Giuseppe Cipolla: Una dolce diga

Corriere della sera

UNA DOLCE DIGA.


“È nella narrazione che la temporalità diventa soggetto e oggetto di scrittura, nel doppio senso di tempo narrativo e tempo narrato; la finzione letteraria colma infatti le zone d’ombra, riempie il silenzio del vissuto che nessun archivio registra e tramanda.”
Paul Ricoeur : “Tempo e racconto”
…………….
Questo episodio è accaduto circa trent’anni fa. La memoria amica mi aiuterà,  forse ingannandomi un po’ . Ma se così è, le sono grato.


Danilo  Dolci ha variato molto sul tema “poesia”. La poesia è stata, credo, la sua prima forma di espressione scritta, da giovane. Poi però, fino al 1968 non scrisse più poesie, ed è del 1970 il capolavoro “Il Limone Lunare”. Eppure, durante tutta la sua poderosa attività tesa a rivoluzionare l’esistente, a riscattare i “banditi, a digiunare per la vita e la dignità, a scioperare al contrario, lavorando e facendo lavorare i disoccupati, a sfibrarsi per la costruzione della diga, creando realtà nuove , comunità nuove, la poesia rimase sempre la sua voce-vocazione  interiore che dava fiato vitale, anima a tutte le concretezze che si manifestavano. Che fosse, per quasi 20 anni, poeta anche senza il tradizionale poetare, scrivere versi, lo dimostra l’esplosione dei suoi “poemi” successivi, ma anche la costante amicizia e il legame coi maggiori poeti di quei primi decenni del secondo Novecento e l’affetto col quale era seguito. Ci sono pagine bellissime dell’epistolario di Cristina Campo, che ospitò nella sua casa di Roma un Calamandrei febbricitante impegnato a scrivere la sua arringa a difesa di Danilo e dell’articolo 4. E con fibrillazione seguivano le sue attività poeti come M. Luzi o M.T. Spaziani. Io penso che Danilo fece, in questi quasi venti anni, poesia “concreta”: premessa e materia prima per i “versi” che scrisse con continuità dal 1968 in poi.


Voglio raccontare un episodio che è rimasto per me un ricordo indelebile. Nel 1994 insegnavo Lettere nella Scuola Media di San Giuseppe Jato, noto paese di mafia in un momento di trasformazione del fenomeno criminale. Ricordo che nella mia classe avevo come alunni il figlio di un mafioso e il figlio di un pentito accusatore. Con la presenza di Danilo volevamo, Preside e docenti, dare un segnale di onestà e democrazia a noi stessi, agli alunni, al Paese. Era il periodo della piena maturità del pensiero pedagogico di Danilo, forgiato con le esperienze e le battaglie della Scuola sperimentale di Mirto e il consolidamento teorico e pratico della maieutica reciproca.
Come spesso gli capitava, la proposta maieutica doveva vincere parecchie resistenze (1), ma  per qualche mese, con regolarità settimanale, sviluppammo incontri maieutici da lui diretti su comunicazione, scuola, poesia, che nella memoria rimangono pilastri formativi di umanità e professionalità.

“ Avevano proposto un seminario.

    Occhi cortesi tentano sorriderti

     Ma vi leggi delusione tesa:

      ambivano una predica

      (con la coda a cui battere le mani

        e i piedi, entusiasmati)

        fosforescente contro il nozionismo –

        e non domande “.

Diga Jato. Foto di Giuseppe Cipolla


 IL RACCONTO.


Con un un mio collega ci davamo il cambio per accompagnare Danilo da Partinico a San Giuseppe Jato e viceversa. Abitavamo tutti a Partinico. Danilo non guidava. 


