Pasolini: Una disperata vitalità

 

Quanto al futuro, ascolti:
i suoi figli fascisti
veleggeranno
verso i mondi della Nuova Preistoria.
Io me ne starò là,
come colui che
sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.
Solo, o quasi, sul vecchio litorale
tra ruderi di antiche civiltà,
Ravenna
Ostia, o Bombay – è uguale –
con Dei che si scrostano, problemi vecchi
– quale la lotta di classe –
che
si dissolvono…
Come un partigiano
morto prima del maggio del ’45,
comincerò piano piano a decompormi,
nella luce straziante di quel mare,
poeta e cittadino dimenticato.”

(Clausola)

“Dio mio, ma allora cos’ha
lei all’attivo?…”
“Io? – [un balbettio, nefando
non ho preso l’optalidon, mi trema la voce
di ragazzo malato] –
Io? Una disperata vitalità.

Da “Una disperata vitalità” in Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa, Einaudi.


Una risposta a "Pasolini: Una disperata vitalità"

  1. Pasolini in mezzo come forza della tradizione umanistica:

    Io sono una forza del Passato.
    Solo nella tradizione è il mio amore.
    Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
    dalle pale d’altare, dai borghi
    dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
    dove sono vissuti i fratelli.

    Con un occhio rivolto alla vecchia preistoria di chi vive nelle baracche, dei ragazzi di vita e di tutti i terzi mondi, ma dove esiste ancora un senso di solidarietà, e l’altro alla nuova preistoria del capitalismo sfrenato, un mondo svuotato da ogni forma di cultura comprensione e fratellanza, solo soldi circondati da un vuoto cosmico.

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