Monica Baldini – Dopo ogni notte torna l’alba, “Le notti bianche” di Fedor Dostoevskij

Oggi martedì 14 Aprile si apre una nuova settimana di tempo claustrale. Appena acceso il computer, dallo scorcio della finestra con il suo passo lento e roboante è passato il carro dell’esercito, mimetizzato, ingombrante in una cittadina via adiacente al litorale, eppure è ormai quasi più familiare delle auto. Ma l’esercito da una parte se incute un senso nuovo di allerta e ferrea adesione ai decreti come in un campo militare, dall’altra ci rimembra che tutti siamo chiamati al servizio degli altri e per noi.

Non dobbiamo arrenderci, dobbiamo combattere, ci viene allarmato. Non assopire nel silenzio ma essere vigili e vigilanti fervorosi nei limiti di una ristrettezza invadente. E in questo silenzio, nell’isolamento guardingo di ogni gesto e passo si può continuare a essere anche vivi? Vivi interiormente, nell’animo inteso, dotati di una fervida speranza? Nel suo breve romanzo giovanile, “Le notti bianche”, scritto ancora sotto i suoi trent’anni di età, Fedor Dostoevskij ce lo racconta in maniera maestrale. Ci descrive il suo essere isolato e sognatore, quello del protagonista, il suo non conoscere nessuno in San Pietroburgo ma avere comunque conoscenza di tutto nei minimi dettagli persino delle case, dei loro colori, delle pareti. “Loro certamente non mi conoscono, ma io conosco loro. Li conosco intimamente: ho pressochè studiato le loro fisionomie e mi compiaccio quando sono allegre; sono invece turbato quando le vedo tormentate. (…) Conosco anche le case. Quando cammino è come se ognuna mi corresse incontro per la strada, mi guardasse da tutte le finestre e per poco non mi dicesse: “Buongiorno, come state? Io, grazie a Dio, sto bene e nel mese di maggio mi aggiungeranno un piano”.  Emerge la spiccata sensibilità del protagonista che squarcia le barriere della prigionia di una vita sommessa al sogno e che, in maniera pur filtrata gli fa incontrare la realtà. Dostevskij delinea ancora meglio e più specificamente l’esistenza del sognatore come di uno starsene nei cantucci dove il sole splende in altro modo. “Ci sono, Nasten’ka, se non lo sapete, ci sono a Pietroburgo degli angolini piuttosto strani. In questi luoghi sembra che non si affacci lo stesso sole che risplende per tutti i pietroburghesi, ma che vi getti lo sguardo un altro sole, nuovo, come creato appositamente per questi angoli, e che illumini tutto di un a luce speciale. In questi angoli, cara Nasten’ka, pare metta radici un’altra vita, diversa da quella che ferve accanto a voi…Ecco , questa vita è un miscuglio di qualcosa di puramente fantastico, di ardentemente ideale e insieme (ahimè, Nasten’ka) di insignificantemente prosaico e ordinario, per non dire di incredibilmente volgare”.

Certo il sognatore non appartiene alla reale dimensione, non stringe amicizie, è barcamenato, trasportato e strattonato dalla fantasia che trascende ogni confine, che lo sbatte da un romanzo all’altro nella sua mente a dirotto come lava che erutta, fiume che straripa, non ha argini che lo contiene, non ha freni né tempo che lo monitora tanto che la sua fantasia gli pare essere “monotona fino alla volgarità, schiava di un’ombra, di un’idea”. Eppure il sognatore non smette, resta per l’intero romanzo un sognatore, ovvero colui che se occorre meglio definirlo, non è un uomo ma, sapete, una sorta di essere neutro. Si stabilisce nella maggior parte dei casi, in qualche angolo inaccessibile, come se lì volesse nascondersi anche dalla luce del giorno e, una volta rintanatosi, aderisce al suo cantuccio come una lumaca, o per lo meno assomiglia molto a quell’interessante animale che è insieme animale e casa e che si chiama tartaruga.”

