica) del Belli; e comunque il suo inveterato sforzo d’equiparazione tra poesia in lingua e crestomazia dialettale, che gli dettò studi poderosi, e insieme rapinosi (penso alla Poesia dialettale dal Rinascimento ad oggi, 1991, due vasti volumi Garzanti, in collaborazione con l’amico Cesare Vivaldi – un altro Grande Critico, specie in ambito Artistico)…

Cominciò poeta, Giacinto, in aura neocrepuscolare, candido visionario di “Tristi fiabe” intraviste baluginanti nelle ansiose, tetre e poi atroci notti di caserma del 1942, giunto al limbo inesorabile della sua, cioè anche italica Storia (in)civile:

Tristi fiabe militari incatenate

come fardelli pesanti alla mia storia,

voi figure o fantasmi che le rappresentate

senz’ombra di gloria,

e voi gialle imposte di caserma

macchiate di sputi

e mense luride e castelli oscillanti

di notte nelle veglie ansiose,

e insieme voi, stupidi nasi,

che intervenite ora per ora nella nostra morte,

ditemi, non siete ancora stanchi

delle mie maledizioni?

Per chi si trovò fin da quegli anni alle prese col talento e la deriva ispirativa di poeti, e presto amici come Gatto, Luzi, Caproni, Parronchi, Sereni, Bertolucci… fu facile, e in fondo inesorabile, volgersi poi definitivamente alla Critica. Già nel 1946 (ma pronta nel ’43 – e poi congelata… dal fuoco della guerra), Spagnoletti licenziò da Vallecchi una corposa Antologia della Nuova Lirica che segnò il tempo e disse forse per la prima volta la sua (poco dopo i Lirici Nuovi di Anceschi, A.D. ’43, ma ancor più a lungo investigati, annotati).

G. Caproni, M. Luzi, G. Spagnoletti

Ma oggi non vogliamo ripercorre – lo ripetiamo – quell’encomiabile cursus honorum di fedeltà e onestà intelletuale. Solo salvare, per noi e per tutti la memoria d’un nome che fu anche un metodo, una solerzia, una profonda devozione, insieme, alla qualità letteraria e alla coscienza d’un letterato…

Ci piace però riprendere alcune delle sue più lucide, e munifiche confessioni senili; ad esempio i ritratti e ricordi de I nostri contemporanei, gustosissimo memoir del 1997.

«… In quanto alla poesia dei miei contemporanei… beh, posso dire che mi abbia dato più dispiaceri che gioie. L’amo, ma non posso fare a meno di pensare che il mestiere di critico nei confronti dei poeti, quando si conoscono di persona, diventa un supplizio. O la persona è migliore della poesia, o la poesia migliore della persona: in entrambi i casi uno squilibrio. Quando non si conoscono direttamente, è ancor peggio: si immaginano migliori di quel che sono, e il tempo e le occasioni provvedono a disingannarci. Bisognerebbe che tutti i libri di versi venissero mandati “per recensione” sulla luna, e di là distribuiti equamente e misteriosamente ai critici della Terra. Ma chissà se il problema sarebbe risolto. …»

Anche e soprattutto questo, intendevamo prima parlando dei Grandi Critici: quelli, peraltro, che noi stessi abbiamo conosciuto, amato e stimato, di generazione in generazione. Tanto per dire, Natalino Sapegno (1901) e Carlo Muscetta (classe 1912, come Ferruccio Ulivi); la Maria Corti (1915) e Geno Pampaloni (1918); Ezio Raimondi (1924) e Cesare Garboli (1928); Emerico Giachery (1929) e Pietro Citati (1930) o Walter Pedullà (id.); lo stesso Giovanni Raboni (1932) ed Enzo Siciliano (1934)…

