Simone Cocco: tre inediti

Simone Cocco

 

Il solo eterno. L’eterno amore

A quel tempo,
Ero ancora corrotto
Da residui di termini d’anti vero:
Famiglia, Amici per la pelle,
Sacralità dell’arte, Vacanze, Fedeltà,
Amori per sempre;
Parole così,
Utili ad impedirti di nascere, insomma.
A meno che uno non si “riconosca”
In scienza medica, o strofe di Baglioni. Qualcosa di già detto.

Pensa che, a quel tempo,
Ancora credevo (già non del tutto, ma un po’, ancora sì)
Che “credere” fosse roba
Di pensiero. O, peggio ancora,
Di cuore!
Ancora infatti, cercavo di dare un senso di confino
Alla libertà della pelle (far l’amore come & tipo: ora son tuo &d ora, sei mia)
Al significato della politica (polemizzavo tra nulla di destra, e nulla di sinistra, lo ammetto!)
Ai viaggi turistici della spiritualità da moltitudini, e
Sì: perfino alla “poesia”!

Sto parlando di “quel me”
Che frequentai nei primi 6, 7 anni di vita:
Ma, ti giuro, furono davvero pesanti. Tanto che
Tutt’ora mi rincresce, per quel tempo che mi son negato.
Poi, per fortuna,
Cominciai ad innamorarmi, con impegno
(Che senza, è bravo pure un politico, qualsiasi “genitore”
O pure un giornalista di stato, figurati).
Fu così, che mi accordai l’amore.
Fu così, che cominciai a mettermi al mondo, da me.

Puoi immaginare (no, non puoi, lo so) la delusione
Di coloro che, essendo mai nati,
Pensavano di vantare diritti e doveri,
Sul cielo magnifico degli sterminati cazzi tutti miei.
Quel cielo, che decisi di esplorare
Senza conforto di eventuali buoni premio di lassù.
Né fratelli, mamme, dammi un cinque, o congiunti, di quaggiù.
E indovinai che il gioco del vivere – dunque del Dover di vivere, per nascere –
Corrispondesse a qualsiasi lontananza
Funzionale all’amare senza mai possedere nessuno:

Se hai un gioco, lo devi regalare.
Prima che diventi tu, l’unico scopo del tuo gioco.
Se hai un panino, lo devi dividere.
Prima che la fame ti renda cieco, sulla fame altrui.
Se incontri una donna, devi dirle tutto, e senza sconti.
Prima di farti mafioso, marito, padre giusto, o falso corpo di virtù.
Così, mi allenai per bene,
A dire sempre tutto, di me. A voce alta. A sangue teso.
Notai molte gambe facce fuggire, a facce gambe piuttosto levate.
E no? E sì: altroché, se fu triste eppur bello.

Poi, mi allenai a costruirmi le cose
Che mi sarebbe piaciuto sentire:
La poesia mi suonava eccesso di miele stonato?
Ok, me la faccio io, la poesia.
La religione mi sapeva di divieti bugiardi?
Ok, sarò io, lo sforzo di dio: dio o nessuno, tu: pensa a te.
I cantanti mi sembravano tutti bambini truccati
Ad una recita di fine anno, in attesa del “bravooooo!”?
Ok, imparerò a scrivere canzoni.
E così via dicendo. Anzi: via facendo. Dicendo poco. O quasi niente.

Certo, non dico mica
Che riuscii a creare un’autosufficienza assoluta, no.
Avevo bisogno di camerieri, per ordinare un buon piatto.
Così, sportivamente, tributai a qualsiasi cameriere
Affetto a mai scadere, a prescindere dal sempre possibile
Umano errore. “Grazie”. Mancia & “tornerò”.
Avevo bisogno di una donna stella che mettesse ordine
Tra le mutande, le camicie e i miei fogli macchiati di voglia e di genio.
Così, imparai a dire Grazie. Sul serio.
Ed essendo io, un nuovo io d’arroganza, presi ad amare ogni splendida umiltà.

Qualche giorno, o mese, o secolo fa,
Ho compiuto 50 anni. O così mi si dice.
Pazzesco!
Non ci avrei scommesso mezzo pelo di culo, ti giuro.
Anche perché, sopra sotto il mio studio mai finito
Sull’idea del: crearmi, scordarmi e ricrearmi da me,
Ho dormito molto, molto, molto poco.
Non è che poesie, canzoni, o centinaia di biografie grandiose
Le studi o indovini nel sonno, sai? Per sognare, devi star sveglio.
Per far questo, ho concesso molto spazio ai caffè. E nessuno, alle ore del the!

Sono così orgoglioso, di non essere affatto
Quello che avresti avuto piacer di frequentare.
Che, meno ti frequento, più ti amo.
Sarebbe bello, lo sentissi. Anche se lo so, che non puoi.
Ti amo, specialmente ogni qualvolta (chiunque mai nato, tu sia)
Te la prenda a male, per ciò che altri battezzaron per te,
Umana stranezza. O mancanza di costanza.
Di gesti, parole o condivise ricorrenze.
Immagino fosse incluso nel prezzo, tutto ciò.
Lo accetto. Tu, no! Non so davvero che farci, però.

