Xavier Villaurrutia tradotto da Emilio Capaccio

La morte assume sempre la forma
del letto che ci contiene.

X. V.

Xavier Villaurrutia (Città del Messico, 27 marzo 1903 – Città del Messico, 26 dicembre 1950) è stato un poeta, scrittore, saggista e drammaturgo messicano.Studia nel collegio francese e nella Escuela National Preparatoria di Città del Messico, il più antico liceo messicano, dove conosce i poeti Salvador Novo e Jaime Torres Bodet, con i quali, tra gli altri, qualche anno più tardi, aderisce al gruppo dei “Contemporáneos e fonda le riviste: “Ulises” (1927) e “Contemporáneos” (1928).

Dichiaratosi apertamente omosessuale, viene sostenuto e patrocinato in varie occasioni, soprattutto nel progetto del teatro sperimentale “Ulises” (1928), da Antonieta Rivas Mercado, mecenate, promotrice culturale e attivista politica, morta suicida nel 1931 a Parigi, nella cattedrale di Notre-Dame.

Xavier Villaurrutia e il gruppo dei “Contemporáneos”, indubbiamente segnano per il teatro messicano un punto di svolta nella scena culturale dell’epoca, facendo conoscere al grande pubblico la drammaturgia moderna e spingendo il teatro ad acquisire una più marcata identità universalistica, in linea con le idee di difesa dell’indipendenza dell’arte e di opposizione al nazionalismo culturale.

La poesia di Villaurrutia può essere inquadrata nell’ambito della corrente del surrealismo, con un carattere immaginifico, quasi fantastico, della parola, con cui il poeta descrive il suo animo e vi si specchia continuamente, ma quello che viene restituito a sé stesso lo lascia sempre con un senso di dubbio, insoddisfazione e inadeguatezza, sentimenti che costituiscono per Villaurrutia la natura stessa dell’esistenza e che possono cessare solamente con la morte.

I toni sono marcatamente oscuri e pessimistici, ingranati in una tematica ossessiva intorno ai concetti della transitorietà e della morte.

Fra le raccolte poetiche si ricordano, soprattutto: Reflejos (1926), Nocturnos (1933), Nocturno del mar (1937), Nostalgia de la muerte (1938), Canto a la Primavera y Otros Poemas (1948).

Traduzione e articolo di Emilio Capaccio

 

POESIA

Sei la compagna con cui parlo
all’improvviso, da solo.
Ti formano le parole
che salgono dal silenzio
e dalla vasca del sogno in cui affogo
libero fino a risvegliarmi.

La tua mano metallica
indurisce la presa della mia mano
e conduce la penna
che traccia sul foglio il suo litorale.

La tua voce, falce d’eco,
è il rimbalzo della mia sul muro,
e sulla tua pelle a specchio
mi vedo come al vedermi in mille Argo,
nei miei lunghi secondi.

Però il più piccolo rumore ti mette in fuga
e ti vedo uscire
dall’inizio del libro
o dall’atlante del soffitto
dal piano del tavolo
o dalla faccia dello specchio
e mi lasci
senza più polso né voce né viso,
senza più maschera come un uomo spogliato
in mezzo a una strada di sguardi.

POESÍA

Eres la compañía con quien hablo
de pronto, a solas.
Te forman las palabras
que salen del silencio
y del tanque de sueño en que me ahogo
libre hasta despertar.

Tu mano metálica
endurece la prisa de mi mano
y conduce la pluma
que traza en el papel su litoral.

Tu voz, hoz de eco,
es el rebote de mi voz en el muro,
y en tu piel de espejo
me estoy mirando mirarme por mil Argos,
por mí largos segundos.

Pero el menor ruido te ahuyenta
y te veo salir
por la puerta del libro
o por el atlas del techo,
por el tablero del piso,
o la página del espejo,
y me dejas
sin más pulso ni voz y sin más cara,
sin máscara como un hombre desnudo
en medio de una calle de miradas.

