Benvenga l’ansia.

 

Con un articolo sul prestigioso New England Journal of Medicine, la Dr.ssa Lisa Rosenbaum, cardiologa di Boston, Massachusetts, invita la comunità scientifica a non negare l’evidenza: a fronte di risorse ospedaliere limitate, l’epidemia da COVID-19 mette ogni giorno i medici italiani nella condizione di dover scegliere quali pazienti salvare e quali lasciar morire. Come il diritto al lavoro, anche il diritto alla salute (riconosciuto all’articolo 32 dalla Costituzione italiana come diritto fondamentale dell’individuo) è ormai lettera morta, essendo stato sacrificato sull’altare del pareggio di bilancio. In altre parole, l’obiettivo perseguito dal sistema sanitario pubblico (tutelare la salute dei cittadini) è sempre più spesso subordinato all’obiettivo – raramente conciliabile – di contenere la spesa sanitaria. Oltre ad auspicare la massima trasparenza su ciò che sta accadendo in Lombardia per ottenere maggiore cooperazione dalla popolazione (concetto condivisibile), la dr.ssa Rosenbaum insiste sul fatto che la scarsità delle risorse sia un dato di fatto ineludibile e non una precisa scelta di politica economica (concetto su cui vale la pena, invece, di riflettere). Dunque la giusta domanda da porsi forse non è “quale di questi due pazienti è più etico salvare?”, bensì “cosa ha reso impossibile salvarli tutti e due?”. Dr. Simone Sbrenna, MD, PhD, medico SSN.

Combattere COVID-19 in Italia: etica, logistica e terapie dalla linea del fronte dell’epidemia.

Lisa Rosenbaum, M.D. (NEJM, March 18, 2020)

link all’articolo in lingua originale

Alcune settimane fa, il dottor D., primario di cardiologia di mezza età in uno dei più grandi ospedali del nord Italia, ha avuto la febbre. Temendo di essere stato contagiato da COVID-19, ha chiesto di eseguire un tampone nasofaringeo, ma gli è stato risposto che non c’erano abbastanza tamponi disponibili e che poteva eseguire il test solo chi aveva avuto contatti stretti con una persona infetta. Gli è stato quindi consigliato di restare a casa fino alla risoluzione della febbre. E’ tornato al lavoro 6 giorni dopo, ma dopo 5 giorni la febbre si è ripresentata e a breve è comparsa anche la tosse. Si è nuovamente messo in quarantena nel seminterrato della sua abitazione per non esporre la sua famiglia al rischio di contagio.

Con la metà dei 1000 letti del suo ospedale occupati da pazienti infettati da COVID-19, il dottor D., che alla fine ha potuto eseguire il tampone nasofaringeo e il 10 marzo ha ricevuto come risposta un risultato positivo, sa di essere un malato fortunato, almeno rispetto ai circa 60-90 pazienti contagiati da COVID-19 che si presentano quotidianamente al pronto soccorso del suo ospedale. La ventilazione non invasiva viene tentata nel maggior numero possibile di casi, ma la rapidità del deterioramento respiratorio nei pazienti più gravi, compresi alcuni giovani, è sorprendente e spesso imprevedibile. “Non hai una bibbia predittiva per orientarti”, mi ha detto il dottor D. e tale incertezza non fa che accentuare l’agonia per le decisioni difficili che i dottori sono costretti a prendere. “Dobbiamo decidere a chi dare la precedenza” ha aggiunto.

Il dottor D. è uno dei tre medici con cui ho parlato che ha in cura i pazienti contagiati da COVID-19 in Lombardia, costretta a sopportare il peso di migliaia di infezioni da coronavirus e, a metà marzo, di più di 1000 morti. Sebbene la natura catastrofica dell’epidemia in Lombardia sia stata ampiamente raccontata su riviste specializzate, quando ho parlato con loro, tutti e tre hanno richiesto l’anonimato, perché stavano trasgredendo le direttive ricevute. Il dottor L., un medico dello staff di un altro ospedale, ha ricevuto un promemoria ospedaliero che proibisce di parlare con la stampa per evitare di provocare ulteriore allarme nella popolazione. Tuttavia, come ha sottolineato, minimizzare la gravità della situazione sta avendo conseguenze letali. “I cittadini faticano ad accettare le restrizioni”, ha detto, “a meno che tu non dica loro la verità”.

Ecco l’amara verità. Sebbene il sistema sanitario italiano sia molto apprezzato e abbia 3,2 letti ospedalieri per 1000 persone (rispetto a 2,8 negli Stati Uniti), soddisfare contemporaneamente le esigenze di così tanti pazienti in condizioni critiche si è rivelato impossibile. Gli interventi chirurgici non urgenti sono stati annullati, le procedure differibili sono state posticipate e le sale operatorie sono state trasformate in unità di Terapia Intensiva di fortuna. Con tutti i letti occupati, le aree amministrative e i corridoi sono disseminati di pazienti, alcuni dei quali sottoposti a ventilazione non invasiva.

Come curare questi pazienti? Oltre al supporto respiratorio mediante ventilazione, nella terapia delle forme più gravi di polmonite virale da COVID-19 possiamo solo procedere per tentativi, provando a usare Lopinavir-Ritonavir, Clorochina e talvolta cortisonici ad alte dosi.

E come continuare a prendersi cura dei pazienti che presentano altre malattie non correlate a COVID-19? Sebbene gli ospedali stiano cercando di creare unità separate dedicate ai pazienti COVID-19, è difficile proteggere gli altri pazienti dal contagio. Il dottor D., ad esempio, ha riferito che almeno cinque pazienti che erano stati ricoverati nel suo ospedale per infarto miocardico si presume che siano stati infettati da COVID-19 proprio mentre erano ricoverati in ospedale.

Se proteggere gli altri pazienti è difficile, lo è anche proteggere gli operatori sanitari, inclusi infermieri, terapisti respiratori e coloro che hanno il compito di pulire le stanze tra i pazienti. Quando abbiamo parlato, il dottor D. era uno dei sei medici della sua divisione sospettati di aver contratto l’infezione da COVID-19. Dati i ritardi nei test e la percentuale di persone infette che rimangono asintomatiche, è troppo presto per conoscere il tasso di infezione tra il personale ospedaliero. E sono proprio queste circostanze che rendono così difficile il controllo dell’epidemia. “L’infezione è ovunque in ospedale”, mi ha detto il dottor D. “Anche se indossi indumenti protettivi e fai il meglio che puoi, non puoi controllarli.”

