Plinio Perilli: Le Riflessioni filologiche di Fausta Genziana Le Piane

E poi per il desiderio

ebbi di trovare intendimento…”

Il tesoro della Lingua, la logica della Poesia.

La logica della poesia è una logica interna…

(Le Riflessioni filologiche di Fausta Genziana Le Piane)

  

Ho sempre considerato una virtù essenziale della Scrittura, e creativa in proprio, ogni accensione, ricerca, riflessione, sorvolo filologico – ed in ispecie etimologico… Al punto che ricordo ancor oggi con commozione come mio Padre, uomo colto, eclettico, amante delle arti tutte ed in particolare uomo di Cinema, si dedicasse pressoché ogni giorno, con metodo e pazienza, a controllare, investigare sui 12 volumi del nostro, domestico “dizionario enciclopedico” (il mitico Treccani, che poi originò il Lessico), nomi, parole, modi di dire, luoghi, frasi, motti, risorse espressive… Lasciando peraltro cospicue tracce – appunti, semi interrogativi, addirittura gangli emotivi – di questo suo reportage filologico in continuum, che ancora oggi incontro a tratti, nella casualità di una nuova rapida ricerca, di un ultimissimo controllo semantico, consulto filologico o mera, raziocinante analisi etimologica… Commozione lucida ma assicurata…

   Mio Padre Ivo, devoto e starei per dire laico diacono della Parola, avrebbe potuto riprendere una fiera confessione della mia amica Fausta Genziana:

   “… Della parola – nucleo essenziale – mi interessa tutto: l’etimologia prima di tutto, poi la storia, l’evoluzione nel corso dei secoli, le varianti di significato, i cambiamenti, i contesti, l’uso della lingua parlata, oppure di quella letteraria …”

   Fausta Genziana Le Piane con questo suo ultimo intrigante, brioso – ma anche secco, tagliente – quaderno di Riflessioni filologiche (Youcanprint, Lecce, 2019), ha costruito, al contempo, un vademecum ideale, e una mappatura semantica in progress… L’accento, l’assunto, è quello di una inopinata (perché smontata e rimontata) dichiarazione di poetica, finalmente denudata a ingranaggio ben oliato, avvitato, dello stile e del linguaggio, prima atque ultima spes:

   ” Sono una filologa mancata. (…) Impegni familiari mi hanno costretta a rinunciare. Ma l’amore per la parola è rimasto e si è trasformato in amore per la poesia. E come poteva essere diversamente dopo aver studiato i Trovatori e i Trovieri? “

   Tre i brevi ma incisivi studi al centro dell’opera, illuminata come dall’interno, nell’avvento esemplare di una freschezza inusitata: “una poesia tra le meno conosciute di Arthur Rimbaud, Les effàres (Gli stupefatti)”; la notissima lirica di Baudelaire “dal titolo Correspondances”, che indubbiamente rappresenta davvero il fulcro della sua poetica, ed è gemma risaputa de I Fiori del Male…

   Chiude il suo scrigno squisito con un testo in francese antico – lingua da sempre vocata ed evocata in poesia (si pensi solo alla stupenda produzione teatrale, accensione mistico-sensuale, simbolista e “decadente” del D’Annunzio de Le martyre de Saint Sébastien, opera del 1911 scritta in un ridondante e fascinoso francese medioevale, e poi affidata ad una gloriosa, presto leggendaria messa in scena). Fausta Genziana Le Piane si dedica invece a Guiraut Riquer, “les dernier troubadour de Narbonne”, e ai suoi circa “10.000 versi, scritti dal 1252 al 1294″…  

   Grana fine, sentimento delicato, ossequioso eppure irruento, e come un dolcissimo, esclusivo “intendimento” amoroso, pervadono i 60 + 5 versi  delle 5 strofe (12×5, oltre alla breve strofetta conclusiva). Un tintinnare prezioso, perlaceo, di rime (quasi monili) in or, ar, ia, ort, ir, en… Ci basti l’esito cadenzato e auratico – devozionale, iterato e cordiale – appena della prima strofa:

   Di Madonna e d’amore

   E di lungo desiderare

   Mi devo e mi posso lodare

   E se anche ne feci clamore (lamento)

   So che la colpa fu mia

   Perché il moi Bel Deport

   Amoroso con conforto

   Per la sua piacevole grazia

   Mi fa molto abbellire

   E poi per il desiderio

   Ebbi di trovare intendimento

   Per pregarla più (poi) gentilmente.