(Reflejos, 1926)

NOTTURNO DELLA STATUA

Sognare, sognare la notte, la via, la scalinata
e il grido della statua che l’angolo sdoppia.

Correre verso la statua e trovare solo il grido,
voler toccare il grido e trovare solo l’eco,
voler prendere l’eco e trovare solo il muro
e correre verso il muro e toccare uno specchio.
Trovare nello specchio la statua assassinata,
afferrarla nel sangue della sua ombra,
avvolgerla tutta in un serrare d’occhi,
carezzarla come una sorella imprevista
giocare con le fiche delle sue dita
e sussurrare al suo orecchio cento e più volte
fino a sentirla dire: «sono morta di sonno».

NOCTURNO DE LA ESTATUA

Soñar, soñar la noche, la calle, la escalera
y el grito de la estatua desdoblando la esquina.

Correr hacia la estatua y encontrar sólo el grito,
querer tocar el grito y sólo hallar el eco,
querer asir el eco y encontrar sólo el muro
y correr hacia el muro y tocar un espejo.
Hallar en el espejo la estatua asesinada,
sacarla de la sangre de su sombra,
vestirla en un cerrar de ojos,
acariciarla como a una hermana imprevista
y jugar con las fichas de sus dedos
y contar a su oreja cien veces cien cien veces
hasta oírla decir: «estoy muerta de sueño».

(Nostalgia de la Muerte, 1938)

NOTTURNA PAURA

Tutto nella notte vive un dubbio segreto:
silenzio e rumore, tempo e luogo.
Immobili dormienti o desti sonnambuli
contro la segreta ansia nulla possiamo.

E non ci basta chiudere gli occhi nell’ombra
affondarli nel sonno per non guardare,
nella dura ombra e nella grotta del sonno
la stessa notturna luce viene a dissiparci.

Allora, con passo di desto dormiente,
senza meta e senza scopo ci incamminiamo.
La notte getta su di noi il suo mistero,
e qualcosa ci dice che morire è svegliarsi.

Chi tra le ombre d’una via deserta,
sul muro, livido specchio di solitudine,
non s’è visto passare o venir incontro
o sentito, la paura, l’angoscia, il dubbio mortale?

Paura di non essere che un corpo vuoto
che qualcuno, io stesso o un altro, può occupare
e angoscia di vedersi fuori da sé vivendo
e dubbio d’essere o non essere reale.

NOCTURNO MIEDO

Todo en la noche vive una duda secreta:
el silencio y el ruido, el tiempo y el lugar.
Inmóviles dormidos o despiertos sonámbulos
nada podemos contra la secreta ansiedad.

Y no basta cerrar los ojos en la sombra
ni hundirlos en el sueño para ya no mirar,
porque en la dura sombra y en la gruta del sueño
la misma luz nocturna nos vuelve a desvelar.

Entonces, con el paso de un dormido despierto,
sin rumbo y sin objeto nos echamos a andar.
La noche vierte sobre nosotros su misterio,
y algo nos dice que morir es despertar.

¿Y quien entre las sombras de una calle desierta,
en el muro, lívido espejo de soledad,
no se ha visto pasar o venir a su encuentro
y no ha sentido miedo, angustia, duda mortal?

El miedo de no ser sino un cuerpo vacío
que alguien, yo mismo o cualquier otro, puede ocupar
y la angustia de verse fuera de sí viviendo
y la duda de ser o no ser realidad.

