Giancarlo Locarno: “Presagi di salvezza” di Daniela Fontana

La caratteristica principale che mi balza agli occhi nella silloge poetica “Presagi di Salvezza” di Daniela Fontana è quel suo perenne oscillare tra due situazioni estreme: diciamo di euforia e di precipizio. Una poesia che proprio quando sembra  condividere una meditazione del mondo osservata dall’alto dei cieli, immediatamente dopo si trova scaraventata nel profondo degli inferi.  Questi due poli estremi vengono percorsi ed esplorati con “l’insana beatitudine” dei passi di danza verbali che fanno scaturire l’ “incondizionata vita”, vissuta quasi come un susseguirsi di interrogazioni oracolari.

Questa vita che regala attimi di serenità, ed è in corrispondenza biunivoca con l’intero universo, dal quale attinge energia, che poi restituisce in un rapporto di simbiosi alchemica, sembra ripetere  e sperimentare  il fatto che “ ciò che è in alto è come ciò che è in basso” come si dice nella Tavola Smeraldina.

Saremo bosco noi, e fauna, albero
e corteccia. Verdeggeremo e selvatici

Questa vita viene tutta esposta in primo piano,  freneticamente  con i colori delle parole, che sembrano cadere come pioggia, e disegnano una mappa che invita all’esplorazione di un’altra dualità: il tempo che fugge e quello che ci sta di fronte granitico nella sua infinità.

Nell’ “Idea dell’amore” oltre l’attimo incantato sembra che tutto crolli, le cose più solide diventano reperti archeologici, nulla ha più consistenza e tutto vortica nel meccanismo che tutto macina ma ritorna poi rigenerato nel gioco cosmico dell’eternità raccontato da Lucrezio.

Nel “ senso senza senso” dei frammenti amorosi sparsi nel deserto è l’attesa di un appiglio, la malinconia di una nostalgia, e il “margine di un attimo eterno”;  allora esiste ancora qualcosa che può dirsi l’assoluto, anche se è nascosto in un attimo, in un fragile attimo che protegge però dentro di sé tutta l’articolazione dell’eternità.

… tutto è perso, disseminato
a caso, immagine sfocata,
margine dell’attimo eterno.

Questa eternità è tutta pervasa da un Dio, che si nasconde in tanti  versi, attesta la sua presenza  con citazioni en passant o al negativo, anche nello spirito di diverse religioni, anche desacralizzato a voce flebile, che percorre i deserti della modernità;  ma è sempre il Dio fustigatore che mise alla prova Giobbe, e il Dio come “Verbo” , come parole taumaturgiche, che si raccolgono percorrendo  dal di dentro questo mondo così ricco e pullulante di cose vive.

Una poesia che invita al viaggio, nei campi di battaglia, nelle burrasche, non teme i naufragi, “senza armi e bagagli”, “in punta di scarpette”,  “sotto il cielo in stereofonia”.  Un viaggio che non si arresta mai, i naufragi sono tanti ma ogni volta il cammino riprende con rinnovata lena.

Ci sono viaggi che procedono dal mondo interiore e poi si concludono e fioriscono in quello di  fuori, si comincia navigando sul mare dell’inconscio, tra i suoi reperti e gli ossi di meduse,  poi è  come se si rompesse l’orizzonte e si mescolassero  cielo e mare, l’Io e l’Es, nel luogo “dove le ore si fanno piccole” .

Un simbolo di questo viaggio interiore è l’immagine dello specchio, che riflettendo tutto, costruisce un altro mondo antiorario, sinistrorso , ed è li, nel diverso che, come Alice nello specchio, si cercano le parole inesorabilmente giuste.

“Lo specchio parla chiaro” è un abisso in superficie dove si accumulano le immagini rimosse e le scorie della creazione. Come se fosse un sottile velo del sogno, una bolla che racchiude l’inesplicabile senso di vuoto, una porta dalla quale bisogna uscire per incontrare il mondo di fuori, alla fine del percorso,  il viaggio della vita, “la libertà e il vento tra i capelli”.

