Quando noi eravamo gioia da pozzanghera – inediti di Simone Cocco

*

Quando noi eravamo gioia da pozzanghera.

Quando noi eravamo grandi
-Dai templi arrampicati sulle alture del bel nulla
Dei nostri gira cuori solitari-
Mandavamo segnali di buio già felice,
Al silenzio delle stelle.
Al modo delle anime
Arrese a tutto, da sempre.
Arresi a tutto, fuorché
Ai canti dei tanti grilli
Che, in testa a noi, non smettevano mai.
 
Quando noi eravamo estati
Ci bastava agganciare gli sguardi
Al color d’adesso delle albe,
Per indovinar le vie d’accesso
Ai campi dei frutti e dei fiori vietati.
E senti che buono – dentro fa –
Ogni succo di peccato
Assaggiato senza chiedere: “posso?”.
Certo che puoi! Ma certo che possiamo,
Finché perdono che si basti, saremo.
 
Un giorno sì, saremo nati
Purtroppo.
Lo sapevamo.
Lo sai, lo so.
Per ora no, non pensiamoci.
 
Quando noi eravamo gioia da pozzanghera,
Negli intervalli tra il sole e le piogge
Andavamo a caccia di ombre,
Per disegnarcele addosso:
Le nostre ore di studio, ricordi?
Nessun maestro avrebbe potuto impararci.
Eravamo ineducati, senza scuse, e così gentilmente!
Mentre alcune gocce di malinconia
Scrivevano poesie senza mani, e mai parole.
E il dolore recitava qualcosa di serio, ma da lontano.
 
Un giorno saremo nati
Purtroppo,
Lo sentivamo.
Lo sento, lo senti, lo so:
Non piangere ancora. Non piangere mai.
 
Quando noi eravamo umani per davvero
Non avevamo niente da provare:
Eravamo dubbi che giocano a nascondino,
Senza far chiesa su alcuna certa verità.
Senza necessità di ragione,
Porte, chiavi, documenti, controllori, o valigie,
Viaggiavamo sul posto:
Eravamo noi, il viaggio.
Noi, il fine che non si pronuncia
Ma si è.
 
Un giorno torneremo.
Non aver paura di niente,
Anima Tua. Non dimenticar di te.
Ascoltati ancora. Non aver paura,
Un giorno torneremo.
 
S. 06.2021.
 

La stella pallona.

E ancora una volta,
Lo sai:
È proprio grazie a ciò
A cui saprai risolutamente rinunciare
-Piegando le ragioni della mancanza,
E del ricordo di te, compreso e compresso là in mezzo-
Che potrai avvicinare un altro po’,
All’idea di spazio mai concluso del tuo fine,
Quella arcinota, e perciò così poco importante,
Della fine. Tutto muore, perciò tutto Vive.
 
Finché procedi in cerca di te,
Contano quanto vele per sensi senza vento,
Le ereditate paure:
Fermi di paradossi esistenziali. Da disossare.
Pezzo a pezzo, passo dopo passo.
Verità assoluta, per verità assoluta.
La sola verità meritevole
È quella che scavi fino alla scoperta del prossimo dubbio.
Nessuno sconto. Nessuna appartenenza:
Le anime scappate al tempo da registro, non conoscono parenti.
 
Raccontalo soltanto
A chi stia facendo altrettanto,
Quel che da sempre stai osando.
Sii Poesia, con chi mai cerchi prove,
Avendo fiducia nei suoni.
Sii forma d’arte nella sostanza pratica del fare:
Non esistono autori degni dei propri capolavori.
E, l’unico capolavoro, erotico estetico, semantico, e divinatorio,
È nel liberare il sogno dal reale.
Rendendolo Regale.
 
Portati al mondo
Come un messaggero di esperienze
Da diseducazione. Punibile, se vuoi! Beh, ma non certo confutabile.
Non ambire all’America, inventala.
Non tentar la donna, denudati senza vergogna.
Non amare per preservare alcunché:
È solo tra le rovine vissute per amore, sulla propria pelle,
Che il dolore invita alla gioia, una Gioia che prima non c’era.
Ricordati di Chaplin. Ricordati di Alì. Leggi per disimparare.
Ricorda, quando ribattezzasti la luna “Stella Pallona”.
 