(Nostalgia de la Muerte, 1938)

AMOR CONDUSSE NOI AD UNA MORTE

Amare è un’angoscia, una domanda,
un sospeso e luminoso dilemma;
è un voler sapere tutto di te
e al contempo paura di sapere.
Amare è ricomporre, se ti fai lontana,
i tuoi passi, i tuoi silenzi, le tue parole,
e fingere di seguire il tuo pensiero
quando fissa e muta mi rimani accanto.
Amare è una segreta indignazione,
è una fredda e diabolica superbia.
Amare è non dormire quando a letto
sogni fra le mie braccia che ti racchiudono
ed è odiare il sogno in cui nella tua testa,
forse, in altre braccia t’abbandoni.
Amare è mettersi a sentire sul tuo seno,
fino a colmare l’avido orecchio,
la voce del tuo sangue e la marea
della tua ritmica respirazione.
Amare è assorbire la tua linfa giovane
e fondere in un alveo le nostre bocche
finché della brezza del tuo respiro
s’impregnino per sempre le mie viscere.
Amare è un’invidia verde, senza voce,
una sottile e lucida avarizia.
Amare è provocare il dolce istante
in cui la tua pelle vuole la mia che si desta;
è saziare la bramosia notturna
e intanto morire della stessa morte
provvisoria, straziante, oscura.
Amare è la sete della piaga
che arde e non si sana e non si consuma,
e la fame d’una bocca tormentata
che chiede infinitamente e non si sazia.
Amare è un’insolita lussuria
e una gola vorace, sempre deserta.
Ma amare è anche chiudere gli occhi,
fare che il sonno invada il nostro corpo
come un fiume d’oblio e di tenebre,
e navigare senza meta, alla deriva:
perché amare alla fine è una pigrizia.

AMOR CONDUSSE NOI AD UNA MORTE

Amar es una angustia, una pregunta,
una suspensa y luminosa duda;
es un querer saber todo lo tuyo
y a la vez un temor de al fin saberlo.
Amar es reconstruir, cuando te alejas,
tus pasos, tus silencios, tus palabras,
y pretender seguir tu pensamiento
cuando a mi lado, al fin inmóvil, callas.
Amar es una cólera secreta,
una helada y diabólica soberbia.
Amar es no dormir cuando en mi lecho
sueñas entre mis brazos que te ciñen,
y odiar el sueño en que, bajo tu frente,
acaso en otros brazos te abandonas.
Amar es escuchar sobre tu pecho,
hasta colmar la oreja codiciosa,
el rumor de tu sangre y la marea
de tu respiración acompasada.
Amar es absorber tu joven savia
y juntar nuestras bocas en un cauce
hasta que de la brisa de tu aliento
se impregnen para siempre mis entrañas.
Amar es una envidia verde y muda,
una sutil y lúcida avaricia.
Amar es provocar el dulce instante
en que tu piel busca mi piel despierta;
saciar a un tiempo la avidez nocturna
y morir otra vez la misma muerte
provisional, desgarradora, oscura.
Amar es una sed, la de la llaga
que arde sin consumirse ni cerrarse,
y el hambre de una boca atormentada
que pide más y más y no se sacia.
Amar es una insólita lujuria
y una gula voraz, siempre desierta.
Pero amar es también cerrar los ojos,
dejar que el sueño invada nuestro cuerpo
como un río de olvido y de tinieblas,
y navegar sin rumbo, a la deriva:
porque amar es, al fin, una indolencia.

(Canto a la Primavera y Otros Poemas, 1948)

NOTTURNO MORTO

Prima un’aria tepida e lenta che m’avvolge
come la garza sul braccio malato d’un malato
e che m’invade come il silenzio gelido
del corpo indifeso e morto d’un morto.

Poi un rumore sordo, azzurro, armonioso,
preso nella coclea del mio orecchio assopito
e la mia voce che affoga in quel mar di paura
sempre più arida e più febbrile.

Chi vaglierà lo spazio, chi mi dirà l’istante
in cui fonde il gelo del mio corpo e consuma
il cuore immobile come fredda vampa?

La terra fattasi impalpabile e morto silenzio,
la solitudine opaca e l’ombra cenere
mi cadranno sugli occhi, oltraggeranno la fronte.

NOCTURNO MUERTO

Primero un aire tibio y lento que me ciña
como la venda al brazo enfermo de un enfermo
y que me invada luego como el silencio frío
al cuerpo desvalido y muerto de algún muerto.