La sfida, ha precisato, non è tanto il prendersi cura dei pazienti con malattia critica correlata a Covid-19, nelle cui stanze i medici entrano indossando dispositivi di protezione, ma lo svolgimento delle molte altre attività quotidiane del personale sanitario: toccare i computer, salire sugli ascensori, vedere i pazienti ambulatoriali, mangiare qualcosa. La quarantena obbligatoria per medici e infermieri infetti, anche quelli con malattia lieve, sembra fondamentale per il controllo delle infezioni. Pertanto, la carenza di manodopera dovuta ai colleghi ammalati deve essere gestita in qualche modo, anche tenendo conto che il personale ospedaliero con un’età più avanzata è sicuramente più vulnerabile all’infezione da COVID-19. Un giovane, il dottor S., mi ha detto che nel suo ospedale sono soprattutto i medici più giovani a combattere in prima linea, anche svolgendo turni extra e lavorando al di fuori delle loro specializzazioni. Ciò nonostante, ha aggiunto, tra i suoi colleghi più anziani non c’è nessuna volontà di fare un passo indietro. “Puoi vedere la paura nei loro occhi”, ha detto, “ma non rinunciano a svolgere il loro lavoro di medici.”
Qualunque sia la paura che questi medici nutrono per la propria salute, quello che sembrano trovare ben più insopportabile è guardare le persone morire perché la scarsità delle risorse limita la disponibilità di supporti per la ventilazione meccanica dei pazienti più gravi. La situazione è così drammatica da spingerli ad esitare nel descrivere come siano costretti a prendere decisioni estreme. Il dottor S. ha tracciato uno scenario “ipotetico” che coinvolge due pazienti con insufficienza respiratoria, uno di 65 anni e l’altro di 85 anni affetto da altre patologie: con un solo ventilatore, devi intubare il 65enne (e lasciare morire l’85enne). Il dottor D. mi ha detto che il suo ospedale ha preso in considerazione, oltre alla presenza di altre malattie, la gravità dell’insufficienza respiratoria e la probabilità di sopravvivere all’intubazione prolungata, con l’obiettivo di dedicare le sue risorse limitate a coloro che possono trarne maggiori benefici avendo una probabilità più alta di sopravvivere.

Sebbene gli approcci varino anche all’interno di un singolo ospedale, da quello che ho sentito, spesso all’età viene dato una maggiore rilevanza. Mi è stato riferito, ad esempio, di un ottantenne che era “in perfetta salute fisica” fino a quando non ha sviluppato insufficienza respiratoria acuta da COVID-19. È morto perché non è stato possibile offrirgli la ventilazione meccanica. Anche se il sistema sanitario in Lombardia dispone di risorse importanti e ha ampliato il più possibile i posti letto in terapia intensiva, semplicemente non c’erano abbastanza ventilatori per tutti i pazienti che ne avevano bisogno. “Non c’è modo di trovare un’eccezione”, mi ha detto il dottor L. “Dobbiamo decidere chi deve morire e chi dovremo mantenere in vita.”

A contribuire alla scarsità delle risorse è l’intubazione prolungata di cui molti di questi pazienti necessitano a causa della polmonite virale – spesso da 15 a 20 giorni di ventilazione meccanica, con diverse ore trascorse in posizione prona e poi, in genere, uno svezzamento molto lento. Durante l’epidemia da COVID-19 in corso nel nord Italia, mentre i medici lottano ogni giorno per svezzare i pazienti dalla ventilazione meccanica, continuano ad arrivare altri pazienti con grave scompenso respiratorio, e gli ospedali hanno dovuto abbassare il limite di età dei pazienti da intubare, da 80 a 75 anni in un ospedale, per esempio. Sebbene i medici con cui ho parlato non fossero in alcun modo responsabili delle risorse insufficienti, tutti erano particolarmente sofferenti di fronte alla richiesta di descrivere come venivano prese le decisioni circa la scelta di quali pazienti intubare. Le mie domande sono state accolte con il silenzio o con l’esortazione a concentrarsi esclusivamente sulla necessità di prevenire i contagi e di mantenere opportune distanze tra le persone. Quando ho insistito con il dottor S., ad esempio, chiedendo se si stessero basando sull’età per decidere quali pazienti mettere in ventilazione meccanica, alla fine ha ammesso quanto gli dispiacesse di parlarne. “Questa non è una cosa bella da dire”, mi ha detto. “Spaventerai solo un sacco di persone.”
Il dottor S. è solo uno fra i tanti. La sofferenza generata dal dover prendere queste decisioni ha spinto molti medici della regione a cercare un consiglio etico. In risposta, il Collegio Italiano di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Rianimazione (SIAARTI) ha formulato raccomandazioni sotto la direzione di Marco Vergano, anestesista e presidente della Sezione Etica della SIAARTI. Vergano, che ha lavorato sulle raccomandazioni da seguire nella cura dei pazienti critici in terapia intensiva, ha affermato che il comitato ha fatto appello alla “ragionevolezza clinica” e a quello che ha definito un approccio “utilitaristico soft” di fronte alla scarsità di risorse. Sebbene le linee guida non suggeriscano che l’età debba essere l’unico fattore che determina l’allocazione delle risorse, il comitato ha riconosciuto che potrebbe essere necessario fissare un limite di età per l’ammissione in terapia intensiva.

Spiegando la logica delle raccomandazioni, Vergano ha descritto quanto sia difficile per i pazienti fragili e per gli anziani sopravvivere alla prolungata intubazione richiesta per superare la polmonite causata da COVID-19. Per quanto straziante fosse ammetterlo, dopo circa una settimana di massiccia epidemia, è stato chiaro che intubare pazienti che avevano probabilità particolarmente basse di sopravvivere significava negare il supporto ventilatorio a chi invece aveva più alte speranze di sopravvivenza. In ogni caso, trattandosi di questioni così spinose, quando si deve mettere in pratica un razionamento delle risorse, passare il tutto sotto silenzio rende le cose più facili. D’altro canto, la guida etica è stata anche ampiamente criticata e i membri del comitato sono stati accusati di discriminare gli anziani. Altre critiche si sono basate sul fatto che la gravità della situazione sia stata sovradimensionata e che COVID-19 in fondo non sia peggio dell’influenza stagionale.

Sebbene i dilemmi etici, per definizione, non abbiano un’unica risposta giusta, se e quando altri sistemi sanitari affronteranno simili decisioni di razionamento delle risorse, il contraccolpo sociale sarà inevitabile. Per definire un contesto etico che regoli l’allocazione delle risorse in base alle priorità della società, Lee Biddison (un intensivista del Johns Hopkins), ha tenuto seminari in tutto il Maryland per confrontarsi con le posizioni dei membri della comunità. Il documento risultante, pubblicato nel 2019 e intitolato “Troppi pazienti … un quadro per guidare l’allocazione statale della scarsa ventilazione meccanica durante i disastri” ha fatto notare che “una pandemia di influenza simile a quella del 1918 richiederebbe una terapia intensiva e una capacità di ventilazione meccanica significativamente maggiori di quelle ora disponibili” ed è giunto a principi etici simili a quelli del comitato italiano (Biddison et al. Chest 2019; 155:848-854).