Una esistenza rilegata in sé, in cui vivere è abitare insieme nel guscio del proprio io, che trasferisce visioni, emozioni e immagini e solo si connette al mondo esterno quando il cuore parla. “Io non so tacere quando il cuore in me parla. (…) Ah, non sapeste quante volte mi sono innamorato in questo modo!…” “Ma come, e di chi?…” “Di nessuno, di un ideale, di colei che mi appare in sogno. Io creo interi romanzi in sogno.”

Una vita distaccata, alienata di un cuore inguaribile affetto dalla malattia del sogno, di un vuoto buio che colma solo vagando tra sé e sé e solo respira per mezzo dell’amore. Sarà l’amore con la a maiuscola infatti, assaporato in quattro notti, un amore non consumato solo parlato e dichiarato con purezza di sentimenti, che lo farà muovere dal suo stato. Solo l’amore che aveva già sognato, desiderato e voluto tanto, lo farà uscire come la tartaruga esce dal letargo e fa capolino al mondo e per amore vincerà ogni timidezza e paura persino lo sconto di subire una sconfitta, di non poter godere di Nasten’ka.  “Oh, Nasten’ka, Nasten’ka! Sapete per quanto tempo mi avete riconciliato con me stesso? Sapete che ormai non penserò più di me così male, come mi accadeva in certi momenti? Sapete che ormai, forse, non proverò più l’angoscia di aver commesso un delitto e un peccato nella mia vita, perché una vita come questa è un delitto e un peccato?”

Dostoevskij con una penna soave, poetizzando gli stati più ingombranti dell’animo che trincerano la persona mette in chiara evidenza l’importanza di cogliere ogni atto e gesto compiuti nella loro voce ed effusione poiché solo comprendendoli, questi possono donarci la partecipazione alla vita quale occasione per diventare uomini e donne maturati, rinnovati e ripuliti. Questo piccolo romanzo tascabile l’ho avvertito come una perla di dolcezza preziosa da proporre ancor più in questi momenti difficili, perché oltre a dichiarare con nudità e limpidezza la solitudine e il senso d’abbandono di un animo in crisi, evoca quanto questo sia invaso da buoni sentimenti e resti tale fino alla fine concludendo addirittura con la benedizione alla donna amata e perduta.

“Sia limpido il tuo cielo, sia luminoso e sereno il tuo caro sorriso, sii tu benedetta per l’attimo di beatitudine e di felicità che hai donato a un altro cuore, solitario e riconoscente!

Mio Dio! Un intero attimo di beatitudine! E’ forse poco, anche se resta il solo in tutta la vita di un uomo?”

Dostoevskij a soli ventesette anni così, duecento anni fa circa, ci mostra con coscienza la profondissima quiete ed inquietudine che affligge l’animo da arrivare a maledirsi per questo, il dirsi di vivere in peccato e delitto e di farsi da sé del male per il terribile distacco nocivo e l’amore che lo salva, esaltandolo e riconciliandolo. Dunque ci trasferisce un senso di diniego verso l’isolamento, verso l’essere astratti vagabondi nel sogno che diviene sterile fantasia di cesura dagli altri mentre ci infonde l’approvazione per gli alti ideali, la gratitudine immensa che sconfina oltre il dolore e le lacrime, la ricongiunzione con sé tramite il vivere insieme e la beatitudine vera toccata e serbata che più lo lascerà. Termina con la benedizione dell’amata. La sofferenza non l’ha affossato né portato a imbruttirsi.

Allora mi sono chiesta se dopo questo isolamento imposto, che non sarà perciò per alcuno un delitto né un peccato averlo vissuto, il nostro animo potrebbe ripiegarsi a guardare il mondo e le relazioni con più idealismo, in modo più gentile e grato come Dostoevskij ci insegna ne “Le notti bianche” e addirittura, se potremmo arrivare, come lui scrisse secoli fa, a benedire altri nell’abbandono.

Se così accadesse, potremmo mai dire che sarebbe stata una inutile e vana pandemia, tutta una stupida sofferenza?

