Guglielmo Aprile: Teatro d’ombre (Giancarlo Locarno)

Foto G. Locarno  – La grande ruota della preghiera – Kathmandu Nepal

Il volume di poesie è molto compatto, si occupa fondamentalmente di una sola problematica: la discrepanza tra apparenza e realtà, che si traduce anche in uno iato profondo tra la lingua della “superficie” piena di oggetti della vita quotidiana, “la smerigliatrice”, “parrucche”, “vernici”, e quella del profondo, più scarna, di poche parole pregne di significato. Ogni poesia sembra avvolgere queste ultime in un involucro costituito dalle prime.

Una guida per il viaggiatore della vita che si aggancia al pensiero orientale.

Siamo ancora quelli dei ghiacci primordiali, quando tutto era una natura terribile e nemica, ci siamo evoluti conservando nella nostra mente questo nocciolo di buio.

Sembra che la coscienza sia nata per avvolgere con le sue parole questo grumo oscuro, per neutralizzarne gli effetti, e darci attimi di luce effimera.

La vita dunque è solo superficie, svago, vacanze, un viaggio in treno, che mi ricorda quello di Viviane Lamarque, ed è quasi una risposta alla sua domanda  :

A vacanza conclusa dal treno vedere
       chi ancora sulla spiaggia gioca si bagna
       la loro vacanza non è ancora finita:
       sarà così sarà così lasciare la vita?

Questa vita viene lasciata in fondo al mare inconscio, dove si frantuma ogni cosa, tutto vaga come le membra smembrate di Osiride, immagini senza più coerenza.

Il mondo è uno spettacolo ipnotico, l’affabulazione di non si sa quale parlante.

Noi non ce ne accorgiamo, nella vita , tanto siamo avvezzi al travestimento, a costruire generalità false da disegnare su una finta superficie che avvolge la realtà.

In certi momenti speciali ci casca addosso il senso delle cose, come successe a Montale nella poesia “Forse un mattino andando in un’aria di vetro”:

Vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Da una situazione simile sembra procedere il libro.

Come se all’inizio del viaggio si è  come  i ciechi del dipinto di Bruegel il Vecchio, poi succede qualcosa per cui non si corre più l’uno dopo l’altro mano nella mano  a gettarsi nel fiume, ma improvvisamente una luce appare, una sensazione nuova, mostra loro la macchia rossa che si allarga dal cuore al cielo.

La vista non è stata per loro benevola, ha portato all’angosciante scoperta che il perno della realtà è il vuoto.

Questa scoperta è come il messaggio che l’imperatore ha affidato all’ultimo dei messaggeri, sa che non arriverà mai a consegnarlo, ci sono infinite strade che si intersecano, infiniti pericoli,  infinite città, ma strano a dirsi qualcuno alla finestra l’ha ricevuto, ma non dice che cosa c’è, cosa abbiamo scoperto

dentro la bisaccia del messaggero.

Pensavamo di aver tolto il velo di Maya dalla bisaccia, ma non non crediamo, o meglio non riusciamo a trarne le dovute conseguenze per costruire il nostro comportamento della vita di tutti i giorni adeguandoci alla scoperta…

Se non c’è niente nemmeno nei graffiti delle grotte preistoriche, vuol dire che gli uomini non sono mai realmente esistiti, fantasmi che estraggono costellazioni nel mare nero dell’inconscio per gettarle in cielo, e le scoperte della poesia sono come macchine sceniche, come le illusioni del Leopardi, ci rendono una parvenza di gioia e sopportabile la vita.

Un teatro d’ombre, come il Wayang indonesiano, fatto quindi di buio e anche di luce, il buio si deve stagliare sulla luce e rivelare le sue forme, che sono bellissime.

Alla coscienza infelice manca però la risposta alla domanda:

“Visto lo stato delle cose, allora, cosa facciamo?”

La parola esige sempre una risposta futura,  anche se gli orizzonti sono troppo lontani da raggiungere.

Giancarlo Locarno

Da “Teatro d’ombre”:

Fuochi fatui

È dai tempi dei ghiacci primordiali,
quando nessuna cosa aveva nome
e le notti erano più lunghe di oggi,
che i luoghi oscuri ci fanno paura;
da bambini, guardinghi, evitavamo
di mettere piede in un certo
capannone dismesso e di esplorarne
i penetrali, anche in pieno giorno:
la poca visibilità incuteva
un sacro orrore, e dicerie terribili
d’istinto ci tenevano alla larga
dai suoi dintorni, storie che giravano
circa un segreto al suo interno, un pericolo.
Più conveniente più prudente eludere
le grotte e la loro ombra,
con un gioco di torce e di bengala
volteggianti, per fare tollerabili
eventuali blackout; innalziamo
fuochi fatui, frivole stelle elettriche,
composizioni estrose di fiammiferi:
è così che combattiamo la nostra
guerra impari, infruttuosa, contro il buio
che da millenni coviamo nel sangue;
siamo falene, che fuggono, attratte
da un chiarore sconosciuto e mortale.


Coscienza sporca

Bariamo impunemente
sulla luna e sulle carte che distribuisce,
ci appelliamo a vizi di forma
quando il contratto ci mette di fronte
a clausole troppo impegnative,
ricorriamo a una scorta pressoché
senza fondo di pillole ipnotiche,
o facciamo uso senza troppi scrupoli
di firme contraffatte, di passaporti falsi;
stendiamo un fazzoletto sulla macchia,
tiriamo su la lampo fino al mento
perché nessuno faccia caso
al gonfiore bluastro che ci cresce
sotto il colletto; non lo diciamo in giro
che cosa c’è, cosa abbiamo scoperto
dentro la bisaccia del messaggero.


Ballo tra ciechi

Setacciamo una strada dopo l’altra
in cerca di orme di fenicottero,
con gli occhi opportunamente cuciti
in strenne da regalo
e in adesivi colorati; il cellophane
avvolge i nostri souvenir più cari,
il nostro ricercato assortimento
di pennarelli e magneti turistici;
non ci facciamo caso,
se non una volta rientrati, a quella
strana macchia, inchiostro oppure sangue,
che si va ad ogni passo allargando
a metà tra la tasca pettorale
e il cielo.
E intanto le strade bendate srotolano
il loro identico ordito ma intorno
a un fuso che non è in nessun luogo –
e il vero perno dei cieli
è il vuoto.


Teatro in mezzo al mare

Lo gridiamo, di esistere, alle strade:
le strade sorde, a capo chino, in lunghe
file in catene, che battono in tondo
un percorso oggi e ogni giorno uguale;
imitiamo una scimmia, che rivolge
ai passanti, dietro una tapparella,
boccacce e smorfie sconnesse e insensate,
e fa sfoggio di pose
che per la loro gestualità isterica
e per il pathos teatrale che ostentano
inducono al sorriso: hanno un effetto
a metà tra il patetico
e l’involontaria autoparodia.
Scioriniamo espressioni colorite,
pur di far colpo sul dio della folla
che però non ha tempo, e non si volta
neanche un istante dalla nostra parte.


Errore originario

Potrebbe non esserci niente
dietro i graffiti conservati così a lungo
sul muro delle caverne.
Se è così, non abbiamo fatto altro
fin dall’infanzia
che esercitarci in sterili lezioni
di scherma con le ombre.
Staniamo Dio da ripostigli e pozzi;
il più antico dei gridi
ha come padre il fondo di un cratere
e sparge nel vuoto costellazioni.

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