I partecipanti hanno mostrato di condividere la bontà della scelta di salvare i malati con maggiore possibilità di sopravvivenza nel breve termine, e in seconda battuta, i malati che, grazie all’assenza di altre patologie coesistenti, avessero maggiori possibilità di sopravvivenza nel lungo termine. Sebbene i contributi dei partecipanti abbiano sottolineato che l’età non dovrebbe essere il criterio principale o unico per l’allocazione delle risorse, tutti hanno però riconosciuto che esistono circostanze in cui “potrebbe essere appropriato considerare l’età anagrafica nel processo decisionale”.
Nonostante tali premesse etiche, quando si verifica una scarsità di risorse, ci sono molti scenari che potrebbero ancora risultare moralmente inaccettabili, in particolare a fronte ad una maggiore incertezza prognostica. Ad esempio, dovremmo togliere la ventilazione meccanica a un paziente stabilizzato che resiste strenuamente ma non migliora per darla a un altro paziente entrato da poco in insufficienza respiratoria? Dovremmo preferire di intubare una 55enne sana rispetto a una giovane madre con carcinoma mammario la cui prognosi non è chiara? Nel tentativo di affrontare tali dilemmi, Biddison e colleghi hanno anche formulato tre principi relativi alla questione che paiono vincolanti quanto quelli etici.

Il primo e più importante è separare i medici che forniscono assistenza da quelli che prendono le decisioni durante il triage, cioè durante l’inquadramento clinico del paziente. Il “responsabile del triage”, supportato da un team con esperienza infermieristica e di terapia respiratoria, prenderebbe decisioni di allocazione delle risorse comunicandole al team clinico, al paziente e alla famiglia. Il secondo è che le linee guida generali per tali decisioni dovrebbero essere riviste periodicamente da un comitato di monitoraggio centralizzato a livello statale per garantire che non vi siano iniquità o scelte inadeguate. Il terzo è che anche l’algoritmo di triage dovrebbe essere rivisto regolarmente man mano che le conoscenze sulla malattia evolvono. Se decidessimo di non intubare i pazienti con COVID-19 per più di 10 giorni, per esempio, ma poi venissimo a sapere che questi pazienti hanno bisogno di almeno 15 giorni per riprendersi, avremo bisogno di cambiare i nostri algoritmi.

Unificare tutti questi principi, sia etici che pragmatici, equivale alla consapevolezza che solo mediante la massima trasparenza e inclusività sarà possibile ottenere la fiducia e la cooperazione della popolazione. In tutto il mondo – dai medici con la museruola in Cina, alle false promesse sulla capacità di eseguire tamponi per COVID-19 negli Stati Uniti, alle confutazioni delle affermazioni sul razionamento delle risorse in Italia – stiamo osservando che negare l’evidenza è controproducente. Il momento in cui la capacità di intervento viene sopraffatta dal panico dipende e dipenderà sempre dal contesto. Ma la tragedia in Italia rafforza la saggezza di molti esperti di sanità pubblica: usciremo da questa pandemia con la coscienza a posto solo se l’unica accusa che ci verrà rivolta sarà quella di avere sbagliato per eccesso, esagerando le contromisure messe in atto.

*

drLi

Nell’immagine, il dr. Li Wenliang (n. 12/10/86 – 6/2/20). Aveva 35 anni. Il medico oculista cinese, tra i primi a lanciare l’allarme per l’epidemia di un coronavirus, era stato poi fermato dalla polizia, minacciato, screditato dalle autorità, nonché arrestato insieme a suoi sette colleghi. Tutto ciò perché, verso la fine di dicembre 2019, la *priorità* delle autorità cinesi era quella di evitare di generare ansia nella città di Wuhan, piuttosto che informare nel modo corretto la popolazione. Sappiamo tutti quali drammatiche conseguenze abbia avuto tale scelta per la Cina e per il mondo tutto.

(ulteriori riflessione nei commenti)

 


20 risposte a "Benvenga l’ansia."

  1. l’articolo in oggetto è stato rifiutato da un sito giornalistico cui l’avevo inviato perché “la gente è già abbastanza spaventata” e “il livello di ansia nel paese è già alto” (cito testualmente la risposta).
    non so a voi, ma a me pare la stessa linea di ragionamento delle autorità cinesi a fine dicembre.
    ho risposto alla mail del sito giornalistico come segue:

    (…) Mi conceda però, da medico che cuore in mano ogni giorno lotta non solo contro COVID-19 ma anche contro la stupidità umana, di spiegarle perché la sua mail di risposta mi ha messo addosso una tristezza grande.

    Innanzitutto l’impasse logico: se, parole sue, “la tragicità della situazione in Lombardia è già ampiamente nota” come può l’articolo del NEJM (che dunque racconterebbe cose già ampiamente note a tutti) aumentare “il livello di ansia”?

    Guardi non so dove abiti lei, ma in Veneto – regione addirittura adiacente alla Lombardia e terza in Italia per numero di casi – la reale situazione in Lombardia NON è assolutamente nota a tutti.

    Inoltre, l’idea *paternalistica* secondo cui l’articolo del NEJM turberebbe il popolo italiano infantile e bamboccione (non in grado di gestire “alti livelli di ansia”), non solo è umiliante per gli italiani stessi, ma dimentica che l’ansia è una reazione vantaggiosa da un punto di vista evolutivo: aumenta la reazione di allerta/attenzione e dunque aumenta le possibilità di sopravvivere.

    Non stiamo mica giocando a tressette!

    E ad oggi, anche se lo speriamo, non siamo neanche certi che l’epidemia rallenti a breve! E’ anzi assai probabile che, seppure dovesse rallentare dopo Maggio, l’epidemia riprenderà con forza all’inizio dell’autunno per proseguire fino a oltre primavera 2021 (Spagnola docet).

    Ora, lasciando stare “l’ansia”, ciò che conta a questo punto è fare tutto ciò che è possibile per salvare quante più vite umane. E per farlo bisogna agire in tempo: per la Lombardia è troppo tardi (!!!!) e se l’epidemia non dovesse rallentare, Emilia, Veneto e parte del Piemonte e delle Marche faranno la stessa fine della Lombardia.

    Mi scrive poi che pubblicherebbe, invece, “articoli che mostrino strade da percorrere”… proprio vero che a volte cerchiamo cose che abbiamo sotto gli occhi e non riusciamo a vedere!