Monica Baldini


4 risposte a "Monica Baldini – Dopo ogni notte torna l’alba, “Le notti bianche” di Fedor Dostoevskij"

  1. chiedi: “E in questo silenzio, nell’isolamento guardingo di ogni gesto e passo si può continuare a essere anche vivi”?
    penso e credo di sì. anzi, per come la vedo io, il rinnovarsi della familiarità con una morte (di solito esorcizzata/rimossa) che torna a bussare prepotentemente alla nostra porta con lo stesso passo minaccioso del racconto di Poe, ci restituisce una più rotonda consapevolezza di quanto siano fragili e preziose le nostre vite. amo in modo particolare Dostoevskij, anche se in “Le notti bianche” lo sento ancora troppo giovane e “poetico”. scrivi giustamente: “la sofferenza non l’ha affossato né portato a imbruttirsi”, esprimendo un giudizio nel merito che è completamente opposto al mio. da nano contadino ho la netta sensazione che solo affossandoci e imbruttendoci possiamo toccare con mano la terra e la vita, e poi provare a risalire uscendo dalla fossa (una sorta di resurrezione terrena, molto terra terra, eh): la dimensione artistica più alta potrebbe dunque essere quella che riesce a comunicare una mediazione tra fantastico-ideale e volgare-popolare. in tal senso, per restare nell’ambito delle produzione letterarie di nonno Fedor, emblematici mi sembrano “i Demoni”, una delle mie opere letterarie preferite d’ogni tempo.
    doveroso quindi il ringraziamento a Monica per questa iniezione di positività “umanista” che mi ha riportato alla mente “Quando siete felici, fateci caso” di papà Vonnegut.
    : )

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    1. Grazie Malos !!! ti ringrazio di cuore.
      sì, credo che occorra sentire il sussurro del vento e il suo odore quando ci accarezza per capire che sensazione ci trasmette, toccare la terra, scendere, sentire la vita e scegliere sempre di volgere al bene anche se le condizioni non ci lasciano libertà di agire come vorremmo. la libertà di renderci benevoli comunque.

