La Siepe

“You shall know the truth, and the truth shall make you mad.”

– Aldous Huxley –

l'ascensore1

Periferia deserta, cicale rauche, sole a picco e odore d’asfalto sudato.

Aldo s’inclina a babordo per bilanciare il peso del sacchetto nella mano destra: passo passo, torna al condominio con la spesa. L’edificio attende rigido e incurante all’orizzonte, senza abbozzare neanche il gesto di venire incontro al vecchio.

«Carrellino… uff… giuro che compro… un carrellino» – sfiata sparando bollicine di saliva.

Pungolato dal peso e dal caldo, il mater-bi sfoggia le sue doti visco-elastiche e la sportina esegue tre figure del pilates: si stira, si tende e s’allunga fin quasi a toccare l’asfalto. Come a volerne premiare lo sforzo, un’asperità del marciapiede l’accarezza e il ventre del sacchetto partorisce i pisellini surgelati. Purtroppo, un pacco di biscotti al malto s’incunea di traverso e complica il travaglio. Perso nell’auto-ipnosi dello sforzo, Aldo trascina i piedi e non s’accorge di nulla, convinto che sia l’appropinquarsi del traguardo a rendergli il fardello un po’ più lieve.

Chiavi, androne, refolo fresco. Il condominio lo ingoia e Aldo si concede una pausa: succhia l’aria e terge la fronte bagnata col dorso di una mano. Ansima, riprende fiato e chiama l’ascensore.

Oltre l’angolo, un ratto morde l’intonaco mentre al capo opposto dell’androne riecheggia un cadenzato sbattimento di sandali etnici. Con un balzo, Genny supera i gradini del piano rialzato e il ratto colto di sorpresa si ribalta dal terrore, prillando sul dorso.

«Breakdance da sballo, ma non ho spicci, bro’» – ghigna e plaude al topo epilettico – «Oh… machecaz…»

Intenta a fissare con un occhio il ratto e con l’altro l’iPhone, Genny si scontra con Aldo. Sono gli unici inquilini superstiti nel condominio di otto piani: la probabilità di un impatto è inferiore a uno su ventitré milioni, eppure accade lo stesso. L’anziano ondeggia paurosamente, ma in qualche modo resta in piedi. La donna gli regala un’occhiataccia sporca di eyeliner senza curarsi di chiedere scusa, così Aldo scuote il capo, piega il labbro e imbocca sdegnato l’ascensore.

Invece di avviarsi per le scale, una frazione di secondo prima che le porte si chiudano anche Genny guizza nel loculo: il moto di disgusto nella mimica del vecchio esige vendetta. Stridente quanto il carro d’un ferrivecchi, l’ascensore s’incunea a passo di lumaca negli intestini del palazzo mimando un fecaloma di Aldo.

«Giornata del cazzo, eh, nonno?» – ringhia e biascica la gomma.  

«Moderi il linguaggio, signorina» – glissa il vecchio dandole le spalle.

Genny si gratta la pancia: un rivo di sudore le sta solleticando il ventre. Prima che il body semitrasparente la risucchi, la goccia più spericolata riesce comunque a fare il giro della morte sull’anello appeso all’ombelico, uno fra i tanti piercing spuntati negli anni come funghi: naso, lingua, orecchie e parti intime sono un rigoglioso sottobosco di chiodini metallici. Il caldo afoso le ha spiaccicato i dreadlocks e a puntellarli neanche il fil di fumo di una canna. Sbuffa. Poi il lampo di un’idea.

«Oh, spizio… fàmose ‘n serfi!» – grida prendendo Aldo sotto braccio.

Il vecchio non capisce.

«Yo, ma sei connesso?? Facciamo ‘na foto ‘nsieme!» – spiega e passa un braccio attorno al gibbo del vecchio – «smail…»

Mentre scatta, si gira verso Aldo e immortala una leccata alla guancia grinzosa del vecchio. Seguono risa sguaiate da un lato e proteste turbate dall’altro.

«Maleducata!»

«Eh, ih…» – farfuglia Genny sghignazzante – «evvai con Istagrà, eh… se famo er giro der monno, nonno… »

Ma le dita danzano sul touch-screen senza risultato: nel loculo non c’è segnale. D’un tratto, nell’ascensore esplode il buio e tutto tace.

*

«Aaaahhh! Macheccazz… a-aaa-aiutoooo!!!»

Genny s’aggrappa alla torcia dell’iPhone per vedere che succede. Niente. Nulla. L’ascensore è immobile: grida ancora, mugola, gesticola, picchia i pugni contro le pareti. Aldo è pietrificato.