    Le rileggo la chiusa dell’articolo su NEJM: “usciremo da questa pandemia con la coscienza a posto solo se l’unica accusa che ci verrà rivolta sarà quella di avere sbagliato per eccesso, esagerando le contromisure messe in atto.”
    Ecco la “strada da percorrere”:

    1) consapevolezza della assoluta gravità della situazione

    2) contromisure “eccessive” ed eccezionali specie in Emilia, Veneto e parte di Piemonte e Marche: tamponi nasofaringei a tappeto, quarantena vera, esercito schierato, sostegno economico con fiumi di denaro al di fuori di qualsiasi vincolo di bilancio, riconversione fin da ora in tutta Italia di edifici pubblici (o di ospedali dismessi, ne abbiamo tanti) idonei in “padiglioni COVID” attrezzati per la ventilazione meccanica e chi più ne ha ne metta.

    3) lotta senza quartiere a chiunque cerchi di rendere accettabile il discorso finto-etico “non posso salvare tutti, muoiano gli anziani”, che ci spinge ad accettare come inevitabile TINA il razionamento delle risorse sanitarie perché “i soldi o i posti letto non ci sono” (ma proprio voi non lo capite?)

    Mi scrive, anche, che invece pubblicherebbe articoli “che aiutino a comprendere le cause”. Buon dio… mi frega assai se COVID-19 l’hanno creato nel laboratorio P4 di Wuhan o meno. Mi frega assai se aver tagliato il 30% dei posti di terapia intensiva negli ultimi 10 anni sia stata una buona o una cattiva idea. E parimenti, mi frega assai se dal 2009 in qua l’Italia è stata “così brava” (!!!) da tagiare la sua spesa sanitaria come nessun altro paese al mondo.

    Non è il momento delle “cause”. Me ne faccio un baffo di sapere perché sto morendo se intanto continuo a morire. Qui si continua a pettinare le bambole e io continuo a pregare (pur essendo ateo) che l’epidemia rallenti, perché essendo medico, come Cassandra, convivo con la sfiga di sapere quello che accadrà.

    (amen)

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  2. Condivido la tua preghiera, malos. E purtroppo tutto il mondo è paese. Notizia di oggi, qui in Inghilterra, due medici in terapia intensiva per aver contratto il virus da pazienti asintomatici. Già nel 2016 si era consapevoli di non avere abbastanza risorse per far fronte a un’epidemia di influenza ma il governo non si è prodigato di fornire nel frattempo agli ospedali l’equipaggiamento protettivo adeguato per svolgere il loro lavoro. https://news.sky.com/story/coronavirus-two-nhs-medics-on-ventilators-after-contracting-covid-19-from-patients-11961531?fbclid=IwAR31ARoDuaacznofLEoGoPt-NA4Vs1xhuEtRvh0YLes0f1nQG3Z_E8eyLFI

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    1. chiedo scusa se riesco a dedicare un minimo di tempo per rispondervi solo nel uìchend.
      il tuo commento coglie nel segno, Abele.
      nell’ultima settimana, sulle più importanti riviste di medicina del mondo è tutto un fiorire di articoli di “ETICA DEL RAZIONAMENTO” (non saprei come meglio definire la cosa), che cercano di far passare come *logico*, *accettabile*, *inevitabile* e per l’appunto “etico” il RAZIONAMENTO DELLE RISORSE SANITARIE, elegante medichese per dire che curiamo solo una parte dei malati e lasciamo MORIRE I PIU’ DEBOLI – anziani e affetti anche da altre patologie – perché tanto, sulla carta, la loro aspettativa di vita è minore.
      toh, due fra i tanti come esempio: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32213700 ; https://smw.ch/article/doi/smw.2020.20229 ,
      glassato d’uno zuccheroso rivestimento di “scientismo aulico”, a me pare la stessa scelta fatta dagli spartani (che “buttavano giù dalla rupe quelli che venivano male” tanto per citare Battiato) o dei nazisti (che gassavano ebrei, disabili, omosessuali, rom, malati di mente e così via per salvaguardare la razza ariana).
      è lo stesso identico TINA (there is no alternative) che ha guidato la politica economica nel magico mondo liberista del capitalismo finanziario negli ultimi trent’anni e che ha smantellato in tutto il mondo lo stato sociale, il diritto alla salute e il diritto a un lavoro dignitoso e onestamente retribuito. la politica economica della “scarsità delle risorse” è il cavallo di battaglia delle oligarchie finanziarie ed è il più efficace tra gli strumenti di redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto (John Maynard Keynes docet).
      speriamo bene. noi medici cominciamo a “cadere” come birilli. sono ormai oltre 5000 i contagiati tra medici e personale sanitario in Italia. anche tra i medici di base, abbiamo oltre 200 colleghi in isolamento o ricoverati e degli oltre 50 medici morti finora in Italia, 21 erano proprio medici di base (5 deceduti solo nell’ultima settimana). mi vergogno un po’ a scriverlo, ma quando ho letto che Boris Johnson è stato contagiato ho pesato: fanculo, ben gli sta, lui e la sua “immunità di gregge”. è stata la debolezza di un attimo (e me ne vergogno), ma sto diventando leggermente insofferente di fronte alla stupidità dei politici che danno aria alla bocca senza avere la benché minima idea di ciò di cui parlano.
      e intanto la gente muore. guardando ai dati italiani emerge in modo lampante che dei circa 9000 morti in Italia fino ad ora, una quota pari a quasi 1/3 del totale (almeno 2000 persone) sono morte per la scarsità delle risorse mediche disponibili. se vuoi, nel uìkend pubblico e condivido anche qui con voi su Neobar lo studio che ho preparato per direzione sanitaria e medici della provincia (fammi sapere, attendo un tuo via libera, non voglio monopolizzare il sito).

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      1. Certo malos, non vedo l’ora di leggerlo, grazie! intanto qui in Inghilterra ci si chiede come mai ci sia tanto Covid 19 a Westminster https://www.theguardian.com/world/2020/mar/27/covid-19-coronavirus-westminster-uk-pm-health-secretary e sottolineano come Johnson non abbia fatto che letteralmente stringere la mano, anche in ospedali, e a pazienti affetti dal virus! La risposta naturalmente e’ anche un’altra, tanti casi a Westminster perché comunque hanno avuto modo di accertarli, si parla di una percentuale altissima di gente che non sa di essere stata contagiata e cure vengono negate a chi secondo loro non rientra nella fascia di eta’ a rischio, il caso di una donna di 36 anni morta mercoledi: https://www.theguardian.com/world/2020/mar/25/london-woman-36-dies-of-suspected-covid-19-after-being-told-she-is-not-priority?

