Silvia Rosa: L’OMBRA DELL’INFANZIA – nota di lettura Antonio Lillo

L’ombra dell’infanzia” di Silvia Rosa (PeQuod, 2025) è uno di quei libri che sono libri “di una vita”, cioè uno di quelli che chi scrive ci mette una vita intera per imparare a scrivere e quando il libro esce diventa uno spartiacque, un punto, c’è un prima e un dopo. Sono libri anche difficili di cui parlare perché vi è di continuo il rischio che la vita si sovrapponga all’opera, confondendosi con l’autobiografia e dimenticando quanto lavoro è stato fatto proprio per arrivare ad affilare i propri strumenti sulla mola e renderli taglienti. Di che parla? Di molestie a una bambina, molestie in famiglia, molestie di un patrigno a una figlia. Di come tali molestie condizionino la crescita della bambina nel confronto disturbato con sé stessa. Del cammino di riscatto che quella figlia fa per ritrovare un equilibrio. Vi sono molti libri in prosa, romanzi e saggistica, che parlano di queste tematiche. Pochissimi in versi, scritti da una donna, e ancora meno che lo facciano con la stessa ampiezza di temi e asciuttezza di sguardo, con la stessa partecipazione distaccata con cui lo fa Silvia Rosa. I versi già lunghi rompono al loro culmine l’argine della misura, l’aggettivazione incessante che è tipica dell’autrice qui si fa a tratti “furiosa”, per quanto sempre controllata per evitare che imploda, si entra con lei in uno stato di lucida febbrile alterazione, quasi una regressione in un reparto psichico della mente pieno di cassetti semiaperti e vestiti appesi in mostra negli armadi. Anche per questo è un libro “di una vita”, perché si mette a nudo come pochi nelle proprie stanze private, e serve molta esperienza per maneggiare una simile materia con i giusti i mezzi emotivi ed espressivi. Importante e necessaria, in questo senso, la bibliografia. I capitoli più intensi e crudeli, i più intimamente violenti, sono i primi, dove la crudezza del racconto si mescola col linguaggio della favola: è un espediente tanto efficace sul piano retorico quanto necessario e sensato, da sempre la favola serve a raccontate l’indicibile e spalancarlo verso il mondo dell’infanzia. Vi è questa porta che viene aperta e dopo è impossibile tornare indietro. Per chiunque abbia avuto problemi col proprio corpo sarà impossibile non identificarsi con l’adolescente che a metà volume lo rigetta, lo nega dopo l’esperienza subita, lo mette a confronto con l’ambiente cittadino, a una bruttezza interiore corrisponde specularmente una bruttezza esterna di case in cemento che è l’affacciarsi della psiche sul mondo. Da qui, però, riparte nella donna una consapevolezza universale del dolore che porta alla politicizzazione del problema, all’ingresso in una “sorellanza” che se può essere da un lato il capitolo più didascalico è anche altrettanto necessario all’equilibrio dell’opera nel momento in cui la tragedia personale, che si fa testimonianza, diventa motivazione collettiva a una presa di coscienza. Anche in ciò non bisogna dimenticare che quando si parla di poesia civile, si parla anche di libri come questo, tanto delicati sul piano intimo quanto a loro modo politici nella denuncia di un sistema attraverso i mezzi dell’arte. Non a caso è dedicato “alle sopravvissute”. Eppure, e questo è il tocco di genio dell’autrice che rimette in pari cuore e mente, dopo la denuncia vi è un ultimo inaspettato balzo all’indietro, verso uno spazio di luce per gli attimi di gioia o buffi rubati a una infanzia disastrata, lì dove i momenti di rivelazione, o meraviglia, comuni a qualsiasi giovinezza diventano ancore di salvezza per la memoria. Fino a chiudere il cerchio nell’ultima poesia in cui la piccola poetessa di otto anni parla alla donna che sarà e la donna risponde alla bambina che è stata, per dirle che il futuro sarà a suo modo luminoso e questo libro ne è la prova, la promessa. Vero messaggio di speranza a qualsiasi figlia con uguale destino. Libro non solo da comprare per sé, ma anche da regalare a chi si vuol bene. (Antonio Lillo)

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Dalla quarta di copertina

Al centro della silloge si colloca la narrazione di una vicenda di abusi infantili: l’esito poetico sul tema della violenza prende spunto da un lavoro di ricerca che da tempo spinge l’autrice a indagare in ogni possibile direzione testimoniale, per mettendole di attuare un serrato confronto con una pluralità di destini e di analizzare quel male all’interno di una cornice etico-sociale-culturale di più ampia riflessione. Orchi, matrigne malvagie, abbandoni, prigionie, avvelenamenti, incantesimi, c’è tutto il repertorio fiabesco, ma rielaborato in chiave lirico-saggistica, a capovolgere la falsa immagine, così cara anche alla pubblicità, della famiglia standard. Distrutte per sempre la gioia e la leggerezza, crolla, inevitabilmente, anche il lessico infantile nella nominazione del mondo: la poeta lo carica di lemmi grevi, inventa metafore dolenti e si avvale di una simbologia trasfigurata. In questa scrittura coraggiosa, che veicola un forte messaggio politico, il linguaggio diventa strumento di elaborazione e risignifica zione divergenti, rispecchiando una verità più intima e profonda di quella che la superficie della realtà sembra suggerire.