*******

   Viva dunque le riflessioni filologiche – che personalmente considero connaturate, coessenziali e inseparabili dalla grande poesia. Anche nei singoli casi, come immaginare, che so?, un Foscolo, un Manzoni o un Leopardi – e poi via via giungiamo a Pascoli, a D’Annunzio, e ancora gli amati Ungaretti, Montale, Pasolini, lo stesso Luzi… senza ricordare e recuperare le loro frequenti, irrinunciabili immersioni filologiche, la loro ineludibile febbre linguistica?

    Beh, commuove non poco, tra i meandri fulgidi o umbratili della strepitosa biografia intellettuale dell’immenso Contino Giacomo, l’aedo di Recanati… rileggersi lettere – o comunque interventi come quello assai polemico e risentito. apparso anonimo sullo “Spettatore Italiano” del 1° Novembre 1817, e già peraltro inviato all’amico editore Stella il 30 Settembre sempre del 1817:

   ” Nella Gazzetta di Milano ho veduto condannarsi due volte come barbari il participio reso e il verbo sortire in senso di uscire, usati da Angelo Dalmistro in una sua scrittura.  Ho deliberato di dire che cosa io pensi di questa condanna, primieramente perché credo che il tesoro della lingua si voglia piuttosto accrescere, potendo, che scemare; poi, perché capitando molto spesso l’opportunità di adoperare la prima di queste voci, sarebbe male che altri ci avesse scrupolo o non lo volesse fare, quando potesse, senza peccato. Dico dunque che reso e sortire per uscire sono voci italiane; ed aggiungo che di quella io stesso all’occasione mi servirei, di questa no. Si legge in quella Gazzetta che reso per renduto, è contro la grammatica. La qual cosa è falsa: e questa volta non dico né mi pare né penso, ma affermo che così è, perché è cosa più che chiara. Reso è voce bonissima e da usare senza punto pensarci sopra. …”

   E in questo senso, avvicinandoci invece ai nostri tempi e ai vorticosi, accelerati misfatti della Modernità… mi tornano in mente molte riflessioni linguistico-filosofiche del più acceso (ma calibrato) Roland Barthes, molte sue capziose ma affascinanti ansie ed anse esegetiche… Parliamo d’un libro fortunatissimo come Il piacere del testo (era il 1973 – traduzione italiana nel ’75). Decisivo, vigoroso e caustico il sottotitolo assolutamente contemporaneo (iuxta… Rimbaud!): “Contro le indifferenze della scienza e il puritanesimo dell’analisi ideologica”…

   “… Reperire con cura gli immaginari del linguaggio, quali: la parola come unità singola, monade magica; la parola come strumento o espressione del pensiero; la scrittura come traslitterazione della parola; la frase come misura logica, chiusa; la carenza o il rifiuto di linguaggio come forza primaria, spontanea, pragmatica. Tutti questi artefatti vengono presi a carico dell’immaginario della scienza (la scienza come immaginario): la linguistica enuncia bene la verità sul linguaggio, ma solo in questo: ‘che nessun inganno viene commesso consapevolmente’: è la definizione stessa dell’immaginario: l’incoscienza dell’inconscio.

   Già un primo lavoro è ristabilire nella scienza del linguaggio quello che le viene atribuito solo fortuitamente, sdegnosamente, o, ancora più spesso, rifiutato: la semiologia (la stilistica, la retorica, diceva Nietzsche), la pratica, l’azione etica, l”entusiasmo’ (ancora Nietzsche). Un secondo è rimettere nella scienza ciò che va contro di essa: nel nostro caso, il testo. Il testo è il linguaggio senza il suo immaginario… ”    

   Per non parlare – retrocedendo appunto con prezioso cipiglio – del Nietzsche di Umano, troppo umano, quando egli per davvero colleziona trasgressione e saggezza, strappi istintivi ed esemplari, peritissime categorie di pensiero, diagnosi teoretiche… Penso ad un passaggio assai significativo; per la precisione, alla riflessione su La lingua come presunta scienza:

   “… Il significato della lingua per l’evoluzione della cultura consiste nel fatto che in essa l’uomo pose un proprio mondo accanto all’altro, un luogo che egli riteneva tanto solido da potere, appoggiandosi ad esso, scardinare il resto del mondo e farsene signore. In quanto l’uomo ha creduto, per lungo tempo, ai concetti e ai nomi delle cose come ad aeternae veritates, ha acquisito quell’orgoglio con il quale si è elevato al di sopra della bestia: nella lingua egli riteneva di possedere veramente la conoscenza del mondo. Il plasmatore del linguaggio non era così modesto da credere di dare semplicemente designazioni alle cose, egli immaginava piuttosto di esprimere con le parole la più alta sapienza sulle cose; in effetti la lingua è il primo gradino dello sforzo verso la scienza. …”      

   Dunque Fausta Genziana comincia con Gli stupefatti di Rimbaud, restituita ad una lettura intrigante e finalmente non dimessa, non casuale, rispetto ai grandi e successivi testi diciamo della maturità (maturità sempre giovane – sia ben chiaro), che davvero hanno come bruciato le tappe di un  ebbro e impennato pellegrinaggio dalla vita alla poesia, andata e ritorno, incessante e sempre in atto…

   “… Tutta la poesia è basata sui contrasti: quello più efficace è nella posizione dei personaggi e delle cose.

   All’esterno i cinque piccoli, i cinque derelitti, in ginocchio, che si scaldano al grande spiraglio e che guardano il pesante pane biondo, rannicchiati.

   All’interno, il benessere materiale da cui i cinque piccoli sono estromessi (le Boulanger, col forte braccio bianco, au gras sourire, dal grasso sorriso).

   Da una parte il buio, il buio della strada, ma anche la miseria nera; dall’altra, nella panetteria, la luce, la luce che proviene dal trou, dal buco del forno. …”         

   Poesie giovanili che certo mettono a fuoco, insieme, la sua arte e il suo cuore, destinato a esprimersi, a trasgredire, a correre, a navigare con e verso il suo mirabolante, perverso, assatanato e iniziatico battello ebbro…  

*******

   À suivre, sùbito dopo, Fausta Genziana si addentra da par suo – con accanimento filologico e insieme profusa, effusa, trasfusa grazia e utopia lirica – in quella che è probabilmente la poesia più importante de I fiori del male, il capolavoro di Baudelaire di cui, per l’appunto, il sonetto “Correspondances” rappresenta il fulcro significativo, cioè la medesima dichiarazione di poetica…

   La sensibilità poetica dei Fiori del male e la sua volizione di una pura, ma anche contaminata, eclettica modernità poetica, anticipa, lo sappiamo bene, tutte o quasi le soluzioni stilistiche ed espressive dei decenni, e interi secoli successivi…  Su tutte, chiosa un recente, agile studio baudelairiano di Matilde Quarti, “c’è la convinzione radicale che l’arte, per sondare gli aspetti più reconditi dell’inconscio umano, non possa procedere per schemi razionali, ma debba privilegiare le associazioni implicite ed analogiche tra le cose, secondo un procedimento a-razionale (che ritroveremo anche in D’Annunzio e Pascoli, oltre che in Verlaine, Rimbaud e Mallarmé) che sfrutta il potere evocativo delle parole e delle immagini”.

   Ecco perché  Correspondances diventa un vero e proprio manifesto di questa poetica, “in cui lo sguardo del poeta individua misteriosi punti di contatto tra la Natura e la sua coscienza. Le ‘corrispondenze’ individuate dalla poesia sono così il punto di partenza per l’ascensione verticale dalla realtà concreta ad un mondo ideale e superiore”… 

   Ligio e conseguenziale il riferimento, il grande elogio di Mario Luzi ad un’opera, e a un artista della parole – Baudelaire – che è giustamente riverito, assieme a Leopardi, come grande anticipatore della visione del mondo del nostro secolo e delle angosce dell’uomo “nostro contemporaneo”, che ovviamente Luzi definisce, stigmatizza, ahinoi, come “eterodiretto”; che “non realizza la sua naturalezza, ma si adegua alla imposizione pubblica oppure latente del sistema, è appunto qualcosa che la poesia moderna non ha potuto mai accettare e a cui si è in varie forme rivoltata” (M.L., Dante e Leopardi o della modernità, Roma, Editori Riuniti, 1992):

   “… A questo punto, che cosa ci aspetta? Questa condizione che io faccio risalire alle fonti leopardiane e baudelairiane ci ha accompagnato fino a oggi. Forse in Leopardi e forse in Baudelaire c’era più eroismo. Il loro disinganno filosofico nel vedere la personalità umana diminuita, dequalificata dal processo della società moderna, è stato traumatico e per questo hanno energicamente combattuto la loro battaglia. …”

   Anche e soprattutto coi poveri ma sublimi strumenti della poesia.