Cosa dire dello stile, “Vernissage” è un po’ il manifesto di una poetica, che si presenta come un’attività pittorica, si dispongono gettati sulla tela specchi, vertigini, segreti e colori squillanti, il rosso del sangue vitale mescolato col nero dell’inconscio e della notte, sono i colori principali, con una tecnica che direi di espressionismo astratto ma realistico, che sembra una contraddizione in termini, ma esprime un’altra delle caratteristiche bifronti delle quali abbiamo detto all’inizio della nota, la dualità astratto-concreto,  questo testo mi richiama le composizioni di Rauschenberg  che sulla tela macchiata di colore colloca anche gli oggetti della vita quotidiana con una potente e suggestiva gestualità vitalistica, un “gestuale brivido”.

Scorre parole imperlate
dipinti in fraseggio infinito
Dialogano colori impastati
a tele macchiate da inchiostro

Questi viaggi a passo di danza tra i vertici di queste dicotomie non sono rotazioni inani intorno a sé stessi, hanno una direzione, un divenire, seguono un clinamen, fanno parte di un processo di formazione  per la riconquista della socialità.

È nelle facce corrucciate, sfatte di esistenza
che voglio cogliere un alito nuovo e pensare
che non tutto è perduto.

Nella conquista della simpatia e della compassione, come si avverte già nella prima composizione del volume, che è un omaggio e una identificazione con la poesia di Marina Cvetaeva. L’approdo sta nella riconquistata capacità di patire assieme, con gli altri uomini e le altre donne, e si capisce come l’ultima poesia non è una fine, ma un altro inizio, una nuova stagione poetica che si affaccia.
Giancarlo Locarno

Cinque liriche da “Presagi di salvezza”

In discussione

Non ci sono riserve né capitolazioni
solo azioni immotivate (apparentemente
fresche di stampa) strampalate
richieste di aiuto (chi sbaglia paga!)

È solo dal di fuori il sorriso e i fiori.
Più giù desolazione, nemico nascosto,
insana beatitudine. Lancia i dadi una volta
ancora e a vincere sarà il profumo altezzoso

dell’oleandro, l’orgoglio della penna e il rumore
di foglie morte diventerà scavo, incendio. – Pazza! –
le diranno. E mormoreranno e sentenzieranno…
Quale il responso, quale l’oracolo. E il miracolo?

Non c’è posto per le anime impenitenti. S’aggrappano
a prua, si sporgono un palmo in là del baluardo,
infrangono regoli (frequentazioni di dubbia
provenienza), accendono oscurità e si procurano

ferite, s’infliggono esemplari esecuzioni, dirigono
orchestre di parole. Sanno di appartenere a un altro
mondo – sconclusionati, appassionati senza speranza! –
La danza il loro peccato mortale.

 

Nell’idea dell’amore

Nell’estremo incanto si spengono
luci e colori di giorni, momenti,
strascichi di dolori intensi.
Nulla ha più consistenza
nemmeno il ricordo,
la tazza del caffè, l’alito spiegato
al vento del mattino. E tutto torna…
e tutto è perso, disseminato
a caso, immagine sfocata,
margine dell’attimo eterno.
Le pagine hanno l’aria di essersi
pavoneggiate troppo e ora sono
solo branche, tragici scorci di vita
vera, vissuta all’ombra di verità
apparenti. Candele danzanti
dissacrano l’aria, rammentano
tutto l’amore ormeggiato
e poi disancorato nel deserto.
Attendi
l’ultimo rintocco
spicchio di un tempo
falso, dimora di un senso
senza senso.

 

Vernissage

Alto bordo, in carta voglie
e sogni, segreti a vista

In primo piano…

vertigini

Immagina luogo e posizione
spazio certo

– specchio delle mie brame –

finestra adornata a pioggia

Scorre parole imperlate
dipinti in fraseggio infinito
Dialogano colori impastati
a tele macchiate da inchiostro
mani sporche
in soluzioni dense
e odore di vernice
di lettere sperse in frasi
da mostra alternativa

Segnami sulla mappa
modi e tempi, cancella
paure e che a prevalere
siano il rosso col nero
penna d’oca, pennello a sfera,
trama intessuta al suono
laccio slegato al canto
Lo sfondo lancia temi
a oltranza, segue fianchi
e giunchi e occhi negli occhi
scontorna profili
respiro di carne
in scorcio di tempi
dimensione in espansione

e…

traducimi d’istinto: gestuale
brivido, luna in fondo
e lei, distesa al culmine
morsa oscura
nella notte insonne