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Un’ape allucinata che sbatte contro i vetri,
febbre che arrossa le guance, notte che
batte sui denti cariati. Sono questi i mali
rappresi in segni violacei sul rosa
delle albe d’infanzia, i guasti delle
lucciole che muoiono discrete sotto una
brina spessa. Io vorrei dire invece
lo strappo delle ali che buca la schiena,
la perdita del corpo un pezzo dopo l’altro
sotto il peso di un nome di fango e resina,
che lascia addosso un’onta indelebile
e in gola un fiore di spavento: vorrei
raccontare di come cresce nelle sere
di luna piena, cambiando colore e di come
diventano le mani di una bambina quando
scavano in bocca una fossa di silenzio.

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Il padre tiene in braccio la bambina
in una foto anni Settanta dalle atmosfere
inospitali, i toni pastosi che avvampano
tra le forme geometriche degli arredi
e le scarpe chiodate. Interno giorno
popolato di volti intorno a una torta
con tre lumini accesi, preludio all’assaggio
del buio e alla grandine di applausi. Una capriola
della sorte, il supremo sbaglio, lo squarcio
che lacera la velina dell’infanzia, il prima
e il dopo della storia: un padre che scompare
in un soffio, l’armata delle candeline a venire
un’attesa sterminata, le bandierine della resa
e la cantilena dei perché quanto baccano
nella testa, ma il regalo ero io, abbandonato
in un angolo, con un nastro nero al polso
e il vestitino della festa, macchiato.

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C’era una volta una bambina e c’erano
con lei le sue sorelle di sventura, tutte sole
in un bosco blu cobalto, nell’ora in cui scocca
la tormenta. Nel fragore ultraterreno dei tuoni
e nel fiammeggiare del cielo viola, vagavano
senza battesimo nella chiarissima certezza
che se dio esiste, non è per loro. Una supernova
atterrata con clamore nella radura più cupa
– una pluviale valle di lacrime mai versate, se non
nel segreto di una stanza chiusa – proiettava
intorno un brillamento da guerra nucleare,
un trilione di lucciolii da dare il vomito. La fauna,
persino il lupo dai denti aguzzi, stava alla larga,
del resto la schiera delle bimbe era un vibrante
esercito di fantasmi. Una foschia si alzò dal verde
marcio in cui affondavano i talloni e nella spirale
del mese di maggio si aprì una voragine, la vigilia
boreale di un passaggio, altrove. Sorelle, non c’è
una ragione se è capitato a noi questo morire restando
in piedi, abbarbicate alla cima delle nostre storie
amare. Ma per il lieto fine non occorre alcun
lasciapassare, è già nostro, l’abbiamo barattato
con l’ombra dell’infanzia in cui ci siamo perse.

*

In un quartiere popolare i palazzi sono
alte torrette di guardia, occhiute, in cui
si annidano parole feroci e l’odore
del latte e caffè che sborda da pentolini
anneriti. Al cospetto delle loro ombre,
la bambina impugna la sua bici e pedala
lontano, precaria, verso un lembo di piazza
spopolata, asfalto e rifiuti, dopo il mercato
rionale. Le ore scardinate e messe in pausa,
la tregua al sapore di Big Babol panna e
fragola che si mischia alla saliva amara,
ruggire piano, sentirsi peso piuma contro
le ingiurie che a casa sbottano improvvise,
poi l’inciampo, l’urto, la scorza delle mani
sbucciata, le ginocchia in fiamme, una fitta
a fior di pelle, accucciata a terra la bambina
non piange, attende che il dolore passi,
si fa gomitolo e poi biglia e immagina
di risplendere nell’aria pallida di giugno,
veloce come scheggia, sfaccettata,
un festoso globo di vetro disossato, un sole
precipitato nell’indifferenza di tutti.

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Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e lavora come docente. Ha esordito in poesia nel 2010 con il libro Di sole voci (LietoColle), a cui sono seguite le raccolte poetiche SoloMinuscolaScrittura e Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2012 e 2014), Tempo di riserva (Ladolfi 2018) e Tutta la terra che ci resta (Vydia 2022). Ha curato i volumi antologici: Bestie. Femminile animale, di cui è anche coautrice, e Confine donna: poesie e storie di emigrazione (VAN Editrice 2023 e 2022); Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), con sue immagini foto grafiche; Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici (La Recherche 2017), per il quale si è occupata anche delle traduzioni in italiano. Ha scritto il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke 2013) e la raccolta di racconti Del suo essere un corpo (Montedit 2010). Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in diverse lingue, tra le altre: spagnolo nella silloge Tiempo de reserva (Ediciones en danza, Buenos Aires 2022), romeno nella plaquette Treceri (Editura Cosmopoli, Bucarest 2023) e inglese nell’antologia Look what I did about your silence (El Martillo Press, Los Angeles 2025).

 

 


Una risposta a "Silvia Rosa: L’OMBRA DELL’INFANZIA – nota di lettura Antonio Lillo"

  1. Scrivere degli abusi sessuali nell’infanzia, soprattutto quando avvengono in ambito famigliare, è un’impresa ostica. Silvia Rosa vi riesce con altissima intensità poetica, muovendo da un solido lavoro di documentazione, attestato dalla bibliografia nella nota dell’autrice, e dando forma a una scrittura densa di dettagli, di scene, di un’aggettivazione che coinvolge tutte le sfere sensoriali. Ne emerge, restituito con forza e precisione, lo sguardo di una bambina che, di fronte a un’ingiustizia schiacciante e inspiegabile, trova il coraggio di inseguire spiragli, di affidarsi alla scrittura come via di salvezza e di conforto. È qui che nasce la poesia: nella traduzione del dolore in parola, che, raggiunto il suo nitore, si fa energia irrompente, strumento prezioso di verità e speranza.

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