   Fin qui la vulgata, l’ermeneutica ufficiale… Ma Fausta Genziana Le Piane fa realmente qualcosa di più (e lo fa meglio): smonta e rimonta il testo, decritta il linguaggio, rotellina per rotellina, perno, vite, pistone, barra o supporto… come un bravo meccanico fa di volta in volta con un motore da aggiustare, o meglio da controllare, sorvegliare, capire…

   E ancora, l’idea stessa della Natura (molto più che naturans, ben oltre che  naturata – per rifarci alle vecchie denominazioni dell’Etica di Spinoza – Deus sive Natura, come punto di partenza e punto d’arrivo!), divenuta e fruibile, evocabile come una foresta di simboli… E va bene: ma come e perché si fa foresta, diventa un bosco insieme cupo e assolato, piccolo grande regno dell’analogia e delle sinestesie?

   Mario Luzi, da sempre perso (ma anche ritrovatosi) nel Battesimo dei nostri frammenti, ha dunque visto le Corrispondenze di Baudelaire come  forse il vaccino, l’antidoto culturale, sinestetico ed emotivo al dramma della modernità, avvertito sùbito e davvero, per primi, in Italia da Leopardi, e in Francia da Baudelaire.

   “… C’è questa discrepanza assoluta: autoemerginazione e emarginazione nello stesso tempo, intrecciate. Il poeta rifiuta la società che lo rifiuta. Questo in Leopardi è già visibile… Il dissidio sarà più evidente in Baudelaire, che assumerà come tema l’aperta invettiva contro la menzogna, contro l’ipocrisia, contro la volgarità del tempo moderno. …”

   Per non parlare della grande sentenza critico/stilistica di Erich Auerbach (con riferimento alle ambientazioni e alle figure che popolano i Fiori del male), secondo cui Baudelaire è stato il primo a dare forma sublime a soggetti appartenenti, secondo l’estetica classica, alla categoria del ridicolo, del basso, del grottesco…

   Infine, almeno un’aurea citazione al ruolo e alla missione baudelairiana di un grande critico come Giovanni Macchia, introdotto a sua volta da un altro grande studioso e francesista come Massimo Colesanti:

   “… tutta la tematica baudelairiana è ripercorsa come un’ascesi etica, in una ricognizione di gusti, di istinti, di ragioni, sempre con il preciso concetto d’una poesia come estrema perfezione tecnica che non rinunci al contenuto più turbinoso e aggrovigliato. Un’armonia ogni volta raggiunta conciliando razionalismo, esigenza di ordine, e ‘violento, superstizioso irrazionalismo’…”.

   Ma ecco un breve saggio, un frammento campione della munifica, inesauribile esegesi baudelairiana di Macchia:

   “… Egli costrinse la forma in modo da mettere in sospetto i poeti cosiddetti ‘liberi’, si affidò alla logica, sottopose il verso ad una critica sottile, ad accettare quei sacrifici, senza i quali un poema non può nascre: una poesia, cioè un problema di armonia. …”

   E proprio da qui, Fausta Genziana Le Piane comincia il suo gran lavoro di fino, realmente compitando, annotando e chiosando quasi in punta di penna…

   Sonetto di versi alessandrini, d’accordo, secondo un fulgido schema di rime ABBA CDDC EFE FGG… Ma Fausta li analizza, li misura e testa uno ad uno, questi celebri versi, irradiandoci spiegazioni e rivelazioni per se stesse emozionanti, echeggianti…

   “… Baudelaire scende nell’undicesimo e nel dodicesimo verso a undici sillabe per risalire al tredicesimo e al quattordicesimo verso nuovamente a dodici sillabe. Nell’undicesimo verso la sillaba in meno consente al Poeta di chiudere il concetto e di sottolinearlo: è come un punto alla fine di un periodo. Nel dodicesimo verso la sillaba in meno dà rapidità e incisività al concetto, sottolineato, ciò, dalla rima interna, ayant, all’inizio del verso, che porta anche un accento secondario e che richiama la rima finale del verso precedente, triomphants. …”