Il genio non sa nulla: ritornaci sempre,
Al genio non “corretto” & mai annesso.
Ricalca gli intraducibili solchi emotivi.
Copia e ruba, esclusivamente dall’autentico: colui che non “sapeva”.
E non giustificarti. Fatti smargine di imperdonabile colpa, piuttosto.
Riconosci quale unica fonte di “scandalo”, chiunque ambisca
A farsi potere su un altro. Per il resto, fatti i fatti tuoi.
Tra un premio da ricatto e un costo da rinuncia, rinuncia. Senza pensarci.
Vendi castagne, tappeti, o pietre: mai, la tua possibile persona.
E, tutti gli ammalati da timor di spossesso, non combatterli più di tanto:
 
Ammalali.
Ogni volta che abbian la sventura,
E la faccia tosta, e tanta – e sorda, e delegata –
Di passar di qua,
Da te.
Chi sia ossessionato dalle necessità di un “credo”
Dura poco, quasi niente,
Rispetto ad un’assenza di cuore
Allenata a perdersi,
Senza credere in niente.
 
Pur di coniugarsi all’infinito, al mai pentito e raggiunto, presente.
 
S. 07.2021
 
*
Ricordi dal futuro.
 
Ci sono cose sacre.
E ce ne sono di profane, pare.
Si può tentar – giro vita chiudendo –
Di profanar le prime
E sacralizzare le seconde.
O – gioco vita girando –
Di lasciar fare alle cose
Il sacro e il profano, o meglio: il niente tutto che sono,
Fin dalla fine. Tra lo stupore d’ogni inizio senza meta.
 
Per esempio:
Sacra, è la parola che suona.
E mai spiega.
Hai presente un attimo di pioggia
Che gocciando si accade?
Ecco, puoi tentar di dire, insegnare ad altri
Il fenomeno. Fingendoti “imparato”, in quanto detto.
Ma, ed ecco il guasto d’ogni sacro profanato:
Quale saper puoi mai sapere, di ciò che non sei?
 
Potresti intendere sacra, immagino,
Qualsiasi sensazione, o idea a te superiore
-Dio, gli astri, gli inciampi del vento, il mistero delle calze perse-
E viceversa, “nominar” profana
Ogni domanda tradotta in risposta,
A beneficio d’uso (umano) quotidiano.
Così, puoi far di dio un “credo”, una religione, un’agenda,
Rendendo invero profano, ciò che intendevi
Elevare a sacro!
 
Quel che spieghi, rompi.
Quel che senti, godi.
Quel che sa, non può saper che le stolte parole parlate. O scritte!
Non basta un telescopio, o delle mappe “giuste”,
Per indovinar il senso delle stelle.
In questo assurdo urgente di pieno, mi par di avvertire oggi
Lo sberleffo a se stessa, di certa scienza “medica”.
È dentro un corpo malato, la cura:
Chiedi alla conchiglia della perla, prima di separarla, testa di pazzo!
 
L’intelletto, sarebbe bello usarlo
Per pelar patate, accendere e spegnere cose meccaniche,
Zuccherare o meno il caffè, levarsi il moccio dal naso;
Insomma, per ciò che sia utile al quotidiano (al profano, se vuoi).
Non certo mai, per tentar di conoscere.
Invece, tendenzialmente, il fatto umano
È propenso a fare il contrario:
Inizia ben presto ad insegnare ad un altro
(Al bambino, per lo più) a “come/dove pensare”. A “cosa sapere”.
 
Per questo motivo, suppongo,
Esistono: giornali, televisioni, corsi formativi.
E notizie, assessorati, guerre, piazze, galere.
Leggi. Regole sociali. Giustizia giusta, o ingiusta.
Ordinamenti, albi, parenti, giornate titolate, notai, pastiglie, divieti.
Diritti, doveri, meriti, colpe, generi, razze, ginocchi famosi.
Tutte conseguenze dell’uso intellettuale
Dell’intelletto. Pompini autorefenziali, via dalle bocche.
Libertà forzate. Potere d’impotenza. Curriculum mortem.
 