Después un ruido sordo, azul y numeroso,
preso en el caracol de mi oreja dormida
y mi voz que se ahogue en ese mar de miedo
cada vez más delgada y más enardecida.

¿Quién medirá el espacio, quién me dirá el momento
en que se funda el hielo de mi cuerpo y consuma
el corazón inmóvil como la llama fría?

La tierra hecha impalpable silencioso silencio,
la soledad opaca y la sombra ceniza
caerán sobre mis ojos y afrentarán mi frente.

(Nostalgia de la Muerte, 1938)

QUANDO LA SERA ACCOSTA LE SUE REMOTE FINESTRE

Quando la sera accosta le sue remote finestre,
le sue porte invisibili,
affinché polvere, fumo, cenere,
impalpabili, oscuri,
lenti come il lavorio della morte
sul corpo del bambino,
crescano;
quando la sera, infine, ha raccattato
l’ultimo barlume di luce, l’ultima nube,
il riflesso scordato e il rumore interrotto,
sorge la notte silenziosamente
da fessure segrete,
da angoli nascosti,
da bocche socchiuse,
da occhi insonni.

Sorge la notte con il fumo fitto
della sigaretta e del camino.
Sorge la notte arrotolata nel suo manto di polvere.
La polvere sale, lenta.
E da un cielo impassibile,
sempre più vicino e compatto,
cade la cenere.

Quando la notte di fumo, polvere, cenere,
avvolge la città, gli uomini restano
sospesi per un istante,
perché in loro nasce, con la notte, il desiderio.

CUANDO LA TARDE CIERRA SUS VENTANAS REMOTAS

Cuando la tarde cierra sus ventanas remotas,
sus puertas invisibles,
para que el polvo, el humo, la ceniza,
impalpables, oscuros,
lentos como el trabajo de la muerte
en el cuerpo del niño,
vayan creciendo;
cuando la tarde, al fin, ha recogido
el último destello de luz, la última nube,
el reflejo olvidado y el ruido interrumpido,
la noche surge silenciosamente
de ranuras secretas,
de rincones ocultos,
de bocas entreabiertas,
de ojos insomnes.

La noche surge con el humo denso
del cigarrillo y de la chimenea.
La noche surge envuelta en su manto de polvo.
El polvo asciende, lento.
Y de un cielo impasible,
cada vez más cercano y más compacto,
llueve ceniza.

Cuando la noche de humo, de polvo y de ceniza
envuelve la ciudad, los hombres quedan
suspensos un instante,
porque ha nacido en ellos, con la noche, el deseo.

(Nostalgia de la Muerte, 1938)

NOTTURNO GRIDO

Ho paura della mia voce
e cerco invano la mia ombra.

È mia quell’ombra
senza corpo che sta passando?
È mia quella voce perduta
che da fuoco alla strada?

Che voce, che ombra, che sogno,
se son desto e non ho sognato,
saranno voce, ombra
e sogno che m’hanno rubato?

Per sentir scorrere il sangue
dal mio cuore serrato,
poserò l’orecchio sul petto
come sul polso la mano?

Il mio petto sarà vuoto
e io scoraggiato,
e saranno le mie mani duri
polsi di marmo gelato.

NOCTURNO GRITO

Tengo miedo de mi voz
y busco mi sombra en vano.

¿Será mía aquella sombra
sin cuerpo que va pasando?
¿Y mía la voz perdida
que va la calle incendiando?

¿Qué voz, qué sombra, qué sueño,
despierto que no he soñado,
serán la voz y la sombra
y el sueño que me han robado?

Para oír brotar la sangre
de mi corazón cerrado,
¿pondré la oreja en mi pecho
como en el pulso la mano?

Mi pecho estará vacío
y yo descorazonado,
y serán mis manos duros
pulsos de mármol helado.

(Nostalgia de la Muerte, 1938)

STANZE NOTTURNE

Sonnambulo, desto e dormiente allo stesso tempo,
nel silenzio percorro la città che sprofonda.
E cogito! E non oso chiedermi se è
il risveglio da un sogno o un sogno è la mia vita.