   E la felicità esegetica profusa nel computo dei metri, delle sillabe, Fausta Genziana la dedica anche ad una sorta di generoso, entusiasmante (ed entusiasmato) expertise degli aggettivi, del loro inopinato ma fortissimo valore sensoriale:

   “… Nei versi nono e decimo, le tre sensazioni di ordine auditivo – musicalità – coloristico e olfattivo, si delineano nettamente. È interessante osservare la tecnica usata dal Poeta: innanzitutto uso preciso e appropriato degli aggettivi e dei sostantivi. Ogni aggettivo infatti richiama una distinta impressione sensoriale: frais, il tatto, doux, l’olfatto, verts, la vista. Il secondo luogo la collocazione degli aggettivi stessi e dei sostantivi, che si snoda in due direzioni diverse.

   Gli aggettivi vengono a formare graficamente un triangolo. Infatti, al nono verso, l’aggettivo frais è posto al centro del verso stesso, prima della

cesura e con un accento principale; nel verso seguente, dei due aggettivi, il primo, doux, è posto all’inizio del verso ed il secondo, verts, è situato immediatamente dopo la cesura.”…

   Mirabile, poi, la raffigurazione geometrica, l’alfabetico trasumanar, la triangolazione segnica… che suffraga, schematizza armonia, e insieme le dona come un riecheggiamento, insieme, melodico, visivo, auditivo, tonale 

   L’approdo è ad una strepitosa, sinestica simultaneità, insieme visiva e musicale…

   “… in questa poesia, come succede in altre di Baudelaire, la parola non è scelta in funzione del suo senso, ma del suo valore di suono. La coerenza dell’opera non è più logica, ma musicale e metaforica.

   Dal primo all’ultimo verso, la logica della poesia è una logica interna, fondata sull’intima coesione del canto e di un gioco metaforico che partecipa a questo canto e ne è indissolubile.”

******* 

      Studi preziosi, questi, che ci riconsegnano – attraverso i secoli – ad un’idea di poesia forte, sommossa o insinuante che sia… E ci commuove come l’esperienza e la valenza filologica (ecco il valore assoluto di queste riflessioni, e del resto di ogni operazione consimile), possa con poche osservazioni spiegare e risalire l’incanto, periziare l’incantamento; insomma trovare per esempio in due coppie di versi incrociati, di volta in volta a terminazione maschile o femminile, il modo di spiegare, acclarare questo splendido incantesimo d’arte e, diciamolo pure, d’amore.

   Un sonetto di quattordici versi, si capisce. Ma che versi sono? Di quale specie? Quali le loro terminazioni, il loro sesso evocante e incarnato, effuso, libero o nuovamente ingabbiato, irretito di lirismo?

   “… Tutti e quattordici – salvo due eccezioni… – sono versi di dodici sillabe, cioè alessandrini con terminazioni maschili e femminili alternate: infatti, nelle quartine troviamo rime embrassées, due versi femminili racchiusi in due versi maschili, però le due combinazioni della prima quartina non si ripetono nella seconda.

   Nelle due terzine troviamo una rima fondamentale ants, alternata con una rima maschile che si ripete due volte, ies. …”

   Ci sovviene – anche se i secoli passano (ma non i loro insegnamenti!) – il grande esempio d’uno studioso, un linguista principe come Ferdinand de Saussure…

   “… Ci accorrerà meditare” – meditava Cesare Segre, in un piccolo classico formativo come il suo Avviamento all’analisi del testo letterario – “sull’antinomia langue/parole e sul concetto di sintagma. Secondo Saussure  [1906-11] la langue è una realtà sovrapersonale, cui si contrappone l’uso che ne fanno i singoli individui in singoli momenti. L’antinomia langue/parole distingue dunque: « 1) Ciò che è sociale da ciò che è individuale; 2) ciò che è essenziale da ciò che è accessorio e più o meno accidentale». (…)

   Usando la lingua, la si fa passare dalla potenza all’atto: entrano in gioco tutti i fattori personali (sia di ordine articolatorio, sia di ordine psicologico) che costituiscono la parole. La parole, insomma, «è un atto individuale di volontà e di intelligenza…» “.  

