Vincenzo Errico, “Cordiali saluti fermi”

Vincenzo Errico, Cordiali saluti fermi, Ilmiolibro (2020)

di Abele Longo

Frammenti diaristici sparsi degli ultimi dieci anni, con una collocazione temporale a ritroso non linearmente tematica ma umorale ed esistenziale – pause di mesi (6 gennaio 2019/ 15 settembre 2018, 26 febbraio 2018/ 1 ottobre 2017) e persino di un anno (19 febbraio 2017/ 3 febbraio 2016). Frammenti di viaggio, che come ci dice il primo, “senza un titolo”, è un volersi imbarcare su un foglio liscio, ignaro di quel che ne verrà”, senza voler “prezzare il mondo”, ma abitarlo quel che basta per non sentirsi soli. Ed è infatti un viaggio senza tempo, che pur focalizzandosi su momenti specifici, quasi a volerli fermare, di quotidianità e vita vissuta, non ha inizio o fine, né si prefigge mete. E’ la vita stessa a incaricarsi di sfuggire. La poesia risponde a un’esigenza intima e viscerale di individuare destini e destinatari,  in un “gioco del rovescio” di care reminiscenze tabucchiane. Poesia, quella di Vincenzo, elegante e ironica, che come un sismografo registra ogni oscillazione, consapevole di quanto la scrittura sia essenzialmente una corazza; che “lasciare traccia” non dà nessuna garanzia, è “questione” di chi “vive di sospiri alla sveglia, di sbadigli la sera”. E la ricchezza di questa raccolta è proprio in tutti gli indizi che ci lascia, nelle variazioni che presenta o ci lascia intuire.

senza un titolo
4 aprile 2020

(ciò per cui si può valutare il contenuto di uno scritto, in questo caso)

m’imbarco su un foglio liscio, ignaro di quel che verrà.
Vado a tasto, cerco un appiglio.

E’ tempo di un’apparente calma
– superficie larga e schiacciata in cui raccolgo i fatti della quotidianità
tenuti in caldo, ma raffreddabili per forza prima o poi –
e con tutto quello che prende per le caviglie, le mani o per il collo
con in su la testa, sembra non esserci modo
di prezzare il mondo, svalutandolo a pressione non voluta o nemico da cui guardarsi.

Non piangere o ridere quindi? Magari incupirsi o sorridere,
perdendo un livello che crei un’empatia migliore.

Il possibile s’ingegna poco nella spinta che affratella.
E questo è il punto: non sentire di appartenere al gruppo familiare
largo e stare da soli quel tanto che basta
per non sopportare e non escludere.

da qualche parte
14 agosto 2019

Che sia chiaro a me l’osceno
in tutto il suo candore – coprente a tratti –
dei rapporti mossi dal bisogno

anche io nel giro
sono quello che lamento.

Alla fine dell’appetito ci si addormenta
e si scorda d’aver preteso qualcosa,

come quando la dispensa è piena e non esci a far la spesa.

contrattempo
17 giugno 2018

poi una sensazione di piccola ferita,
un disappunto per un appunto e via correndo

l’idea di credersi in crisi da cura eccezionale
o di un appiattimento, di portata o meno, preoccupa poco

quello che resta è non forzare,
in preda ad un’esibizione di ragioni

da tempo, tutto sembra a una svolta,
pur avendo la stessa faccia,
le cose sparpagliate perdono contatto
e si gira in luoghi d’ombra

come dire, uno schianto in pieno silenzio,
un’implosione di difesa non necessaria,
una teoria adattata agli alibi correnti,
fatto sta,
e parola pure,
che alcune cose non convincono,
per essere parchi

incipit
1 luglio 2017

Notammo che era finito il tempo, una stagione lunga,
il tramestio del mutamento pensato. Puntammo a capo
e non tutto era ciò che sembrava. Non lo è ancora.
Si arrivò così a questa tavolata deserta, dopo mangiato.
Una tovaglia che si legge nelle briciole, nelle macchie
e nei giochi attorcigliati di capsula di stagnola
che copre il collo di una bottiglia di vino.

nessun nome
20 novembre 2015

ti scriverei quattrocento righe
ma poche basterebbero per stima di sintesi,
quando si è riccio che attraversa la strada,
te ne dico quattro

parole da misero conto
col silenzio nel cassetto
mentre il senso si propone,
peperone verde ribaltato in forno

sostengo pereira e non mi pesa,
nome che viene e non rimane,
degno d’un labirinto fatto in casa,
caro suono d’alfabeto corto

valse la pena non sentirsi saggi,

temo sia tardi darli tutti
i cordiali saluti fermi

diario del pomeriggio
20 marzo 2013

Tornato dal posto dove passai cinque giorni di parentesi – pause tonde e
punti esclamanti – quello che spesso è detto natio e che per istinto lancia
altrove, lascia la presa, o tiene stretti.
Tornato dalla pioggia nel vento e dalle nuvole di marzo, dall’ancora freddo
che prelude.

Carico nel distacco di tutti quei volti visti che si offrono semplici
al metabolismo degli affetti che passano.
La casa in ombra della cugina seconda, vedova da poco, dove si sente il
silenzio per chi non c’è, insieme all’odore di cucina quotidiana, oggi funghi.
La faccia del figlio incontrata per strada con un velo di polvere bianca da
muratore che saluta come sempre, se non fosse che questa volta non è come
le altre.

Ceduto al fumare per un transitare breve, reincarnato al vizio come dopo
una fine.
Un mare di sera che sputa onde di burrasca nei pressi di un bar dal nome
del proprietario.
Un bere che la compagnia sollecita e una compagnia che si rinfranca coi
discorsi dalla a alla zeta.

Tornato, come un punto che va a capo, come un diario che si apre, un
pensiero sventolato che saluta.


3 risposte a "Vincenzo Errico, “Cordiali saluti fermi”"

  1. Una buona poesia che è come un ritorno al paese natale , in apparenza, con l’occhio distaccato di chi “non sente di appartenere al gruppo famigliare”, ma guardando meglio si scopre l’appartenenza e il coinvolgimento ad un livello più ancestrale, in casa si fanno i funghi ma anche i labirinti, aprendo un cassetto si apre una voragine di silenzio, c’è un paese nascosto che convive con quello quotidiano. E’ per scrivere queste differenze che forse si apre un diario.

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