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  2. In tempi atroci di coronavirus, e conseguenti, incombenti Cronache d’Apocalisse, ha fatto bene Monica Baldini a riportare l’accento – il sentimento e il sentire – sui sommovimenti o i malesseri della nuda, segreta intimità, egualmente trasparenti come il virus, a fabbricare possibili anticorpi tra “animus” e “anima” (ma uscendo da ogni accezione junghiana, che pure ci affascina da sempre, e ci reclama. Giovane scrittrice, giornalista e poetessa (un bell’ossìmoro, per vagliare, periziare, e insieme poetare sulla Realtà), Monica ha la freschezza e l’entusiasmo giusto per arrivare a chiedersi – ripeto, fuori dal diktat massmediatico che è un horror ininterrotto (ma anche una preparazione ora abbastanza spedita a colonizzarci definitivamente la mente, il corpo, l’identità, la virtualità “tracciabile”: tutto assorbito da un’”app” che chiaramente sostituirà l’Io, del resto oramai relegato poco più che alla poesia: non parliamo poi del super-Io o dell’Inconscio, egualmente surrogabili in digitale, evocabili in una perpetua ma avulsa connessione planetaria! Altro che Grande Fratello – quelli ormai sono giochetti televisivi per balenghi narcisi o panchinari dello spettacolo, e attricette mancate, baiadere a 32 pollici o squinzie in progress) – il corona-virus ha secreto ben altre strategie imperiose, tattiche comunicative, decreti sbilenchi di Pubblica Sicurezza…
    “App… ergo sum!”. Ho un’app… dunque sono! Immune fra gli “Immuni”… O no?
    “Si apre una nuova settimana di tempo claustrale…” si dice Monica – annichilita anche lei da quella terribile immagine (“è passato il carro dell’esercito”) – insomma le esequie “militarizzate”, le bare sui camion dell’esercito inaspriti dalla tinta mimetica – che scalza ormai, o riaggiorna, nella nostra memoria, perfino i carri atroci, cigolanti con gli appestati e i monatti queruli e chiassosi di manzoniana memoria,,, La tua fede ti ha salvata, reciterebbe il Vangelo – ma io aggiungo in perifrasi: la tua giovinezza, t’ha salvata. Perché solo una ragazza o poco più, incorrotta alla retorica ufficiale (della notizia, del dramma in sé, della sua progressione epidemica, delle cronache mortuarie ma anche delle imperterrite Cassandre economiche – che perfino in questi giorni macabri ci dicono e discettano su come va il pil, come sale lo spread o scende la Borsa, terremotano le Borse, bla bla bla: … perseverare, diabolicum!), solo una giovane innamorata e promessa alla Poesia, poteva davvero spiegare, a noi tutti, il semplice conforto che ha provato leggendo, o rileggendo, “Le notti bianche” di Dostoevskij.
    “Termina con la benedizione dell’amata. La sofferenza non l’ha affossato né portato a imbruttirsi”… Parla del protagonista di questo delizioso, immortale romanzo breve giovanile, gemma ancora dell’800 romantico (il romanticismo, avrebbe detto De Musset, come “malatia del secolo”); forse un confessato “alter ego” dell’inquieto ma anche dolce Fedor, che scrive, trasfigura queste notti o insonnie d’un sognatore, nel 1848, a 27 anni… E che è un po’ un Werther al contrario, con una ragazza amata, un fidanzato ufficiale e uno spasimante che finirà deluso. Ma Goethe, a fine ‘700, lo sacrificava al suicidio della passione (Sturm und Drang), qui, in pieno ’48 (politicamente, di grandi rivoluzioni patriottiche e progressiste, in tutta Europa), Dostoevskij lo ammaestra di saggezza, e lo rende comunque, alla fine, imperituro amico dell’Amata, che non potrà amarlo (perché ama un altro), pur privilegiandolo d’affetto, stima, e amandolo insomma ogni dolcezza… d’ogni idealità e concreta illusione…
    “- Sì, Nàstjenka, sì! Basta, adesso io sono felice, io… Nàstjenka, su, parliamo d’altro, presto, presto, parliamo! Io sono pronto…
    E non sapevamo che cosa dire, si rideva, si piangeva; si dicevano mille parole senza legame e senza senso”…
    Pensate, pensiamo ora al peso reale della Storia, anche in letteratura… Solo un anno dopo, nel 1849, Fedor Dostoevskij sarà arrestato in quanto appartenente un gruppo di intellettuali socialisti, e condannato a morte. La condanna al’ultimo verrà sospesa da una grazia “dimostrativa” dello Zar – commutata in 4 anni di lavori forzato in Siberia -: ma da lì cominciano in fondo le vissute, infibrate, e solo dopo, de-scritte, “Memorie del Sottosuolo”; poi romanzate in ogni suo libro a seguire, specie nei grandi romanzi che ci ha donato dilaniato da quei ricordi, da quel continuo, ineludibile terremoto interiore, che era, eccome, una inesorabile pandemia dell’anima – e dell’animo. Sono due cose diverse, ma ora glissiamo.
    Monica si dice – evviva – stupefatta di questa lezione, di quest’insegnamento di grazia e di gentilezza, anche dopo le veglie, le vicissitudini di quelle Notti bianche… Le nostre lo sono infatti in modo molto, molto diverso. Ogni notte, per l’appunto è bianca, si rischia di farla in bianco – cioè in veglia d’insonnia. Mentre ogni giorno, anche assolato, luminoso, corteggia e dialoga in nero, cupo a spandere nuovi germi e contagi e lutti e notizie e record terrifici… Ma ecco il cruccio, nostro e di Monica, quasi che nulla in fondo debba poi cambiare – solo ipotizzare un ritorno, una riapertura, fase uno, fase due… Ma noi in che fase stiamo?: emotiva, epocale, intima, dostoevskijana…
    Questo suo intervento mi è piaciuto perché ESCE dai luoghi comuni: perfino dall’ansia, dal pietismo, dal patetismo, dalla progettualità sul dopo – da parte di chi non si è mai realmente occupato né del prima né dell’oggi, del durante che è due volte infausto: per la pandemia tra i corpi, e per il contagio nell’anima, nei cuori – vorrei dire, ma senza ambiguità spiritualistiche, o peggio moralistici sensi di colpa!… Scrive la giovane Baldini, che è anconetana, dunque vive la realtà delle Marche, una ardua, collinosa via di mezzo, un purgatorio tuttora da scontare, da patire ammaestrandosi: “Allora mi sono chiesta se dopo questo isolamento imposto… il nostro animo potrebbe ripiegarsi a guardare il mondo e le relazioni con più idealismo, in modo più gentile e grato”. Altrimenti, è vero, sarebbe “una inutile e vana pandemia, tutta una stupida sofferenza”.
    La morale, perché no, è questa – un neo-manzonismo di ritorno, forse non rigidamente cattolico, ma teso al ben più vasto significato morale di questi giorni, irrelati e irenistici… Giorni duri, nefasti, deprimenti – li viviamo tutti – che nessuna regalìa o compensazione INPS, sussidio magnanimo (che poi è sempre, o quasi, servaggio “politico”, elemosina burocratica) potrà mai suturarci, cicatrizzare, e per davvero risarcirci DENTRO.
    Si chatta molto, in questi giorni, tutto e tutti sono, SEMBRANO interconnessi. Ma è immensa, la solitudine che ci insidia, ci abita, e ancora ci aspetta. Tutto diventa Notte – e ogni notte, si adombra di una grande ombra bianca. Ecco, stiamo davvero rivivendo (riscrivendo?) tutti e ciascuno, delle nostre nuove “Notti bianche”.
    Che allora esse giungano, ancora e sempre, all’appuntamento fedele con la gentilezza, con l’amicizia, col fervore educato, con una solidarietà mai più mascherata (ma protetta da diligenti e opportune mascherine). Profilassi e fervore: quello che fa, e farà sempre ancora rima (non diciamo destino, echeggiamento) con la parola amore. Diceva Albert Camus nel suo romanzo “La Peste”: “…E’ il microbo, ad essere naturale! Il resto, è solo effetto della volontà, e d’una volontà che non si deve mai fermare”…
    Comunque, dopo ogni notte torna l’alba… Ma noi ci proveremo, c’illuderemo d’esser pronti.