   Lingua e parola, lingua o parola segnano i confini severi, ma anche gli sconfinamenti gioiosi d’ogni vero testo letterario. Qui poi, negli orizzonti estatici ed estasiati della poesia, le parole accelerano e la lingua s’infibra come un lascito stesso di civiltà… Vien voglia di parlare non solo di movenze, parvenze, essenze – ma di istituzioni linguistiche.

   La filologia, vigila e ci riconforta.

   Come Fausta Genziana ha potuto fare con i versi indimenticabili, e certo ancora e ancora meravigliosamente assuonanti di un  trovatore quale Guiraut Riquer – certo uno degli ultimi, testimone e quasi erede oramai solo di se stesso… La sua XVI canzone (canson), è un vero, assoluto Inno all’amore: come poi avremmo dovuto aspettare sette secoli, e infiniti travagli, corsi e ricorsi storici, per riassaporare in una canzone nazional-popolare, diventata con la Edith Piaf più che celebre (e questa volta cantata dalla Donna, dalla Madonna – mia donna – dalla creatura Amata, resasi protagonista):

   D’amore devo fare lode

   Perché mi ha fatto amare puro (sincero)

   Cha mai mi ha lasciato cambiare

   Né intendere altrove

   Anzi voglio di più ogni giorno

   E desidero più forte

   E non ho affatto torto

   Che madonna poi stia certa

   Della sua scelta

   Che fa lode avanzare

   Se ogni lode se ha prezzo valente

   E grato di tutta la gente.

   Cantava invece il passerotto dolcegrintoso di Francia, la Édith Piaf dell'”Hymne à l’amour”:

   Le ciel bleu sur nous peut s’effondrer
   Et la Terre peut bien s’écrouler
   Peu m’importe si tu m’aimes
   Je me fous du monde entier

   Tant qu’l’amour innondera mes matins
   Tant qu’mon corps frémira sous tes mains
   Peu m’importe les problèmes
   Mon amour, puisque tu m’aimes

   ……………………………………………………….

   Cantava, deliziando e saziando sia i palati finissimi, eternamente romantici, che l’appetito, gli stomaci smaccatamente semplici e popolari.

   Anch’essa una continua e volitiva stupefazione… 

   Quanto a quella meravigliosa scenetta d’eterna, povera ma emozionata infanzia, quale è Les effarés, ci viene davvero di dire che la stupefazione è a questo punto quella stessa della poesia… Poesia che, non solo in Rimbaud, certo giunge presto nel nostro cuore, e nel nostro sguardo, e abbraccia, intiepidisce e fa golosi già i nostri primi anni…

   Rileggiamole, le prime, bellissime – e quanto ispirate! – poesie dell’eterno fanciullo dalle suole di vento (“Le Strenne degli orfani”, “Le Repliche di Nina”, “Le mie innamoratine”, “I Poeti di sette anni”…), con i pugni in tasca e i versi sbarazzini e cantilenati sulle labbra, o gonfi in cuore, melanconici, ma di chi insieme si fa beffa del nostro fato certo, comprovato (così come un carattere) e del destino invece sempre misterico (cinico e baro?), ineffabile e traslucido, vaporoso di sentimento.

   Vaporoso come un quadro, un quadretto piccolo e tenero, concorde, è tutto il componimento, dipinto dalle pennellate dei versi, dai colori effusivi degli aggettivi (la rima è involontaria, ma comunque ha bussato in letizia anche alla nostra porta)… Annota da par suo Fausta Genziana Le Piane:

   “… L’effetto cromatico è ottenuto con l’uso di aggettivi che di volta in volta esprimono lo sfondo del quadro: il bianco della neve, il grigio della nebbia. Su questo sfondo, dove il Poeta ci presenta i cinque piccini, spicca il rosseggiare del fuoco – s’allume – con un’attenuazione rosa della carne dei piccini, leurs culs en rond.

   Altri colori: il pane biondo visto già nella sua doratura finale, in contrapposizione alla pasta grigia che ancora deve essere lavorata e cotta.”…

   Aveva ragione Paul Verlaine, il grande, forse massimo amico di Rimbaud – e per molti tratti sodale, complice estimatore – fideiussore nel tempo e oltre il tempo, pro e contro la Storia (delle idee, dei gesti, delle parole…). Infine l’amoroso, decisivo antologista d’ogni nobile poesia “maledetta” o estatico “maledettismo” in poesia: “Personalmente, non conosciamo in nessun’altra letteratura qualcosa di un po’ selvatico e così tenero, gentilmente caricaturale e così cordiale, e così buono, e d’un getto franco, sonoro, magistrale, come gli Effarés…” (da Les Poètes maudits, 1884).