Aggiungiamo naturalmente anche i grandi poeti, che poi grandi lo furono, insieme, anche come critici: citiamo in primis Mario Luzi (1914), ma poi, diversissimi, anche Elio Pagliarani (1927), Edoardo Sanguineti (1930), Antonio Porta (1935), Silvio Ramat (1939)… O acclarati grandi scrittori, dediti anche alla Critica: Raffaele La Capria (1922), Paolo Volponi (1924), Luigi Malerba (1927), Giuseppe Pontiggia (1934), Ferdinando Camon (1935)… Storici-scrittori come Lucio Villari (1933); filosofi-scrittori quali Mario Perniola (1941)…

Fino agli ultimi davvero grandi, che se ancora vivono e per fortuna ci restano (Giulio Ferroni, classe 1943; come Franco Cordelli…) dobbono – ahiloro, ahinoi! – assistere comunque a uno scenario globale contemporaneo, perché negarlo?, totalmente svalutato e comunque alterato, dimidiato, depauperato a dismisura.

Giacinto Spagnoletti questo già lo sapeva, e forse ci avrebbe egli stesso indicato la scelta giusta tra qualità umana e originalità letteraria, che vedeva, accettava come talento riflesso e connaturato, diciamo pure consanguineo. Per questo amiamo l’onestà della sua prefazione ai già citati Contemporanei (“Ricordi e incontri”) da lui scelti, frequentati, amati, privilegiati, e infine rinarrati in chiave giudiziosamente personale, sempre sapida e profonda, ironica e a tratti anche spassosa:

«… Questo è il vantaggio inestimabile della critica: lasciare che un punto, un punto meraviglioso dell’orizzonte letterario si dilati via via, partendo dalla tua osservazione. Qualche volta non occorre il grande Libro. Mi chiedo: si può considerare determinante la differenza fra un testo “umano” e un’opera? Se, ad esempio, Danilo Dolci mi si realizza sul piano utopico, per me è lo stesso che se avesse scritto Charmes di Valéry o Ossi di seppia.

Saper leggere gli uomini come i libri, ecco la mia nascosta ambizione. …»

E molto ci piace recuperare l’esergo stesso che Spagnoletti collocò a inizio libro, come una vera e propria chiave conoscitiva, cifra e cabala interpretativa, o forse antica e montaliana formula che mondi possa aprirti; in ispecie, una frase tagliente e lapidaria di Thomas Bernhard, da La cantina:

«Tutti qualche volta alziamo la testa, credendo di dover dire la verità o quella che sembra la verità, e poi di nuovo la incassiamo nelle spalle. Questo è tutto.»

*******

Grazie, Giacinto per aver sempre insegnato e diffuso, antologizzato e incastonato la poesia, anche a costo di rinunciare alla propria, che negli ultimi anni tornò, come una musa onirica, una dechirichiana e metafisica Musa Inquietante, a dettargli invece snodi e versi a noi egualmente cari, a tratti indimenticabili. Pensiamo al poemetto struggente, fisiognomico e psicosomatico, de “L’amore da vecchi” (da La vita in sogno, 1986):

Tuttavia le false verità

che si sommano nell’amore hanno molto di simile

alle false verità della poesia,

questa spinge all’estasi

talvolta alla certezza di esistere,

l’altro non è che un simulacro

un ergersi contro se stessi

nella cifra del linguaggio.

Ovunque tu sia, potresti anche, animus vs anima (junghianamente), aver reincointrato il “tuo” Svevo in uno dei momenti topici, e drammaticamente più ironici, madornali e scanzonati, della sua, cioè a dire oramai anche nostra profusa e risettata, riformattata, come suol dirsi, modernità. Che si può in fondo guarire – placare – solo ammettendo, meditando che sia inguaribile:

«… Ma questo argomento, salute-malattia, che ha accompagnato il personaggio per tutto il romanzo, è anche il detonatore che lo fa scoppiare. Finché la storia di Zeno, o meglio quella della sua “coscienza” sempre impudica e trionfante, ha seguito l’alternativa di malattia e salute dentro i confini della propria psicologia, le risposte date dipendevano unicamente dalla sua condotta. Ora egli ha ottenuto infine dalla vita, senza l’aiuto di nessuno, le vittorie che napoleonicamente aveva cercato. Può deridere la psicanalisi e il dottor S. (Zeno trascorre un anno, senza scrivere né ricordare), ripudiando le premesse alle quali comunque si era attenuto. “Io sono guarito!” dichiara nell’ultima nota di diario. “Non solo non voglio fare la psico-analisi, ma non ne ho neppur bisogno…”.»