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  3. Quello che mi fa pensare così alla prima questo drammatico articolo è quanto sia difficile conciliare ciò che riteniamo chiaramente essere giusto, (perché poi alla fine non è così impossibile tutti insieme capire quali sarebbero le scelte giuste da fare in ogni occasione per affrontare al meglio un problema), e l’impossibilità, pratica, strategica, effettiva, e nei casi più gravi ad essere malignamente diffidenti addirittura calcolata, di metterlo in pratica. Sarà l’imperfetta natura umana che è alla base di questa difficoltà e più in generale delle carenze strutturali di ogni sistema politico ed economico, ma è pur vero che finché si può essere consapevoli dei nostri limiti umani, si può pure provare a migliorarci. Eppure tutti i nodi degli errori passati vengono al pettine e per quanto come giustamente scrivi malos nella tua replica al sito giornalistico che ha rifiutato l’articolo, “mi frega assai se…non è il momento delle cause”, tutto ciò fa rabbia, e molta. Detto ciò io da cittadino che teme come molti il disastro globale, mi chiedo: è così difficile prendere spunto da chi è stato più bravo di noi nel gestire l’emergenza? Perché in parlamento non riescono a riunirsi con spirito collaborativo e a prendere doverose decisioni unanime simili a quelle di chi le ha già applicate con successo? Le persone sono tutte in balia della disinformazione e della paura, nonché dei problemi effettivi legati all’emergenza. Stamani mi sono svegliato con il primo caso qui all’isola d’Elba, inutile dire che se si allargano i contagi da noi facciamo prima a rivestire di legno tutta l’isola e a fare un bel funerale vichingo.Non mi dilungo oltre, l’articolo è drammatico, triste, sconcertante, vergognosamente reale, e aggiungo verosimilmente inutile visto che ormai da anni sembra che le parole che esprimono pensieri in direzione di una vera coscienza della realtà, siano inefficaci al cospetto della follia.

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    1. chiedo scusa se riesco a dedicare un minimo di tempo per rispondervi solo nel uìchend.
      la tua proverbiale saggezza, Carlo, non ti difetta neanche stavolta. scrivi: “finché si può essere consapevoli dei nostri limiti umani, si può pure provare a migliorarci.” sacrosante parole. non avrei saputo dirlo meglio e dobbiamo continuare a lottare giorno per giorno proprio per questo.
      scrivi: “mi chiedo: è così difficile prendere spunto da chi è stato più bravo di noi nel gestire l’emergenza?” sì, è difficile, ci si riesce solo in parte: nelle epidemie esistono “finestre di intervento” che se vengono mancate obbligano ad una rincorsa faticosa e a volte impossibile. quindi anche se ora prendiamo esempio dai coreani (abbiamo potenziato la diagnosi precoce coi tamponi) il gap da colmare è enorme (abbiamo ad oggi 86948 contagiati, mentre la Corea del Sud ne ha 9478… il primo di marzo non avevamo ancora 2000 contagiati e la Corea del Sud ne aveva quasi 4000). negli USA, dove i tamponi non li hanno fatti per niente fino all’ultima settimana, i contagiati sono balzati in pochi a oltre 100000 casi ed è difficilissimo arginare un’epidemia a quel punto…
      l’unica decisione che potrebbe prendere il parlamento – e non lo farà: stanno baloccandosi su cifre attorno ai 50 miliardi – è di fregarsene dell’UE e stanziare subito una cifra almeno 20 volte maggiore (è dell’altro ieri la notizia che i simpatici crucchi sosterranno con almeno 1000 miliardi il loro comparto economico). in più vanno aiutate le famiglie: lavoratori in nero e autonomi sono già allo stremo *adesso* dopo 20 giorni di quarantena (leggevo ieri che a Palermo c’è parecchie gente disperata che fa la spesa nei supermercati e non riesce a pagarla), e la situazione andrà avanti per mesi e mesi. la soluzione non può essere, com’è logico, semplicemente quella di presidiare i supermercati con le forze dell’ordine…
      un abbraccio forte.

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      1. Grazie malos e dato che le tue risposte riescono nel difficile compito di chiarire molte questioni poco chiare, ne approfitto senza remore.

        Scrivi:”sì, è difficile, ci si riesce solo in parte: nelle epidemie esistono “finestre di intervento…ecc” , condivido che sia così dal punto di vista strettamente medico, però non vedi anche te poca flessibilità alla collaborazione fra paesi nelle decisioni strategiche contro la pandemia? Questa è un’emergenza sanitaria disastrosa e che si facciano le cose al meglio o meno transiterà sulla terra e si esaurirà in un modo o nell’altro. Mi riferisco alle misure di distanziamento sociale per esempio, non è tempo di dubbi ideologici, se molte persone non riescono a capire la gravità della cosa ed escono, ci vuole l’esercito punto e basta. Inoltre le mascherine e i guanti, ancora, io che vado a fare le consegne ai vari supermercati, devo vedere persone che non usano tali supporti di sicurezza preventiva e non solo chi fa la spesa, ma anche i dipendenti nei magazzini che chiacchierano fra loro senza nessuna protezione e neanche rispettando le distanze. Anche qui obbligo di mascherine e guanti e sanzioni, punto. E invece la legge non lo prevede, si vede che è troppo lesivo della libertà personale e come si sa è meglio morire liberi piuttosto che salvarsi in regime di obblighi.

        Poi scrivi:”…l’unica decisione che potrebbe prendere il parlamento…è di fregarsene dell’UE e stanziare subito una cifra almeno 20 volte maggiore…ecc” E dove li prenderebbe? Abbiamo fondi di liquidità in eccesso? Quasi sicuramente l’Europa non approverà i cosiddetti “coronabond”, ci rimetterebbero troppo le economie dominati. Eppure un sistema economico ha senso solo se uno Stato e l’Europa in questo caso, può mantenerlo in piedi pure in tempo di crisi. Non ci sono alternative, o si immettono soldi nel sistema o sarà il disastro sociale ed economico a risolvere. Ieri leggevo questo articolo e l’ho trovato molto sensato. https://www.limesonline.com/coronavirus-crisi-finanziaria-economia-neoliberismo-crollo-mercati/117226

        Abbraccione ricambiato e resisti!