Un pomeriggio toccò a me fare da “autista”. E ogni volta che questo capitava, mi sentivo onorato e sereno. La sua presenza imponente non comunicava timore o impaccio, e anche se, per la sua mole, viaggiava quasi rannicchiato sul sedile davanti non era per niente ingombrante, anzi. Si parlava poco durante il viaggio. Forse si elaborava in silenzio l’esperienza appena vissuta. Più io per la verità, che mi sentivo come in una bolla. Danilo era solo concentrato sul paesaggio. Lungo la difficile e sconnessa strada provinciale Partinico – San Giuseppe Jato si susseguivano, e si susseguono ancora oggi, brevi rettilinei e faticosi tornanti, curve scivolose e continui saliscendi. Per paradosso, è una strada pericolosa anche per la sua bellezza. Per un lungo tratto, prima di inerpicarsi verso la montagna, costeggia la diga sullo Jato, l’invaso Poma, invenzione e frutto, negli anni 60, delle lotte di Danilo e di tutto un popolo di contadini ma non solo, per la trasformazione produttiva del territorio, per il lavoro e per il riscatto umano e sociale di tutto un comprensorio. La strada, ancora oggi come allora, è pericolosa perché il paesaggio che attraversa ti rapina l’attenzione. Perché non è mai uguale, né durante i diversi momenti della giornata, né da un giorno all’altro o da una stagione all’altra. Salendo, a sinistra, l’andamento sinuoso della campagna, non più feudo ma piccola proprietà, sembra una tovaglia a grossi scacchi irregolari, diversi per coltura e colore. L’erba da pascolo si alterna alla vigna e a residui di coltivazione del grano, ai radi uliveti. Il terreno degrada dalla montagna, come un maestoso impasto a cui sono state inferte ferite che raccolgono l’acqua e l’accompagnano all’invaso. D’inverno i rivoli gialli e terrosi attraversano la strada, d’estate l’asfalto luccica e abbaglia. A seconda delle stagioni, i colori del verde, tutti i verdi del mondo, giocano coi fiori di campo gialli come un esercito scompigliato e compatto, o con il rosso dei papaveri o il viola dei fiorellini selvatici.

Diga Jato. Foto di Giuseppe Cipolla

A destra si adagia il lago, sempre calmo e fermato a valle come da un gigantesco braccio di pietra e cemento, con le paratie che sembrano occhi d’acciaio. Alberi, per metà immersi nell’acqua, fanno da corona mobile a seconda dell’ampliarsi o ridursi della capienza dell’invaso. A volte, all’improvviso, emergono i tetti di vecchi casali sepolti o i residui eroici di un vecchio ponte di ferro. Silenzio e uccelli convivono come il senso di tristezza e di calma che ti regala lo sguardo. Il colore dell’acqua non è mai lo stesso. Dipende troppo dalla profondità variabile dei fondali o dai capricci del cielo di sopra. Ai margini, vicino alle rive irregolari, come in un quadro impressionista, gli eucalipti si specchiano ondeggianti nell’acqua.

Scendendo verso la fertile piana partinicese, a metà strada, si arriva al punto più alto e da lì inizia la discesa.

La diga occupa tutto lo sguardo nella sua forma oblunga, gonfia al centro. Ma prima, nel punto in cui il fiume riversa il suo corso d’acqua, c’è una parte stretta come un budello e tutto attorno anche la fanghiglia cambia di continuo colore. Poi si allarga piano piano l’imponente massa d’acqua, raccolta dalla sorgente e lungo il corso dal fiume Jato e dai “bacini contermini”.

È stato in quel punto che Danilo mi ha chiesto di fermare la macchina e spegnere il motore.
La richiesta non mi ha sorpreso. In fondo anche viaggiando la vista era tutta occupata da quel paesaggio. Mi sono scostato portando indietro il mio sedile per dargli l’opportunità di guardare meglio. 

Diga Jato_ Foto di Giuseppe Cipolla

E questo, ora, è il momento in cui scrivere diventa quasi impossibile.

Quegli attimi di vita, raccoglievano con gli occhi un’esperienza immediata, uno sguardo che si riempiva di paesaggio e di colori. Ma tutto ciò era come una premessa, un rapimento. Dietro quella enorme massa d’acqua, la mente entrava in quel pezzo di mondo carica non solo di emozioni ma soprattutto di azioni, di immagini-azione, di immaginazioni, comunica-azioni.. e sogni.

E, oggi, ho la fortuna di capire con l’esperienza quello che dopo ho letto. Danilo ha scritto:
“Ecco che cos’è poesia: il passaggio dalla realtà com’è a come potrebbe essere, dialettica tra essere e desiderio.” Ma di fronte a quella diga reale i termini erano come invertiti… Quello che, prima, avrebbe potuto essere, lo era già. E il desiderio si era realizzato.
La poesia era compiuta. Era scritta in quell’immenso e cangiante  foglio verde che era di fronte a noi.

E capisco ancora meglio quando di seguito avevo  letto….
“Poetare è comporre l’esperienza. Poetare è riuscire veramente a costruire”.
Poetare era stato creare movimenti, coscienza contadina, marce, legami, fatiche, gioie, studi e sofferenze. E tante altre cose ancora. “Poetare era essere riuscito veramente a costruire”...una diga…creare una poesia.

