Maurizio Manzo: Lividelle

Napoli 1943, Via Marina
Lividelle

Le pance sono molli senza volontà
mio padre è bambino e le guarda
seduto sul marciapiede ammassate sul cassone
di un camion che le trasporta sotto il cielo di Napoli
hanno un ritmo che segnerà il suo sguardo
finché sono bambino e sembra che non do attenzione
a questi racconti al crescere della sirena
che sale verso l’alto senza colore per scendere
e sprofondare nel cervello
questo è il primo terrore della mia vita
che ricordo di svegliarmi tra le macerie
cullato da pance che si muovono per inerzia
dormivo facendo le corna con le dita
perché avevo capito che teneva il male lontano
ho avuto questa angoscia per molto tempo
ma cosa vale un’ipotesi davanti alla realtà
niente e diventa arrogante come lo è il chiacchiericcio
pensare di avere un’idea risolutoria
mentre fischiano le bombe e sfondano i timpani
e la testa tutta sperare in un negoziato
vedere che ci si siede a un tavolo per banchettare
e sorseggiare le urla dei bambini
lisce con ghiaccio o lividelle.


Maurizio Manzo



4 risposte a "Maurizio Manzo: Lividelle"

  1. Tremenda e e puntuale questa poesia in cui i ricordi del padre, traumatizzato da bambino da quello che aveva vissuto nella Napoli della seconda guerra mondiale, tornano e si contrappongono alle paure che vivono ora i bambini in Ucraina. Grazie Maurizio.

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  2. urticante l’immagine in incipit, le “pance molli” dei corpi squassate nel cassone di un camion.
    mi ha fatto pensare, per analogia, al ventre molle dell’Unione Euopea, un golem sovranazionale che mostra il pugno di ferro in politica interna, ma è flaccido quanto un budino in politica estera: quasi 10 anni di inerzia durante i quali sarebbe bastato *volerlo davvero* per evitare la guerra in Ucraina (ma, si sa, la guerra spesso “fa comodo”… specie a quelli a cui non “fischiano le bombe” sulla testa).
    bella e umanissima, poi, l’idea del far “le corna con le dita”, piena di un’umanità non solo infantile (siamo tutti bambini di fronte alla guerra) ma anche di quel senso di impotenza che ci coglie quando realizziamo che il mondo dei potenti è un gioco più grande di noi e prescinde dal voto democratico e dai dettami costituzionali.
    ed ecco allora che, nella ficcante trasposizione poetica di Maurizio, finiamo tutti per “svegliarci tra le macerie” della democrazia 2.0

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