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  4. Bravo malos, gliel’hai cantate a dovere. E’ pur vero che per molte persone non sara’ una passeggiata fronteggiare la gestione della propria ansia, non di rado sfociante in terribili dap. E vabbe’, inizieremo ad assumere bidoni di ansiolitici. Un forte abbraccio e in bocca al lupo! In bocca al lupo a tutti voi.
    Giorgio Brunelli

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    1. Giorgio! che bella sorpresa. chiedo scusa se ti rispondo in gran ritardo ma riesco a ritagliarmi qualche attimo soltanto nel uìkend. come te a passi? sei tornato in Italia? è una vita che non ci si sente…
      sì sì, speriam che crepi il lupo e non il nano.
      : )
      abbraccio forte ricambiato e buon Alprazolam a tutti (qualche sera un po’ di gocce me le calo anch’io, sennò non dormo…)

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  5. caro Malos, posto a nome di Plinio Perilli perché abbiamo qualche problema tecnico con la pubblicazione del commento:

    Ringrazio Malos Mannaja – al solito, saggio, lucido, e strenuamente volitivo – di aver postato e insieme commentato, catechizzato l’articolo, più o meno condivisibile ma in ogni caso prezioso, della Dott.ssa Lisa Rosenbaum: la cardiologa di Boston che in merito al coronavirus “invita la comunità scientifica a non negare l’evidenza”…
    BEN VENGA L’ANSIA, certo. Specialmente in questi giorni, che sono già molti, troppi, e non è detto finiranno così presto – diciamocelo sùbito. I tre protagonisti, le tre voci ed esperienze professionali – nonché valenze etiche – riprese nell’articolo, hanno una forte capacità di sintetizzare, insomma rappresentare e sviscerare i termini della questione. Il dottor D.; il dottor L. (“minimizzare la gravità della situazione sta avendo conseguenze letali”); nonché il più giovane dottor S.: che peraltro ci informa di come siano soprattutto i più giovani a combattere in prima linea. (E lo so bene, io che sono totalmente estraneo all’ambiente medico, da parte della testimonianza dei figli di due miei amici, su cui ora glisso per motivi di spazio).
    Mentre lo scenario sanitario, decisamente apocalittico e le provvidenziali gesta deontologiche, aleggiano, si focalizzano con i contorni drammatici e metafisici di un racconto kafkiano (ma di quelli meno noti: penso alla “Relazione per un’Accademia” – “sulla mia vita precedente come scimmia”, precisa il protagonista, che ammette di essere “scappato nel cespuglio”, “sempre sottinteso che non c’era modo di scegliere la libertà”…), mi appunto alcuni passaggi dell’articolo insieme allarmato e allibito per la nefasta franchezza dei dispositivi medici, insomma dei protocolli – come si dice oggi con una denominazione di derivazione medioevale-notarile, e in seguito politico-diplomatica…
    “Consiglio etico”, “Ragionevolezza clinica”, “Approccio utilitaristico soft”, sono già formule caliginose, più che apotropaiche. Il distinguo, la profilassi concettuale è in verità catastrofica, elegantemente orrifica: “… potrebbe essere appropriato considerare l’età anagrafica nel processo decisionale”… (Incredibile dictu, ma attenzione che la Storia cambia e gioca di prestitigiazione coi suoi processi decisionali: nel 1917, dopo Caporetto, si preferì mandare, immolare nel carnaio della Grande Guerra proprio i Ragazzi del ’99, cioè i diciottenni, per rimpolpare quei sacrifici e arginare la drammatica rotta – con tanto di “decimazioni”: cioè di un fucilato ogni dieci disertori)… Scegliere l’età anagrafica, ha ragione Malos Mannaja, fa pensare a cruciali dilemmi da roulette russa, o peggio scelte salomoniche davvero efferate – come quando a mio padre, raccontano le mie cronache familiari, visto che al parto mi presentavo podalico e cianotico e mia madre era mal messa, chiesero se dovessero salvare me (il figlio, il rampollo), o la moglie (mia madre). Pare che Papà abbia detto secco “Mia moglie”, e mamma negli anni, col senno di poi, quasi si divertiva a raccontare che i bravi medici salvarono entrambi… Scusate la digressione personale, ma è difficile continuare troppo a lungo la metafora, insomma l’elencatio fredda dei protocolli. Sono sempre vite, esperienze creaturali, che si assillineano in quei letti d’ospedale – tutte uguali e diverse: non può esserci priorità, solo il distinguo delle prognosi.
    Il c.d. “algoritmo di triage”, che per i Signori Medici è certo pane quotidiano, comun denominatore, a me personalmente ha fatto l’effetto del giudizio del Minosse dantesco, che secondo i giri della sua coda stabiliva, decideva a quale girone inviare il dannato di turno… Sì, Malos, meglio esagerare con le contromisure: e l’ansia – dici bene – “è una reazione vantaggiosa da un punto di vista evolutivo”… Non è il mio campo, ne parlo a livello, ahimè, metaforico, ma mi sento di considerarla anch’io come una sorta di provvidenziale (catartica, si spera) adrenalina etica…
    “Da medico che col cuore in mano ogni giorno lotta non solo contro il COVID-19 ma anche contro la stupidità umana”… Mi sembra il punto più sensibile e “illuminato” di tutta la confessione (che per fortuna non è mai discettazione, prolusione da convegno scientifico). Ed è stato importante tornare a fare il nome di un piccolo-grande eroe civile come il Dottor Li Wenliang (1986-2020, oculista, morto 35enne), su cui Nina ha speso parole liriche pochi giorni fa nel suo breve diario ai tempi del coronavirus. SEntiamo immensa gratitudine verso questo giovane medico degno davvero del suo giuramento di Ippocrate: e che nessun potere politico o dittatura della coscienza ha potuto piegare, umiliare, sino all’estremo sacrificio.
    Tanti riferimenti mi si sono accesi con questo pezzo importante – ringrazio oltre Malos anche Abele! Ma non è questa la sede giusta per citazioni letterarie o distillazioni poetiche. Quest’Apocalisse è argomento, occupazione cruciale da medici – meno che mai arzigogolo da teologi, e perfino afflato da poeti. I giornalisti se ne fanno sfiatati o tachicardici cronisti. Ma evitiamo tutti, a partire da chi qui ne scrive, cronache
    pietistiche o edulcorate, saghe di retorica ufficiosa o ufficiale. E BEN VENGA L’ANSIA, certo che sì. Forse davvero l’unico (quasi)antidoto che per ora si conosca.