 

In perenne appartenenza

Irrinunciabile il piacere
alla vista gravida di lettere
fra grecismi e inglesismi
altisonanti
corpi in attesa
scompigli in brivido
a spina dorsale.
Viscerale l’impatto
la deflagrazione oltre
il sottile afflato – simbiotica
resa, interminabile ascesa.
E il canto preannuncia
il controcanto in fatale
collisione: come pianeti
come meteore affogano
il mare e diventano acqua
e poi sale. Sconfinano
abisso e settimo cielo
e le parole firmano
il firmamento, sigillano
a cera lacca, mercanteggiano
sguardi consumati,
esplicite carezze d’anima
e torna e ancora torna
(desiderio di penna
odore a inchiostro vivo).
Era tra le pagine la risposta
nel profumo di carta
da libro, da stampa in verticale
– orizzontale l’incanto –
e sotto il lume acceso
ancora
e in sogno
e in perenne appartenenza.

 

Presagi di salvezza

È negli sguardi cavernosi che mi piace
cogliere la scintilla. In quelli isterici, spalmati
di vita, buttati fuori come spazzatura.
Nei gesti intrisi di lirismo represso, nascosto
tra le pieghe amare di una quotidianità che
come pietra s’aggira e spacca – se vuole – anche

i silenzi. Quelli pesanti gratuiti perversi.
È nelle facce corrucciate, sfatte di esistenza
che voglio cogliere un alito nuovo e pensare
che non tutto è perduto. Che si può
ricominciare da una virgola, da quei puntini
sospensivi che – pervicaci – scalzano ancora l’aria.

 

**
Daniela Fontana, nasce a Taranto nel 1968 dove tutt’ora vive. Si è occupata per vent’anni di libri curandone la realizzazione pre-stampa presso una casa editrice locale, attualmente si è rimessa in gioco in tutt’altra attività. Ma i libri sono stati e sono i suoi compagni di vita di sempre. La sua prima pubblicazione nel 2013 con “Il colore dei papaveri” (Aljon Editrice); nel 2015 insieme ad altri diciassette poeti partecipa con sei sue liriche all’antologia “Tramontare dentro lo screensaver orange and yellow di Mark Rothko” – 18 poeti dal web – (Lampi di stampa). Nel 2018 “Presagi di salvezza” (Edit@ Casa Editrice & Libraria).


2 risposte a "Giancarlo Locarno: “Presagi di salvezza” di Daniela Fontana"

  1. “si dispongono gettati sulla tela specchi, vertigini, segreti e colori squillanti, il rosso del sangue vitale mescolato col nero dell’inconscio e della notte, sono i colori principali, con una tecnica che direi di espressionismo astratto ma realistico”.
    che aggiungere? eh… essere letti da Giancarlo è un’esperienza intensa, quasi mistica, direi: Daniela Fontana è fortunata.
    ; )
    e mi ha colpito quasi a morte il passo “traducimi d’istinto” (bellissimo), che a tutti gli effetti riecheggia nell’etimo (condurre al di là) una sorta di viaggio ulteriore lasciandosi portare per mano dalla parola scritta. non a caso, infatti, si può sempre (“ricominciare da una virgola”).
    : )
    vieppiù non posso fare a meno di chiosare un piccolo nanetto su “cos’è la poesia”, domanda posta in video dall’autrice alle parole stesse (“domanda che, ogni volta, mi mette con le spalle a muro, mi atterra e mi atterrisce… la poesia non vuole essere vista o nominata, dev’essere creatura selvatica e imprendibile”). è vero – mi sono detto mentre la ascoltavo – come lo Yeti, il Sarchiapone o la fenice. vuoi vedere… vuoi vedere che in un incerto senso la poesia non esiste, esistono i poeti?
    mmmm…

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  2. Hai ragione, una gran fortuna (meglio, un gran privilegio) essere “letti” da Giancarlo. E chi lo conosce, tanto come poeta, quanto come “interprete” delle opere altrui, sa bene di cosa parliamo.
    Grazie per il tuo passaggio, e su “cos’è la poesia” aggiungo che è quella forma d’arte che non ha bisogno di essere “compresa”. Empatizza, a prescindere.

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