*******

   Stupefatti lo sono sempre, i bambini, ma certo anche i poeti:

   Son tutti insieme rannicchiati, non uno si muove,

   al soffio dello spiraglio rosso

                    caldo come un seno.

   Ils sont blottis, pas un ne bouge,

   Au souffle du soupirail rouge

               Chaud comme un sein.

   Da questo spiraglio rosso, ancora e per sempre, noi spiamo, guardiamo la poesia: e la sognamo, ce ne ingolosiamo, la ascoltiamo come “il buon pane cuocere”… e infine sfornarsi. Stupefatti, eh sì, ma insieme  “completamente istupiditi”, dicendo, bascicando forse le nostre preghiere “e piegati verso quelle luci / del cielo riaperto”.

   No, la poesia non è il cielo, e forse non scende dal cielo, come sognavano e credevano gli stilnovisti, a miracol mostrare… Però il cielo lo riapre.

   Il cielo – uno, il nostro, umano e in qualche modo terrestre, affatto trasumanato, prima d’ogni rito dello spirito. Il primo cielo che conti e ci resti – ben prima dei sette fulgidi, rapinosi cieli canonici su cui s’arrampicò, ascese purificato infine il sommo Dante, catechizzato dalla sua Madonna Beatrice, in filologico vapore di Luce.

   Forse – chi lo sa?, ma certo non lo ha scritto – ripetendo tra sé e quella rifioritura di fede, quell’incantamento di donna, intendimento di creatura, che ricordava nei versi forse a lui noti di Guiraut Riquier:

   Di Madonna e d’amore

   E di lungo desiderare

   Mi devo e mi posso lodare

   …

   La poesia unisce e travalica, annulla Spazio e Tempo, pulsa sempre attuale e presente, stupefatta per sempre. Penso alla lirica in proprio di Fausta Genziana, la filologa mancata (o meglio, rinunciata) che invece, brava poetessa, lo è diventata eccome. E rinvengo in uno dei suoi libri più belli, Ostaggio della vallata (Tracce, Pescara, 2014), una lirica anch’essa sinestetica, gemma di Corrispondenze e stupefazione…

   “Orecchino di turchese”, scrissi già nel 2014, ad arcano, accordato commento, è “felicissima in tutti i suoi cinque sensi (il sesto incluso!)… Il turchese, mitica pietra preziosa di colore cangiante (dall’azzurro al verde, in Occidente , è fin troppo noto, simboleggia o il pianeta verde, Giove, oppure quello azzurro, Venere… Fausta è così abilissima nel giocarsi il monile ideale per un viaggio riassuntivo e propiziatorio dall’Oriente delle Mille e una notte – dei tappeti volanti, delle coperte damascate – alla Micene, insomma all’eredità greco-minoica del Minotauro…)”.

   Hai il sapore di una donna innamorata

   che vorrebbe gridare:

   quel volto esiste!

   Quell’orecchio esiste!

   E conosce arcane parole.

   Orecchino di turchese

   cerchi il tuo compagno

   rimasto al lobo dell’orecchio

   di una donna innamorata

   a rendere eterna la Bellezza.

   Insomma, le Correspondances continuano… La loro orchestrata, variegata verità emotiva, sinfonia sensoriale, non ha mai smesso, né smettere può, di orchestrarci le emozioni, restituircele, e insieme, come per beffa amorosa, rubarcele, rinasconderle dentro qualche altro sottile segreto del cuore, pertugio della vista:

   Come echi prolungati che lungi si confondono

   In una tenebrosa e profonda unità

   Quale, il distinguo ineffabile, il pubblico segreto? Quale la percezione trasparente eppure infibrata, fiera e tremante, taciturna e pulsante nel rosso muscolo, nel trasparente messaggio del cuore?

   “… La coerenza intima del creato è detta profonda perché non si rivela ad uno sguardo superficiale e tenebrosa perché misteriosa, tale da non poter essere colta dal solo intelletto.”…

(febbraio 2021)  

Plinio Perilli


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