«E’ andata via la luce…»

«Fanculo, bella scoperta, nonno! …qualcuno mi senteeee!?! Aiutooooo!»

«Aspettiamo che torni.»

«Aaaargh!! Io… io non voglio… n-non voglio stare chiusa qui! Aiutoooo!»

«La smetta di urlare, signorina: sa bene che nel condominio non è rimasto nessun altro.»

*

Un giorno e tre crisi di panico dopo Genny è un cucciolo tremante in posizione fetale. Aldo siede in un angolo e le tiene il capo su una coscia carezzandole i capelli. Nel buio, interrotto per periodi sempre più brevi dalla torcia del cellulare quasi scarico, si sono raccontati a lungo: la moglie morta anni prima e un fratello all’estero di cui non ha notizie; la casa-famiglia, la fuga e la baby-gang. Aldo vive con la sua pensione da fame e Genny spaccia per gli ZT.

«Va meglio?»

«Moriremo, vero?» – frigna rabbrividendo la ragazza e i piercing quasi tintinnano il timore.

«Tenga, mangi una mela.»

La ragazza addenta il frutto e il profumo della mela assume le sembianze di un abbraccio confortante. Il sacchetto della spesa giace riverso sul pianale: sono rimasti il tè, tre barattoli di pelati, due delle sei mele e il pacco di fusilli. Poco più oltre, una scultura post-moderna in plastica slabbrata e accartocciata è quanto resta dei biscotti al malto.

*

Tre giorni dopo non c’è più neppure un torsolo. L’odore delle mele è stato cancellato dal tanfo d’urina che ristagna sul pianale. I pelati non si aprono, nemmeno usando l’altro barattolo come una clava. Ogni tanto cacciano in bocca un fusillo e lo succhiano per ore. Il cellulare è morto, Aldo quasi.

«Non sto bene» – dice pentendosi all’istante.

«Oddio… ti prego, n-non lasciarmi sola».

«Ma no, dai… resisto: è che mi mancano le medicine. Otto compresse al giorno…» – gorgoglia crepitando un fiato più profondo.

*

Aldo è caduto in un sonno agitato. Delira. Pensa che non ha mai avuto figli perché ha vissuto sempre in condominio e gli è rimasto addosso come un condom: non puoi mettere al mondo altri bambocci quando li hai visti drogarsi o pisciare sul pianerottolo. Senti… senti qui! Senti che puzza di urina! Arrivano dei poliziotti in tenuta antisommossa, sondano il pavimento con un kit molecolare e incrociano i dati con le analisi del sangue dei condomini. E’ lui! Ecco il colpevole, prendetelo! “No, no, credetemi, non sono io! Ho il pannolone!” protesta il vecchio mentre le teste di cuoio lo sollevano di peso trascinandolo via. Il giudice è Rula Jebreal e la sentenza è inappellabile: “Tu hai stuprato mia madre e l’Italia è un paese fascista: non ci verrò più, a meno che non mi diate 25000 euro. E come condanna esemplare ascolterai l’intera produzione discografica di Junior Cally”. Aldo non fa in tempo a pensare “chidiavoloè?” che dalla regia parte “Si chiama Gioia”, quella che “ingoia” e “dopo te la dà” perché fa rima con “troia”. Il vecchio sta per strangolarsi con le sue stesse mani, ma arriva una famiglia di lombardi con la tosse e tutti scappano a gambe levate. Mentre fugge, la signora Bastiani inciampa e viene calpestata da due iraniani e da mezzo miliardo di cinesi. Anche Aldo sta per essere travolto quando Greta Thunberg lo trae in salvo sul catamarano eco-chic a zero emissioni del principe Casiraghi di Monaco. “Homo cond’homini lupus” sentenzia la santa del clima “e in verità, in verità vi dico: solo la vostra estinzione salverà il pianeta… senza voi povery inquinanti, noi avremo un mondo migliore.” Non è possibile, pensa Aldo, deve pur esserci un altro modo: Lascienza, ecco, sì sì, Lascienza ci redimerà. Quindi si precipita in edicola e compra il prestigioso mensile divulgativo Scientific American. A pagina 3, un articolo molto promettente: il titolo a caratteri cubitali recita “gli scienziati del CERN rivelano: siamo a un passo dallo spiegare il perché dell’esistenza di Braccobaldo Bau.”

E in quell’istante esatto, Aldo intuisce *l’oltre* occluso al guardo dalla siepe di leopardiana memoria. Un’illuminazione devastante, tanto che resta in dubbio tra il bisogno di condividerla con Genny e il desiderio di proteggere la giovane da una realtà assoluta così nuda.

*

«Genny? »

«Eh?»

«Niente…»

*

«Aldo?»