    Plinio Perilli

    (e grazie a malos mannaja per la precisione
    e la filantropica bontà delle sue cronache
    scientifico-sociali: un corredo prezioso,
    news e raffronti per noi ormai indispensabili)

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    1. Che dire se non un immenso grazie, Plinio. Il tuo commento mi gratifica pienamente e mi pone altri interrogativi ed altri stimoli. Non sarà così facile, né potremo illuderci di acquisire cose sino adesso dimenticate o celate. Non saremo pronti ma la macchina del pensiero non si deve fermare come la volontà. “E’ il microbo, ad essere naturale! Il resto, è solo effetto della volontà, e d’una volontà che non si deve mai fermare”…hai tu perfettamente riportato e ti rendo pieno accordo e gratitudine perché su questa chiusura mi sono davvero posta un intervallo di riflessione. La mia volontà è davvero quella di migliorare il mondo, le relazioni, la mia vita o è abbaglio di una morale retorica? Belli gli ideali ma la libertà di pensiero deve pur essere accompagnata da una sua validità pratica e concreta altrimenti sono solo parole. Come dire; – mi sono chiesta – Monica, credi ciò che scrivi, lo approvi fino in fondo e vuoi – volontà – metterlo in atto? Credo che le parole acquisiscano la loro potenza sul foglio se meditate, se ponderate e se contengono un grande credo, una visione non imminente ma futura, immaginata che vuole però rivendicare la sua forza. Credo che nel pensiero debba esserci tanta sincerità e sempre più potrà essercene se diventerà aderente alla vita.
      Non sarà tutto vano se alla comprensione dell’importanza di introdurre gentilezza e carità, attingeremo alla volontà fino ad abusarne. La volontà è la chiave per concretizzare il progetto di bellezza. Non mollare, non desistere, ho colto dal tuo commento, Plinio. E credo che il non desistere sia doveroso per non assecondare l’illusione malsana che il bene sia una utopia. Sta alla nostra volontà renderlo vivo non solo nelle lettere. Grazie Plinio!

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