La libertà vale nulla, piccin io & piccina tua,
Se non ti liberi per sempre, di te.
Gaber (splendido esemplare d’Umano)
Scrisse: “libertà, non è stare sopra un albero,
Libertà, è partecipazione”.
Bello, sì’. Ma ancora, troppo suono d’etichetta in cerca d’affetto.
Libertà, è farsi albero. Sopra, sotto, e tra le foglie senza nome.
O sasso. Ricordo futuro di stelle. Partecipi di tutt’altro.
Apprendimento infinito di dimenticanza.
Gioia d’assenza.

Intuito profetico
D’ogni dentro.

La malattia della conchiglia,
Che si faccia idea di perla.
Tu che rinasci in tutt’Altro:
Ecco, la cura libertà.

Un pensiero solo.
E sempre & solo d’andata.

Il solo eterno.
L’eterno amore.

La
Sola
Poesia.

***

Nel giorno del giudizio

Nel giorno del giudizio,
Un attimo prima del boom,
Una cacca di gabbiano
Battezzò la scatola rosa
Del mio kit 060606 nuovo di zecca.

Col dito cuore microchip
Mandai un segnale ad Angela che,
Pronta come un amore digitale,
Mi spedì un’altra scatola rosa
A bordo di un poli drone di stato.

Accesi la tivù della mano e seguii
La video colazione di Carletto
Che mi salutò felice:
“Ciao papi, qui tutto bene, e tu?
Ti è arrivato il kit?”.

Dopo il terzo TSO
Avevo smesso con le poesie
E mi ero reso conto, finalmente,
Che avevano ragione tutti loro:
Non ero stato affatto buono, devo ammetterlo.

Dopo aver salutato Carletto,
Aver mandato il like quotidiano
Sulla pagina Facebook
Del presidente del grande virus,
Aprii la scatola.

Presi la siringa
Aspirai il liquido benefico
E me lo iniettai.
Ah, ora sì che va bene.
Ora sì. Che va bene.

Andai fuori in cortile
E misi su l’inno globale.
Dai tanti cortili mono cielo adiacenti al mio
Sentii risuonare la gioia umana punto 3.
Il sole splendeva grigio. Alto, sicuro e assai normale.

Per un attimo fui tradito
Dal ricordo di un verso di Rimbaud
E dal dito chip, giustamente,
Subito partì l’alert elettrico.
Ahia, dissi. Scusate, aggiunsi. Il chip disse: ok, ma non rifarlo.

Per pranzo ordinai
Due involtini di Wuhan:
Per fortuna, i ristoranti cinesi
Avevano l’autorizzazione CV 19 per badare
A tutti noi.

Dopo pranzo fissai la parete al plasma
E seguii per intero tre puntate
Della serie “Scienza e Dio”. No,
“Scienza E’ dio”, volevo dire.
Ottima, fatta molto bene.

Di sera, prima dell’iniezione di richiamo,
Mi collegai al chip di Angela
E le passai il dito dove le piaceva di più.
Lei fece lo stesso, con me.
Poi, ci augurammo la buonanotte.

Mentre preparavo la siringa
Accadde:
Il tempo fece boom!
Il kit si rovesciò sul tappeto
E al gatto si sciolsero pelo, guanti e mascherina.

Durò poco,
Anche meno di una puntata di Zorro
Dentro i pomeriggi di una volta.
Avvertii caldo agli occhi, e freddo
Ai ricordi ed ai ginocchi.

Durò niente,
E il senso di ogni cosa
Fu ridotto ad uno sguardo
Mai nato.
Strano. Ma pure un po’ consolatorio.

Avessi fatto in tempo
Avrei scritto questa.
Ma è proprio quando tutto sembri
Andare per il verso giusto
Che t’accorgi

Di quanto fu sbagliato.
E tempo non ne hai più.
Per piangere. O per scrivere ancora.
Per sognare, darti un’altra sveglia,
Affrontare il male

E obbligarti a vivere.

Boom!
E poi non più.

Fu così
Che finì.

***

Tutta la tua buonissima viltà.

Chi chieda un sorriso
A chi non ce l’abbia
È stolto due volte:
Una, perché non vede.
Due, perché non da’.

Chi dica “sto male, sono troppo preoccupato
Perché tu, stai così male”
È buono e dolce, quanto il sale
Gettato sul sentire
Dell’altrui ferita.

Basterebbe questo,
Per spiegare tanti guasti
Dell’umano fatto “risultato tanto”.
Non esiste male assoluto, o bene certo,
Ma solo tanta, tanta, inumana cecità di gruppo. Sul male.