Gli occhi di Danilo io me li ricordo lucidi. Ma può anche darsi che non era così. I miei sicuramente lo erano…e se non lo erano allora, lo sono ora… che è la stessa cosa.
Danilo si è girato verso di me ed era come se ci guardassimo per la prima volta. Era tardo pomeriggio e il sole calava e andava a nascondersi dietro le colline. Dopo avere baciato il lago, andava a tuffarsi lento nel mare.

Danilo mi ha detto, rigirando lo sguardo verso il lago:
“Se non è questa poesia, cosa è poesia”
Non sarei mai stato capace di rispondere.
Ma nella mia mente e nel mio cuore questo suo pensiero per una strana alchimia si mescolava con l’altro che aveva detto durante l’incontro maieutico a scuola.


” Poesia è far vivere assieme valori assoluti, cosmici ed eterni espressi in una cornice di perfezione formale”
La diga era un bacino di valori: era giustizia, libertà, lavoro e sudore, amore, amicizia, fratellanza, non violenza…
Ed era distesa lì e la sua forma perfetta era la sua assoluta bellezza…
Assieme erano poesia.
Non era stata, come gli altri laghi naturali, solo Iddio a costruirla… Ma l’avevano “creato” gli uomini, gli uomini poeti e lavoratori.

“La sete insecchisce, brucia –

Acqua non chiesta affoga:

acqua alla sete,

sete per l’acqua.

Ognuno è acqua

                              e sete.

Il vuoto slenta aspirando,

il pieno preme a erompere –

una poppante fame e il suo capezzolo

colmo, si cercano.”

(IN QUESTO FRAMMENTO DI GALASSIA)


Penso che sia  vero quello che ha scritto il poeta centroamericano Luis Cardoza y Aragon: “La poesia è l’unica prova concreta dell’esistenza dell’uomo “…

Giuseppe Cipolla. 

APRILE 2022.

  1. P.S.: Commento di Pasolini a I. Calvino : “Le città invisibili”.

“I desideri sono ricordi”. Non solo però i desideri sono ricordi: lo sono anche le nozioni, le informazioni, le notizie, le esperienze, le ideologie, le logiche: tutto è ricordo. Ogni strumento intellettuale per vivere, è un ricordo.  “  

P.P. Pasolini


5 risposte a "Giuseppe Cipolla: Una dolce diga"

  1. Grazie a Giuseppe Cipolla per il dono di “quegli attimi di vita”, per la sua testimonianza su quanto la diga sullo Jato ha rappresentato, per la fortuna di condividere con Danilo Dolci lo sguardo sull’“enorme massa d’acqua”, motivo di azione e mobilitazione, vittoria del sogno e dell’immaginazione, qui raccontata anche nella sua bellezza naturale.

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  2. Carissimo Beppe, ho letto e riletto il Tuo scritto con enorme piacere. Cercherò di stamparlo e conservarlo per poterlo rileggere in futuro. Sei stato magnifico, caro Beppe!! Grazie per questo momento di ” pace dell’anima”. Come ben sai, ho conosciuto e frequentato Danilo, soprattutto quando, ai tempi, condividevo il mio lavoro con Tuo Padre, ma non avevo questa bella sensazione che mi hai fatto sentire Tu. Un abbraccio.. Benito Caputo.

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    1. Caro Benito,fermo restando che niente cambia nel nostro sentire,nelle nostre sensazioni e nella nostra memoria,e’ però doveroso dirti che io non sono il Giuseppe Cipolla figlio del Senatore Nicola a cui tu ti riferisci. Ma sono il Giuseppe Cipolla di Partinico,cugino del Prof. Pino Cipolla anche lui collaboratore di Dolci e che ha scritto,poco prima di morire,un libro pubblicato da Sciascia ” L’utopia di Danilo Dolci”. Io sono il cugino “piccolo” così mi chiamavano. Ma dei dirigenti delle Cooperative,come te,dei dirigenti politici dei deputati mi ricordo sempre,anche se più grandi e a cui auguro tanta vita e tanta gioia. Giuseppe Cipolla j

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  3. Molto bello il ricordo, che credo si rinnoverà sempre ogni volta che si percorrono quelle strade, bello anche il concetto della poesia come compimento di un atto che le rende così concreta.

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