Noi, invece, no! che non siamo ancora guariti dall’infausta, epocale perdita dei Grandi Critici. Ci lenisce un poco il ricordo, l’insegnamento della loro presenza… L’auspicio è per l’appunto tornare a leggerli, a seguirli. Dose unica, conforto e cura omeopatica per fermare un degrado che parte anche da qui: dall’incapacità di saper davvero leggere un testo, giudicare anche semplicemente la qualità, la fascinosa pertinenza di un dettato. Un male oscuro (aveva ragione Berto), che adesso ha fin troppe variabili, agili e maldestre sfaccettature.

Giacinto Spagnoletti se ne avvide in tempo, e noi anche di questo lo ringraziamo; come ad esempio di averci consigliato la lettura – la terapia – d’un grande eclettico quale Alberto Savinio, quale paradossale, arcana ma concreta panacea (o se vogliamo, efficace effetto placebo!), per una guarigione che fosse parallela e consustanziale alla malattia stessa; esattamente come fa la buona scrittura, la ispirata letteratura:

«… Fu il sogno al quale arrivò Savinio speditamente: quello che tutte le cose partecipassero all’avventura della vita umana. “Noi stiamo attraversando la crisi di allargamento dell’universo” scrive nella prefazione a Tutta la vita. “Guerre, rivoluzioni, angoscia dell’uomo, tutto ciò che è in crisi nel mondo da più anni a questa parte, tutto è conseguenza di questo allargamento, di questo universo più vasto nel quale Dio non trova più luogo né modo di fermarsi e di affermarsi.”»

Plinio Perilli


2 risposte a "Apologia del Grande Critico – I 100 anni dalla nascita di Giacinto Spagnoletti – di Plinio Perilli"

  1. “Saper leggere gli uomini come i libri, ecco la mia nascosta ambizione”. ottimo spunto di riflessione. e il nudo rimembrar delle passate cose – cerusica pulsione – m’ha asperso nel cammin qual pioggerella (fine). l’inizio è dunque tutto. intendo: il forgio culturale delle nostre menti esita il rimando al modo in cui (sappiamo leggere). in ambito di medicina e psichiatria/psicologia, esistono due forme di linguaggio: verbale e non verbale.

    per la qual cosa
    m’accingo parimenti di rimando e
    seppur con esito, dimando
    a quel paese dei poeti
    laddove un tempo mi recai
    mero vacante:

    1) senza parole, cosa individua l’essere poeta (o letterato), oltre la posa?

    2) può esistere davvero un tale scarto (“O la persona è migliore della poesia, o la poesia migliore della persona: in entrambi i casi uno squilibrio. Quando non si conoscono direttamente, è ancor peggio: si immaginano migliori di quel che sono, e il tempo e le occasioni provvedono a disingannarci”) se la poesia è “diretta incarnazione / dell’anima in parola”, come giurò una volta un letterato che per l’appunto io (presi “in parola”)?

    3) in altri lemmi, mentre tuffiamo l’occhio nella pagina (sulle e tra le righe), quanto vediamo o non vediamo rispettiva/mente di parole e schemata (dal greco σχῆματα, perché vi sia più claro)?