L’umano numerico è, per lo più,
Corpo indottrinato a durare
E pensiero già educato ad ubbidire:
Parametro di “ci credo” o “non ci credo”,
Fin sopra le sterminate colline delle più nette evidenze.

L’umano numerico, è il divieto
Accordato a se stessi.
Pur di scartare la vita.
E, pur di scartare la vita,
L’umano si imprigiona, per sentirsi “Uguale & così Libero”.

Cristo è lo stesso di sempre:
Qualcuno da mettere in croce
Per poi perdonarsi, con calma, da giù.
Ampiezza di cuor pensiero, ridotta
A buona Creanza per la sera di Natale, o per il battesimo del figlio di tuo cugino.

Meno di un regalo.
Meno di un chi sono?
Cristo è organizzazione depensante
Per sensi di colpa addestrati
A promuovere la vera colpa, e la viltà, come legge sociale.

Meno di una preoccupazione.
Meno della santità della salute.
Cristo è uno che ha vissuto troppo poco,
E che non imparò a pararsi il culo.
Un tipo fuori, esagerato: all’incirca, un complottista.

Cristo, era uno troppo orfano
Per dirsi di buona famiglia. Indifendibile, parliamoci chiaro.
Senza un piano, ne’lo straccio di una scienza giusta
Appesa al verbo di un dopo da
Divin vaccino. Uno uscito, senza via d’uscita.

Così, l’abbiamo dovuto rinchiudere
Nel regno delle streghe.
Dove ogni Umana Solitaria Intuizione
Sa d’anima troppo ambiziosa
Per evitarsi un rogo di piazza buona & bella piazza.

Vuoi un esempio di bene?
Nuovo, moderato e flessibile?
Bill Gates. O George Soros.
Gente che salva tante vite
E ci sa fare, con i canti dai barconi da tivù.

Umani moderni.
Venti di nuovo sapere, di global religiosa cultura.
Insomma, gente ricca, con occhi senza; che no, non lo dice:
Il regno dei cieli sarà dei bambini.
O, se lo fa, intende altro. Ben altro. Poi, magari, dopo Non ti spiego.

A proposito, a chi ti dica:
“Ho scoperto qualcosa
Che non ti farà affatto bene, sul momento, ma devo dirtelo”,
Rispondi: “non ci credo”.
Oppure: “e dai, non dir cazzate”.

Cambia argomento.
Buttala in merda, tira fuori
Lo scherzo della terra piatta. Fatti schermo di sarcasmo.
Cambia argomento, cambia canale. Difenditi: attacca.
Non muoverti di un centimetro. Tu, non cambiare.

Rimani già fatto.
Rimani in so tutto.
Non dubitare mai, dei tubi idraulici, di Hollywood,
Dell’importanza delle poste, o di tifare per qualcuno o per qualcosa.
Rimani così come sei: una persona davvero per bene.

Prendi il bene, che faccia bene a te.
Scaccia il male, che faccia male a te. Ora, mischiali. Perfetto!
Cerca di campare un centinaio d’anni, e pure un po’ di più.
Allenati alla totale indifferenza,
E chiamala “buon senso”. O Buona Reputazione.

Elimina ogni traccia di senso che ti arrivi da dentro.
Esegui il pensiero “giusto”, tele esterno, del momento.
Pecca di nascosto, ma perdonati da prima.
Segui il copione. Canta bella ciao. Spia, per senso civico.
Sii fascista fino al midollo, e dai del fascista, a chi non canti.

Quel che dice il numero, è la sola Verità.
Nient’altro.
Sii schiavo felice: sii positivo.
Ama il tuo padrone: striscia tra le serpi.
Fotti Platone. Chiama dio, chi ti dica: “son dio”.

Grida insieme al tuo vicino:
“Andrà tutto bene”.
Fai festa, sempre.
Come fossi un ricordo non Tuo.
Una promessa mancata da sempre, e contenta,

Di te senza sé.

Poi, uccidimi ancora.
E ancora.
E ancora.

Non è il tuo mondo spietatamente assurdo, che va a fondo,
No:
Sono io,
Il tuo Male.
Sono io.

E non smetterò mai.

***

Simone Cocco in breve:

Scrivo pensieri, per lo più.
Pensieri che mi suonino bene.
Andando a capo prima che una riga sia finita,
E lasciando tanto bianco, nello spazio del foglio:
Il bianco del foglio è una delle cose che amo di più.
Non ho mai resistito, al richiamo dei fogli.
Per questo scrivo.

Quel che scrivo lo chiamo Poesiola.
Scrivere una poesiola al giorno, mi ha sempre tolto
Medico, gente, e forse manicomi, di torno.
Disegno e compongo canzoni: ma in queste due cose
Sono davvero troppo bravo, per giocarci al massimo
Del godimento.
O dell’auto turbamento!

 Ecco, di me non saprei direi altro.

altro dell’autore qui


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