Io proprio non so,
Cosa sia l’amore.
Né so per quale motivo si venga
A passeggiare in questo posto qui,
Con questo corpo, in questo tempo tanto largo & scuro & chiaro.
Non so del perché del talento dio profano
Di Michelangelo, Charlie Chaplin, Gurdjieff, o Battiato.
Non lo so davvero, il perché di tante cose.
Tra vedere e non vedere, provo a sentire.
 
A godere.
Illudendomi di non giustificarmi addosso, o fuori,
Il piacer più vano possibile.
 
Non penso, possa farti male.
Non penso, mi faccia male.
E poi, esiste forse un “male”
Al quale sia precluso il bene?
O esiste un bene che scarichi il barile del cuore, al male?
 
Basta,
Son stanco di scrivere.
Vorrei riuscire a farlo
Con più suono:
Senza farlo.
 
Scrivere sull’acqua.
 
Ricordare dal futuro.
 
S. 06 2021.
*
*
A pesca di umani solitari.
 
Una volta nei giorni di festa,
Più che a far festa,
Preferivo andare a pesca.
Non mi son mai piaciute, le feste.
Solo la vigilia di Natale.
La viglia, appunto.
Per via dell’alberello illuminato.
Era bello addobbarlo, e poi lasciarlo acceso
Tutta notte. Per sentirsi più buoni, magari no, no:
Ma felici per niente, sì. Un po’ sì.
 
Dicevo della pesca.
Non parlo di quella con l’amo e la canna,
E ancor meno di quella subacquea,
O con le reti: insomma, niente
Che riguardi pesci, bocche, e mari.
Andavo a pesca di solitari.
Quel tipo di umani che, quando ci sia casino da ricorrenza,
Scorrano via in un lampo, in cerca di silenzio.
E che, quando il silenzio risuoni d’obbligo,
S’inventano qualche casino dal nulla. Tipo disturbi, sul verbo già deciso.
 
La specie del solitario umano
Mi ha sempre dato l’impressione
Che le stelle avessero ragione.
Ragione, a splender sole. E senza per questo
Rinnegare il cielo, anzi: abbellendolo di un po’.
Con un solitario puoi parlar-sentir di tutto,
Senza che una qualche noiosa maggioranza
Si precipiti lì, gridando: dai, ragazzi correte, c’è la torta!
Come se i solitari spendessero i loro evviva
In grida precipitose. O le torte mai scappassero.
 
Con un solitario, se è donna,
Puoi farci l’amore così bene che –
Dopo – aggiungerci promesse o giuramenti,
Rischierebbe di annacquare i profumi del momento.
I solitari fanno l’amore per il piacere
Di scambiarsi piacere. Mica favori, o doveri,
O per preparar le prossime stagioni della serie.
Se ti capita, in un’altra vita prova a non sposarti.
O se proprio devi -quando arrivi l’ovvia ora- scegliti un’amante
Che non sia già intrisa di fedeltà da corpo, anche lei. Poi, oh: vedi tu.
 
“Se vuoi sentirti poeta, o comunque scrittore,
Scrivi ogni giorno. Anche quando non hai voglia,
Anche quando non c’è tempo, anche quando
Ti parrà di non aver niente da dire”:
Non ricordo, chi disse questa cosa.
So però, che mi cominciò ad un’altra vita.
Tanto, tanto tempo fa.
E mi aiutò non poco, devo dire,
Ad allargare in qualità la pesca degli umani solitari.
E solo per questo, penso, sono ancora vivo (o ci provo):
 
Per scrivere anche quando non posso,
Ribaltando così la favola chiusa dei “responsabili” impedimenti.
E sbattere in faccia alla cronaca delle moltitudini al comando,
La mia, di cronaca. Priva di guida,
E di entusiasmi da prima pagina.
Sono un solitario anch’io:
Prima di pescare te,
Ho pescato me.
Mentre le luci dell’alberello di un lontanissimo Natale
Mi portavano, come un evviva da gioia d’immotivato eterno,
 
Fino a qua.
 