    Plinio Perilli

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    1. (innanzitutto grazie a Doris e al suo prezioso contributo che ha consentito di recuperare le parole di Plinio).
      carissimo Plinio, non ci conosciamo di persona ma dopo quanto hai scritto è come se.
      cogli nel segno estrapolando l’essenziale nelle parole dei tre medici e dell’articolo della drssa Rosenbaum, quindi non mi dilungo oltre.
      scrivi anche “i contorni drammatici e metafisici di un racconto kafkiano”, citando a ragion veduta lo zio Franz e alcuni suoi racconti (è il mio autore preferito in assoluto assieme a papà Kurt, ho letto tutte le sue opere decine di volte nell’arco del mio mezzo secolo abbondante di vita e ancora oggi trovo nel suo acutissimo modo di offrici punti di vista obliqui e illuminanti un’apocrifa bibbia capace di schiudere il guscio al mio cervello). chiusa parentesi e scusa lo sproloquio fors’anche fuori luogo, ma quando si chiama in causa *a tono* lo zio Franz, a volte mi emoziono. ragion per cui (laonde), mi arrischio a dirti che ti voglio bene (però sia chiaro: sono felicemente sposato e ho 4 figli, ok?)
      : ))
      aggiungo che – in buona sintonia con “l’eleganza orrifica” citata nel tuo commento – sostituirei “incredibile dictu” (che non rende ancora l’idea) con *horribile dictu*, più appropriato alle ripugnanti argomentazioni in difesa degli algoritmi decisionali atti a razionare le risorse sanitarie. e mentre leggevo ciò che hai scritto sulla “Grande Guerra”, mi è venuto da chiosare per assonanza che in fondo, le linee guida *etiche* hanno come scopo primario proprio quello di “diluire” le responsabilità morali creando multilivelli decisionali, espediente già usato con successo in tempo guerra coi soldati: lunga catena gerarchica di comando, soldati ridotti a meri esecutori finali di ordini che “piovono dall’alto”, sacrifici umani “per il bene della patria” (id est, in tempo di pandemia, “per il bene economicistico del sistema sanitario”, cioè per la sua *sostenibilità economica*), nonché spersonalizzazione dell’essere umano in generico “nemico” da eliminare (id est, in tempo di pandemia, in generico “costo/spesa” da tagliare).
      dunque grazie di cuore a te, Plinio, e un abbraccio grande

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  6. Caro Malos, riguardo a queste cose ho solo pensieri tecnici e numerici, a regime avevamo 5090 postazioni di terapia intensiva in Italia, dalle informazioni che ho trovato, dal telegiornale di ieri sera siamo arrivati a 7500. Non mi è chiaro se questi numeri comprendono anche le postazioni per la ventilazione non invasiva con le mascherine, spero queste siano escluse. Sempre dal telegiornale, l’azienda italiana che produce ventilatori, con l’aiuto dell’esercito ha dichiarato di poter arrivare a 500 postazioni al mese. Dai giornali di oggi in trapia intensiva ci sono 3204 parsone. Si spera che il contagio diminuisca davvero, che il sud non arrivi alla nostra situazione. Se il tempo medi di incubazione è di 4-6 giorni, di 14 giorni il tempo massimo, in questa settimana se non si vedono risultati potrebbe significare che non è servito il lockdown.
    L’allocazione di risorse scarse come la terapia intensiva spero che rimanga solo un problema di etica medica, voglio dire, è meglio che sia il medica a sporcarsi le mani prendendo la decisione, piuttosto che seguire indicazioni dall’esterno, che potrebbero essere quelle di favorire i militari (come ho sentito) o i politici o i calciatori, giusto per dire.
    Invece dovrebbero essere tutelati i medici, che se si lasciano ammalare, ne risentono tutti, mi sembra incredibile che il dottor D. non abbia potuto fare subito il tampone. Stavo guardando adesso i dati della John Hopkins, non ci credo che l’india abbia solo 500 positivi, temo che il terzo mondo esploderà silenziosamente. Un saluto.

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    1. caro Giancarlo, i posti in terapia intensiva in Italia sono circa 8 per 100.000 abitanti. i contagi da SARS-COV-2 (l’agente eziologico di COVID-19) in Italia sono allo stato attuale 143 su 100.000 abitanti (quasi 3 casi ogni 2000 abitanti, per rendere meglio l’idea) con grandi differenze da regione a regione (si va dai 37 298 casi della Lombardia ai 151 casi della Basilicata, per entrambi alla data del 28/03/2020). ciò fa sì che in Lombardia, dove si concentra poco meno della metà dei contagi, anche se i posti letto in terapia intensiva sono stati aumentati dai circa 720 iniziali (cumulativo di 74 ospedali, pari a 7,2 per 100.000 ab) a circa 1200 durante i primi 18 giorni dell’epidemia (12 su 100.000), tale numero è largamente insufficiente. il conto è presto fatto: la Lombardia conta circa 10 milioni di abitanti, quindi i contagi in quella regione sono 0,0037 per 100.000 abitanti (quasi 4 casi ogni 1000 abitanti, per rendere meglio l’idea). lo studio di Grasselli e colleghi su JAMA (March 13, 2020) ci informa che in Lombardia (dove SARS-COV-2 è “stranamente” più virulento che altrove nel mondo), circa il 16% dei pazienti contagiati necessita di ricovero in terapia intensiva. quindi, al 28/03/2020, i pazienti contagiati che *avrebbero* dovuto essere ricoverati in terapia intensiva sono 0,0037 x 16% = 0,000592, ovvero 59,2 per 100.000 abitanti. capisci anche tu che, se anche gli iniziali 8 letti per 100.000 abitanti si è arrivati a 12, e se anche dal 13/03/2020 (data a cui si riferisce l’articolo di Grasselli e colleghi) fossero stati addirittura raddoppiati portandoli a 16 o triplicati portandoli a 24, abbiamo comunque che la capacità di accogliere pazienti delle terapie intensive lombarde resta meno della metà di ciò che sarebbe necessario. te lo giro in speculari dolorose parole: almeno metà dei pazienti che avrebbero avuto bisogno di un ricovero in terapia intensiva sono morti perché non è stato possibile ricoverarli in terapia intensiva. Non basta. secondo te, in Italia ci sono solo i malati da COVID-19? tieni conto che i letti in terapia intensiva, in genere, non sono quasi mai vuoti. in Lombardia, nei mesi invernali, i letti normali di terapia intensiva (720) sono in genere occupati all’85%-90%. mi spiego? non è che il resto dei malati di tutte le altre patologie si smaterializza perché c’è la pandemia di SARS-COV-2… ok. abbiamo ridotto al minimo gli interventi chirurgici e compagnia bella, ma come dice testualmente lo studio di Grasselli e colleghi sulla situazione in Lombardia, riferendosi alla settimana precedente al 18 marzo: “The linear model forecasts that approximately 869 ICU admissions could occur by March 20, 2020, whereas the exponential model growth projects that approximately 14 542 ICU admissions could occur by then. Even though these projections are hypothetical and involve various assumptions, any substantial increase in the number of critically ill patients would rapidly exceed total ICU capacity, without even considering other critical admissions, such as for trauma, stroke, and other emergencies.” Purtroppo, a posteriori sappiamo bene che nei 14 giorni dal 13/03/2020 al 28/03/2020 i casi di COVID-19 in Lombardia sono aumentai da 5791 a 37298. rendo l’idea?
      scrivi: “Si spera che il contagio diminuisca davvero”. direi che è ovvio, però un conto siamo io e te che “speriamo” lecitamente, un conto è chi ci governa che non può limitarsi a “sperare”. *doveva* agire (e non l’ha fatto abbastanza) e *deve* agire (e non lo sta facendo abbastanza). mettere in atto contromisure insufficienti e sperare che dio ce la mandi buona non è ciò che dobbiamo fare di fronte ai dati numerici che ti ho riportato poco sopra. peraltro, anche se è plausibile (ma non certo) un calo dei contagi nella prossima settimana e un calo più marcato (ancora più incerto) dopo la metà di aprile, l’epidemia NON sarà certo debellata: siamo in quarantena, i contagi continueranno (come accade in Cina e in Corea del Sud) stabilizzandosi su qualche centinaio al giorno in attesa che qualche coglione rimuova la quarantena. il lockdown non solo serve, ma è indispensabile ed ha stabilizzato la crescita esponenziale dell’epidemia: in assenza di quarantena generale avremmo avuto entro metà aprile milioni di contagiati e centomila morti. ciò non toglie che la quarantena da sola non basta: serve fare più tamponi, mettere in campo l’esercito e stanziare almeno 1000 miliardi fin da subito per sostenere famiglie ed economia (e ciò non impedirà comunque al PIL italiano di andare in territorio negativo a doppia cifra per il 2020).
      scrivi: “L’allocazione di risorse scarse come la terapia intensiva” beh, sui “favoritismi” ovvio che nessuno li ritiene accettabili. il problema però non è di etica medica ma di politica economico-sanitaria (non vorrei ripetermi, quindi penso che non siano necessario aggiungere altro)
      scrivi: “mi sembra incredibile che il dottor D. non abbia potuto fare subito il tampone” i tamponi scarseggiano e il ministero aveva dato indicazioni chiare sul farli SOLO ai pazienti sintomatici gravi. se vuoi, leggi qui https://notizie.virgilio.it/coronavirus-tamponi-monosintomatici-lombardia-fontana-1327745?ref=libero
      un abbraccio forte anche a te, e grazie per essere sempre così attento e presente.