    4) la poesia, ancor più del romanzo, può dunque rivelarsi arte “mimetica”, nel senso che – come ogni schemata – adduce in sé l’intrinseco e umanissimo binomio di fruizione e falsificazione (da parte tanto del poeta che del suo lettore, eh… il gioco delle p’arti)? intendo, la sofisticazione dello schema, il dissociare forma e contenuto, essere (umano) ed apparir (poeta), quanto pesa su come poi la mente (sapendo di mentire) ricrea una soggettiva di realtà?

    certo di non ricevere risposte dal buon Plino, qui mi smetto (come delirio è già abbastanza, no?)

    aggiungo solamente che, essendo io per contro un romanziere (oltre che un medico), dal mio diverso punto d’osservanza delle cose della vita (e della carta scritta), lo scarto al punto (2) non l’ho notato mai. intendo, posso affermare con certezza (ho più di mezzo secolo di libri letti su migliaia di scaffali), che in genere un romanzo è specchio assai fedele dell’essere persona che l’ha scritto. ergo, per tornare alle parole che citavo in apertura leggere un uomo è leggere un romanzo (e vice versa).
    probabile che sia questione soprattutto di lunghezza: molti sono in grado di tenere pose innaturali per pochissimi secondi. quasi nessuno è in grado di restare in pose innaturali per svariate ore. anche una silloge, o una raccolta di poesie, altro non è che un album di fotografie (mentre il romanzo è un film). tant’è che per capire se un poeta è mera posa, qualora ne abbia scritte, corro a tuffarmi in prose di suo pugno (ed ecco la grandezza di un Leopardi o un Pasolini). amen.

    (ps: da quel che leggo qui di Spagnoletti, era un grand’uomo. però da nano, sono costretto a aggiungere che: “i Grandi Critici / non fermano il degrado / ciò che ci serve è un’istruzione / d’alto grado”. e sullo stato della scuola e dell’istruzione nel mondomercato liberista globale stendiamo un velo pietoso, anzi squarciamolo, a mo’ di velo di Maya)

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  2. Sentito e pacatamente esaustivo questo ricordo del critico Giacinto Spagnoletti e per estensione della critica letteraria di qualità, la quale a sua volta da sempre ha scatenato critiche e fascinose diatribe fra le varie personalità artistiche coinvolte. Ben vengano tuttavia e senza ironia lo dico, gli studiosi e gli esperti di ogni genere che caratterizzano in meglio il variegato mondo dell’immaginazione.
    Io faccio solo un paio di considerazioni su questo punto e dintorni: “L’invasione poi odierna di Internet e della Rete… Tutti poeti, poi = nessun poeta.”
    Intanto andrebbe chiarita la parola “posa” perché non va dimenticato che pure la critica può mettersi in posa se si intende finzione, postura artefatta, atteggiamento di facciata ecc…mentre dall’altro lato la stessa posa potrebbe comunque produrre della buona arte visto che quest’ultima non è mai nel pieno controllo dell’artista.
    Poi valutando che il cambiamento del dopo è sia inevitabile che avvantaggiato rispetto al prima, si tratterà solo di saper gestire al meglio una ricchezza quantitativa e qualitativa aumentata. Se ciò che ora invade il Web da qualche parte è sempre esistito, tipo nell’ombra delle teste e delle case, perché spaventarsi senza coglierne gli aspetti fertili? “Noi stiamo attraversando la crisi di allargamento dell’universo” è solo un’ammissione di debolezza e passività a mio avviso. D’altronde non ho mai sentito dire che la vera qualità rischi di perire perché intorno fiorirebbero banali imitazioni o ingenui slanci ispirati dal niente, a meno che non spaventi il caos che insudicia la facciata ufficiale dell’élite artistica e intellettuale, la posa insulsa direi, e allora mille volte meglio il fango lanciato a mani nude. Forse è tutta colpa del vero talento critico o artistico che sia, che quando c’è e appare, tendendo a saziare il naturale egoismo intellettuale, genera, al di là dell’ammirazione, pure reazioni avverse di ogni tipo. E non solo dato che anche i talentuosi possono rimanerne imbrogliati fino al ridicolo. E allora…se io fossi un intellettuale mi butterei nel fango, ma sono solo un insulso suino da salotto.

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