S. 06 2021.
 
*
Ai vivi di quaggiù.
 
I più morti che vivi di lassù,
Se per troppo tempo
Non avevano di che ammazzare,
Deturpare, accumulare scherzi, o svilire,
Erano sempre capaci
Di trovare nuovi modi,
Per rompere i coglioni
Ai vivi di quaggiù.
 
Orfani di misure d’umano,
Sostituirono il peccato divino
Con tanti meccanismi tecnologici
Dotati di foto sensori cerca colpe.
Feticisti di privato,
Sfogavano il mai vissuto & goduto
Con anime di calcolo
Esperte nella caccia all’errore.
 
Più pazzi che morti,
Giocavano ai liberi mercati nascosti,
Tra orgasmi da + e dolorini da –
Come mosche che analizzino la merda,
Cercando un senso, o forse un paio d’ali d’aquila.
Era loro, il cielo.
Era loro, il mare dei container.
Era loro, il mezzogiorno d’umido caduto sul mondo.
 
Rovesci dell’amore,
Truccavano la filosofia dell’indifferenza
Con vocaboli strappa applausi
Per le mani senza occhi di quaggiù.
Vincevano facile con molti di noi:
Bastava loro spacciare l’ovvio per urgenza,
E il più era fatto. Per chi non ci cascava
Avevano pronte lapidazioni da piazze ultra mediatiche.
 
Più vitrei ed impotenti che pazzi,
Passarono dalle seghe al petrolio
Alle orge da festini climatici
Sondando il culo dell’azzurro dall’interno.
Macchine elettriche, razzi rabberciati per Marte,
Cavi maschi confusi con attacchi femmine,
Nuova scienza di salvezze ad iniezione:
Per ogni attacco di panico s’inventavano un delirio monetizzabile.
 
Sogni di sangue da provetta,
Te lo vendevano facile
Qualsiasi tutto, all’occorrenza:
Da una tivù a mille pollici collegata agli alluci dell’etere,
A un figlio dai nuovi geni alfabetabuhnumerici,
Ai nuovi mastelli per l’immondizia super accessoriati,
A un viaggio in monopattino: bastava ordinare, e ti spedivano tutto.
Dentro pacchetti appositamente pre sanificati.
 
Più onnipresenti che vitrei ed impotenti,
Guardavano ai politici come a bipedi da soma
A scadenza d’ego comunque limitata.
Se alle genti percentuali da sondaggio di quaggiù
Un certo ciuco pareva andare un pochino per traverso
Subito lo si sostituiva con un altro ancor peggio:
Cambiando l’ordine dei dementi, si rallegra la cronaca.
E il monopolio non cambia.
 
Ai vivi di quaggiù
Non restava che patir le liquefatte stagioni.
C’era chi gridava, chi piangeva, e
Chi credeva ancora che la politica rappresentativa
Rappresentasse qualche volontà reale.
C’era chi disubbidiva fino alla solitudine più estrema
E chi, sulle proprie solitudini scriveva.
Non vivere a tutti i costi, divenne il solo verbo dei vivi.
Ma morir da vivi-
 
-Al modo di un cuor pensiero
Che s’avveda di sé, sentendo Te –
Sì.
 
S. 04 2021.
*
*
 
Simone Cocco in breve:

 

Scrivo pensieri, per lo più.
Pensieri che mi suonino bene.
Andando a capo prima che una riga sia finita,
E lasciando tanto bianco, nello spazio del foglio:
Il bianco del foglio è una delle cose che amo di più.
Non ho mai resistito, al richiamo dei fogli.
Per questo scrivo.

Quel che scrivo lo chiamo Poesiola.
Scrivere una poesiola al giorno, mi ha sempre tolto
Medico, gente, e forse manicomi, di torno.
Disegno e compongo canzoni: ma in queste due cose
Sono davvero troppo bravo, per giocarci al massimo
Del godimento.
O dell’auto turbamento!

Ecco, di me non saprei direi altro.

altro dell’autore qui

e qui


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