Niente.

 

 


9 risposte a "La Siepe"

  1. Tempi di ratti (coincidenza, sto scrivendo mentre ti leggo una poesia con ratti). La fatica del vecchio sottolineata dall’edificio “incurante”; l’esuberanza della ragazza dal balzo che stordisce il ratto (geniale). Due mondi/corpi lontanissimi che salgono insieme verso l’alto per restarci. L’ascensore rotto azzera tutto: “esplode il buio e tutto tace”. Ovvero i due finalmente, sfiniti e in fin di vita, s’incontrano e si mettono a nudo. Poi il coup de théâtre, come nelle tue vene: finzione o realtà? ovvero la stessa cosa. Tutto è falso, come falso è il mondo: divertente l’immagine di Greta Thunberg in “crociera” con Pierre Casiraghi, che ammetto a suo tempo mi aveva fatto alzare il sopracciglio (una loro fissa quella delle barche, Tabucchi in Donna di Porto Pim ricorda che un avo dei Ranieri aveva scritto un libro sull’Africa senza metterci piede ma standosene comodamente nella sua imbarcazione al largo). Mi è sfuggita invece la polemica riguardo alla giornalista Rula Jebreal, che avrebbe percepito 2500 euro al minuto per la sua partecipazione a Sanremo. E poi un colpo dopo l’altro il guazzabuglio porta al Braccobaldo Bau (geniale). Cosa (ci) rimane da fare? «Niente…»
    Thanks, sempre una gioia leggerti, da tempo che non ci facevi dono di un tuo racconto!

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    1. prego Abele : )
      ogni tanto un racconto è proprio ciò che ci vuole per riconciliarsi col Niente (notare la maiuscola per l’unica divinità in cui credo).
      : )))
      e in fondo l’eventualità che la salvezza degli esseri umani dipenda più da Braccobaldo Bau che da Lascienza non è del tutto campata per aria, eh…
      un abbraccio.
      (ps: la simpatica Rula scrisse sul Guardian nel 2018 che salutava il bel paese lasciando intendere di volersene andare dall’Italia, paese a suo dire intossicato – scripta manent – da un “razzismo sempre più selvaggio” nonché da “paura e delirio”. evidentemente, poter intascare i 25000 euro del cachet per la sua partecipazione a Sanremo l’ha spinta a cambiare idea… non so… a me che sono un idealista copylefterato è parso un comportamento diciamo ehm, poco coerente? poi, cosa vuoi, sono diffidente per natura: se una in cuor suo è sincera e sa cosa dire, non ha bisogno di Sergio Rubino, di Giorgio Cappozzo, di Selvaggia Lucarelli e di Mirella Mastronardi per scrivere un monologo di 10 minuti. vieppiù, come se non bastasse, tanto per soffiare sul fuoco dell’auto-razzismo, durante il monologo la sempre simpatica Rula ha affermato che in Italia, negli ultimi tre anni, sarebbero state violentate sul posto di lavoro oltre 3 milioni di donne… in pratica una lavoratrice su tre!!! superfluo aggiungere che sono numeri inventati, ma utilissimi per veicolare l’idea che gli italiani – non bastasse l’essere fascisti – sono pure stupratori. *dunque* – ecco spiegata l’ironia surreale testo – Rula condanna Aldo (un italiano) per aver stuprato sua madre Nadia in Israele (Palestina). aggiungo, per chi volesse sincerarsi che gli italiani non siiano un popolo di violentatori seriali, i dati di “Gender, Institutions and Development” riportati nel sito dell’OECD (in l’Italia si osservano 4 volte meno violenze sulla donna che in Germania e 2 volte meno che in UK, USA, Svezia, Spagna e Norvegia https://data.oecd.org/inequality/violence-against-women.htm).

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  2. Ciao amato Nano, é sempre una somma gioia leggerti…Roba fine da Corrierino dei Grandi! (Beninteso, é un complimento ehe, non un´offesa). Comunque adesso te lo rubo, gli dó ´na bella spuntata, e poi lo propongo come “Bustina di Minerva” al direttore di Eva 3000. Eventualmente dopo smezziamo i proventi, stai tranqui. Ti abbraccio bello mio! Ah, ti ho scritto ma non mi hai manco c****o.