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  7. Riporto, malos, il commento di Gecchi Ventura (grazie) su Facebook, dove i tuoi ultimi post stanno avendo grande diffusione. Invito tutti a commentare qui:
    ‘L’efficacia del nostro sistema sanitario nazionale, fatti salvi i sani principi generali sui quali si fonda e la buona fede dei singoli, fino a poco tempo fa si basava sull’assioma più spesa più salute, nel senso che indipendentemente dal rendimento relativo delle varie misure adottate, ciò che aveva una straordinaria ricaduta sulla sua efficacia era la generosità con la quale venivano stanziate, e spese, somme favolose che poi, avevano comunque ricadute benefiche sui cittadini, portandone la vita media e l’aspettativa di vita delle singole fasce di età a primeggiare nel mondo. Appena abbiamo posto il freno non agli sprechi, attenzione, ma alla spesa, ci siamo accorti che la coperta era troppo corta. Ma l’anomalia era il prima, non il dopo. Cioè, non esiste uno stato che sia uno al mondo che abbia tutto per fare tutto…
    Quindi si ovvia alla penuria atavica di risorse e alla maldistribuzione che ha afflitto l’umanità da sempre (e che probabilmente noi ignoriamo), con quelle che si chiamano genericamente “politiche di bilancio” le quali, una volta poste in essere, non sono altro che l’equivalente delle selezioni che oggi sarebbero chiamati a operare i medici.
    Non è così evidente, ma anche in quel caso (delle politiche di bilancio dico) si sceglie chi vive e chi muore… Se poi il ragionamento lo estendiamo al mondo intero, certe decisioni si sono risolte non in selezioni più o meno ansiogene, ma in veri e propri genocidi.
    Ansia? Ma se succede ogni giorno…’

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    1. Gecchi Ventura scrive: “abbiamo posto il freno (…) alla spesa (…). Ma l’anomalia era il prima, non il dopo. Cioè, non esiste uno stato che sia uno al mondo che abbia tutto per fare tutto. Quindi si ovvia alla penuria atavica di risorse …”

      oh, buon dio! ci mancava pure la triste favola della scarsità della moneta e delle risorse. davvero, il liberismo è ormai quasi riuscito nell’impresa di cancellare qualsiasi forma di vita intelligente sul pianeta terra. https://www.davidemura.com/linganno-della-scarsita-monetaria-for-dummies-4185

      Gecchi Ventura wrote: “Ansia? Ma se succede ogni giorno”

      in effetti succede ogni giorno. che diamo aria alla bocca e non cogliamo la differenza. tra un cappello e un boa che digerisce un elefante.
      o, se preferisci, tra un raffredore e la Spagnola.

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  8. bravissimo Malos. ben venga l’ansia. chiaro e diretto. e la vedo molto brutta, ora, se il Covid dilagherà, grazie agli errori che si continuano a fare. contromisure subito dunque, a gran voce. possibile che non vi sia stampa intelligente che amplifichi? davvero sarebbe utile diffondere panico, ma panico acuto, forse almeno un minimo efficace, in tutte le autorità preposte!

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    1. cara annamaria, grazie per aver fatto sentire anche la tua voce. purtroppo SARS-COV-2 è *già* dilagato in molte province d’Italia (Brescia, Bergamo etc). le uniche contromisure possibili, giunti a questo punto, sono prolungare la quarantena il più possibile e usare guanti e mascherine. se hanno ragione il dr. Sbrenna e gli epidemiologi della Oxford University, tra alti e bassi la pandemia potrebbe durare per i prossimi 12 mesi. un abbraccio.

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  9. rispondo al commento di Ciglie del “marzo 29, 2020 alle 9:53 am”.

    scrivi: “Quasi sicuramente l’Europa non approverà i cosiddetti “coronabond”, ci rimetterebbero troppo le economie dominanti. Eppure un sistema economico ha senso solo se uno Stato e l’Europa in questo caso, può mantenerlo in piedi pure in tempo di crisi.”

    hai ragionissima Carlo, e l’articolo che citi è largamente condivisibile. per opporsi ai Coronabond la Germania sta addirittura ampiamente taroccando i dati sui decessi da COVID-19 in terra teutonica. il problema è che stavolta è difficile per i tedeschi imporre la loro linea se in *tutta* europa la situazione è quella che si sta profilando. in mezzo alle tante conseguenze drammatiche e strazianti in senso sia umanitario che economico di questa pandemia, forse ce n’è almeno una buona: il lucchetto della gogna stretta alla gola dell’ital-tacchino per spennarlo definitivamente potrebbe saltare. leggi qui http://thesaker.is/if-germany-rejects-corona-bonds-they-must-quit-the-eurozone.

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