Nella notte risuona, come in un mondo vacante,
il rumore dei miei passi prolungati, distanti.
Ho il terrore che non sia che l’eco
d’altri passi che prima di me sono passati.

Terrore di non essere che un brandello di sonno
di qualcuno — di Dio? — che sogna in questo mondo amaro.
Terrore che questo qualcuno si svegli — Dio? — padrone
d’un sonno sempre più profondo e più lungo.

Stella che spunti, tremolante e ridesta,
timida apparizione nel cielo impassibile,
tu, come me, — da secoli —, sei gelida e morta,
ma per la tua luce sei visibile ancora.

Sarò polvere nella polvere e oblio nell’oblio!
Ma qualcuno, dentro l’angoscia d’una notte vuota,
senza saperlo né saperlo io, qualcuno non ancora nato,
con le mie parole dirà la sua notturna agonia.

ESTANCIAS NOCTURNAS

Sonámbulo, dormido y despierto a la vez,
en silencio recorro la ciudad sumergida.
¡Y dudo! Y no me atrevo a preguntarme si es
el despertar de un sueño o es un sueño mi vida.

En la noche resuena, como en un mundo hueco,
el ruido de mis pasos prolongados, distantes.
Siento miedo de que no sea sino el eco
de otros pasos ajenos, que pasaron mucho antes.

Miedo de no ser nada más que un jirón de sueño
de alguien —¿de Dios?— que sueña en este mundo amargo.
Miedo de que despierte ese alguien —¿Dios?—, el dueño
de un sueño cada vez más profundo y más largo.

Estrella que te asomas, temblorosa y despierta,
tímida aparición en el cielo impasible,
tú, como yo —hace siglos—, estás helada y muerta,
mas por tu propia luz sigues siendo visible.

¡Seré polvo en polvo y olvido en olvido!
Pero alguien, en la angustia de una noche vacía,
sin saberlo él, ni yo, alguien que no ha nacido
dirá con mis palabras su nocturna agonía.

(Nostalgia de la Muerte, 1938)

ARIA

L’aria gioca alle distanze:
avvicina l’orizzonte,
fa volare gli alberi
e alza vetrine tra occhi e paesaggio.

L’aria gioca ai suoni:
rompe i lucernari del cielo,
e riempie con echi d’acqua d’argento
la tromba delle orecchie.

L’aria gioca ai colori:
tinge il ruscello col verde delle foglie
e lo rende, d’improvviso, azzurro,
o gli pone la nappa d’una nube.

L’aria gioca ai ricordi:
si porta tutti i rumori
e lascia specchi di silenzio
per guardare in faccia gli anni vissuti.

AIRE

El aire juega a las distancias:
acerca el horizonte,
echa a volar los árboles
y levanta vidrieras entre los ojos y el paisaje.

El aire juega a los sonidos:
rompe los tragaluces del cielo,
y llena con ecos de plata de agua
el caracol de los oídos.

El aire juega a los colores:
tiñe con verde de hojas el arroyo
y lo vuelve, súbito, azul,
o le pasa la borla de una nube.

El aire juega a los recuerdos:
se lleva todos los ruidos
y deja espejos de silencio
para mirar los años vividos.

(Reflejos, 1926)

NOTTURNO SOLO

Tedio, solitudine
vano, profondo silenzio,
liquida ombra in cui affondo,
vuoto del pensiero.
E nemmeno il timbro
d’una voce indefinibile
che arrivi sino all’impossibile
angolo d’un mare infinito
a barbagliare col suo grido
quest’invisibile naufragio.

NOCTURNO SOLO

Soledad, aburrimiento,
vano silencio profundo,
líquida sombra en que me hundo,
vacío del pensamiento.
Y ni siquiera el acento
de una voz indefinible
que llegue hasta el imposible
rincón de un mar infinito
a iluminar con su grito
este naufragio invisible.

(Nostalgia de la Muerte, 1938)


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