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    1. eh, il corrirerino dei piccoli… c’erano il signor Bonaventura, Cocco Bill, Jack Mandolino (Jack Mandolino in particolare lo adoravo). quello dei grandi, invece – il Corriere della Serva – blah, non m’è mai piaciuto.
      ; ))
      ho visto adesso che mi hai scritto (scusami, sono parecchio incasinato ultimamente… la mail del malos la apro una volta a settimana) e mi ha fatto molto piacere. appena ho un attimo leggo (con calma) e rispondo.
      ps: uèèè, dont uorri: non m’offendo nemmanco quando mi sputazzi in un occhio, tanto lo so che mi vuoi bene.
      : ))

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  3. Un bel racconto di fantascienza, quel condominio “rigido e noncurante all’orizzonte”, non posso fare a meno di pensare a quello di Ballard, ma dopo la guerra, nel dopobomba, quando la sua logica costitutiva ha ormai cessato di funzionare, è comunque un condominio che inghiotte. Due sopravvissuti nel palazzone di otto piani. La storia è come un montaggio di immagini, il mood è quello delle “teste morte” di Beckett. Per una banalità moriranno nell’ascensore, chissà perché in quel condominio nessuno ci vuole stare, non c’è nemmeno un extra comunitario o uno di casa pound che li possa salvare, o forse fuori il mondo è sparito.
    Mi piace pensare (ma è una mia fantasia) che il vecchio e il Leopardi intuiscano l’infinito che c’è nell’ascensore come nel chiuso della siepe, non nell’oltre, come l’infinità dei numeri reali nel piccolo intervallo tra 0 e 1, tutto il mondo è concentrato lì.
    Una cosa che mi è piaciuta meno è l’inclusione della becera attualità nel flusso di coscienza del
    vecchio-Penelope, perché distoglie dalla situazione, anche se si risolleva poi con la, penso anch’io geniale, domanda esistenziale su Braccobaldo.

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    1. non so se è esattamente fantascienza… ma è vero: a volte mi metto a scrivere una cosa e ne esce un’altra.
      : )
      il condominio nella mia testa forse è vuoto per una sorta di Leftovers (una delle serie TV più stupefacenti che abbia mai visto) o forse per una pandemia (chi lo sars). bella la tua considerazione sull’infinito (anche se nella poesia in oggetto, a mio sentire, per Leopardi “infinito” è aggettivo qualificativo di silenzio più che sostantivo indicante spazio/tempo/numeri privi di limiti. un giorno, mentre ciacolavamo in un barretto a Recanati, mi ha confessato che è tutto un gioco letterario e che oltre la siepe non c’è niente, anzi c’è il Niente (e mi sono trovato d’accordo con lui e col suo beffardo naufragare agrodolce in questa a-mare-zza).
      il delirio di Aldo è il nucleo polposo del racconto: siamo lui, siamo noi, e quella dell’attualità è un’incursione ancor più che un’intrusione nel nostro modo di pensare (“io nel pensier mi fingo”). è la “questa voce” che vo comparando con l’infinito silenzio dietro l’angolo, il non senso di una realtà cartone animato – come notava anche Giorgio – dove è difficile trovare soluzioni di continuo tra Rula, Cally, Greta, Casiraghi e Braccobaldo Bau). a me il delirio di Aldo piace molto (ma il mondo è bello perché è vario, no? almeno fino a quando non annega nell’immensità del Niente).
      grazie, come sempre, degli spunti. abbraccione.

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  4. Una salita all’inferno ovvero la discesa in un improbabile quanto disillusivo paradiso.

    Giovane/vecchio (Aldo e Genny) – dentro/fuori (condominio/moltitudine sola) e tutte le contraddizioni che (per)seguono la vita sono qui -quanto mai da sempre – descritte in modo mirabolante dal mitico Malos.

    L’improbabilità dell’impatto fra i due superstiti è pari al sicuro inScontro con il buio ascensortomba dove la luce più non sarà e tutti i moti rivoluzionari -o no- di giovani meno giovani alti sognanti ricchi geniali ingenui pallidi scienziati agronomi stilosi arabi geopoliti voleranno nella visioneverità inghiottiti dal

    Quanto mi fanno girar il cervello i tuoi scritti, Malos, nessunomai

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    1. cara Iole, è sempre un tuffo al cuore quando tu.
      : )
      hai ragione: *le contraddizioni*, ovvero *le parole*, non solo ci imbrogliano ma addirittura si rivoltano contro di noi (contra/dicere), ric’amando giochi di luce, ombre e chiaroscuri pronti a svanire nel buio, inghiottiti dal .
      ebbenesì: ti voglio un bene infinito.
      ; )

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  5. che poi pensavo anche ai mortiviventi – i due profughi sbattuti dal marciapiede verso il dentroscuro – i morti vivi – i sepoltincasa – i subaquei del tel cel ecc – gli anestetizzati – gli apneisti (noi tutti – infine salvi mai)

    anche io me ossia nessun(che dorma) ti vuole l’infinito bene che r esiste per sempre fino a quando sono

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