Katabasis della psychè nelle infinite impossibilità di Fabio Morici | di Iolanda La Carrubba

Katabasis della psychè nelle infinite impossibilità di Fabio Morici

di Iolanda La Carrubba

La vertiginosa struttura del romanzo è disciplinata, composta ed organizzata nella suddivisione in sei sezioni: Delta 0,5–4 Hz, Theta 4–8 Hz, Alfa 8–13 Hz, Beta 13–30 Hz, Gamma: 30–80 Hz, Delta 0,5–4 Hz. Sono onde celebrali le quali suggeriscono immediatamente l’ambiente in cui l’autore ci invita ad entrare, ovvero la memoria. Una memoria onirica seppur reale, tangibile che diventa aggancio tra dinamiche dimensionali al limite, oltrepassato, della fantascienza dove la sottotrama solleva interrogativi di stringente attualità focalizzando l’attenzione su come indirizzare la riflessione per approdare alle scelte decisive.

Gli accadimenti e il susseguirsi delle vicende sono presentati su un’architettura saldata alla miglior tradizione letteraria, in ogni suo genere, tra le quali si manifestano fulminee rimembranze calviniane, in particolar modo nel contenere e ordinare il caos dell’esistenza su geometrie esatte, dove la parola rimane pulita, visiva, senza diventare monumentale forma rassicurante. Andando avanti si intravede la realtà collassare, frammentarsi esattamente come potrebbe accadere in una delle spiazzanti narrazioni di Philip K. Dick quando è l’illusione, o meglio, l’allucinazione a modulare l’oggettività attraverso simulazioni rese possibili da tecnologie avanguardistiche. Ma prima d’ogni cosa c’è la dimensione della poesia dickinsoniana che si fa chiave di lettura, portavoce della memoria più complessa. Infatti, in esergo Fabio Morici ci conduce immediatamente in questo antro vasto e sconosciuto che è la mente umana: “La memoria è una strana campana – giubilo e rintocco funebre.” Emily Dickinson. Tra l’andare e il venire di un tempo altro, mai lineare, un tempo indotto a scorrere su percorsi di reminiscenze, si sviluppano esatte scene d’ogni giorno. Giorni, che potrebbero essere di chiunque, ritratti sulla carta come fossero la sceneggiatura di una serie ben congegnata tra la poetica dell’esistente e le infinite possibilità di ricalibrarle su frequenze parallele e speculari al hit et nunc, per poi arbitrariamente modificarne la percezione soggettiva come atto pacificatore con il proprio Sé.

Qui iniziano una sequela di scene che diventano portavoce di qualcosa di impercettibile, di indefinibile. Il principio e la fine collimano nell’istante esatto in cui diventano domande. Ed è proprio così che l’autore svela il suo metodo stilistico, ponendo al centro esatto delle vicende quesiti gentilmente ambiziosi: “Quanto indietro bisogna andare per capire quando iniziano le cose?” Via-via che sulle pagine viene tracciata la rotta di questa esperienza ai confini delle neuroscienze cresce armonioso e delicato il soliloquio di un Io che non è Ego ma centro esatto di vicende tutte da definire attraverso il ricordo. Ci sono: VHS, le mani del padre indossate come un guanto, i primi passi del fratello, il nonno, l’amore fuggito dietro troppe incomprensioni ma che lascia un segno indelebile, indecifrabile, inquantificabile.

C’è: la madre, i pianti, i sorrisi i difetti e poi ancora tecnologie all’avanguardia, l’AI, il Synpast un dispositivo che si basa sulla Reminiscenza Immersiva Neuroindotta (RIN), un’obsoleta console di video giochi, un vecchio aspirapolvere, filosofia, variazione dei ricordi indotti e poi accade che il nastro della videocassetta si inceppa e diventa metafora puntuale di come nella vita anche il resto diventa ingarbugliato. È un groviglio di codici, confronti, passeggiate, colazioni a letto, feste di anniversari e ricorrenze di addii. É proprio nell’osservare e riconoscere il passaggio della vita tra gli oggetti quotidiani sparsi a caso in un Tempo-Spazio indefinito e i gesti che li adoperano, che si cela la natura di questo romanzo il quale possiede una precisione geometrica capace di spostare il lessico tecnico in una sensibilità lirica, dove emerge il confronto tra la catabasis, l’immersione nelle profondità oscure del subconscio, con la catarsi che libera l’energia impigliata nei traumi farraginosi. In questo vasto andare gli elementi fisici e quelli chimici, prendono il posto delle figure archetipiche della tragedia greca dove, ad esempio, un liquido a bassa densità sta a Prometeo come un plasma senziente sta alla conoscenza; formule matematiche, proprio come il Coro, diventano depositarie della memoria collettiva in grado di scuoterla dal drammatico torpore psichico.

Mentre la trama si sviluppa, o meglio dire, si avviluppa al significante dei gesti d’ogni attimo, emergono folgoranti paradossi filosofici come quello pessoano in cui viene osservata, esaminata la parola fino a farla parlare “[…] agli alti misteri […] ai grandi spazi della vuota materia” dove “la memoria è la sensazione del passato… e ogni sensazione è un’illusione” (Fernando Pessoa Il libro delle inquietudini). Proprio in questo tumulto emozionale ecco che Fabio Morici si sofferma anche lui su quella parola e fulminante rivela che: “A volte le parole nascondono la verità mentre la dicono”.

Nella visione d’insieme di questo incredibile viaggio, che ha la visionarietà di una storia parallela dalle eco fantascientifiche a forma di diario evocativo, leggendo anche trasversalmente le pagine colme di nostalgia, si trova una metodicità ciclica, precisa, quasi maniacale. Si pensi ad esempio alla fascinazione di Edoardo, il protagonista, per Super Viky. Déjà vu. Compaiono déjà vu senza un chiaro punto di innesco o disinnesco, appaiono evidenziando solo una possibilità tra le altre infinite. A marcare l’eventualità che la storia narrata sia ricostruita attraverso le annotazioni diaristiche scientifico/emozionali, è la quasi totale assenza di dialoghi. Infatti, appaiono come flash reminiscenze di frasi, momenti discorsivi che fungono da innesco mnemonico per poi proseguire con le annotazioni. Per certi versi è come se ci si trovasse, in un infinitesimale attimo, nel meraviglioso regno dell’immenso capolavoro di Proust mentre si va a spasso Alla ricerca del tempo perduto. La trama? La trama è da scoprire, è un’esperienza immersiva che come tale va vissuta per essere provata. La scrittura è strutturata in modo da offrire non una comicità di evasione, spezzando con una risata liberatoria, ad esempio, quei turbamenti perfettamente incastrati nella melanconia, ma è presente e persistente un’ironia di tipo cerebrale, intellettuale che funge da contrappunto amaro mantenendo così il registro generale legato ad elementi inclusi all’interno di un flusso narrativo denso e ponderato.

Fabio Morici, dunque, esorta a concentrarsi sul modello atemporale mantenendo un’impostazione riflessiva volta a indagare la solitudine, il senso del limite e il rapporto contemporaneo con l’iperconnessione e la tecnologia, proponendo un’indagine esistenziale sulla fragilità, confermando che la vera libertà non sta nel sovrascrivere le sconfitte, ma nella capacità di integrarle come componente imprescindibile dell’identità. L’intero percorso espressivo sembra voler convergere verso un’unica fondamentale intuizione, evidenziare la capacità dell’individuo di liberarsi del perimetro claustrofobico dell’autoimprigionamento e del rimpianto per aprirsi finalmente al respiro di più vasti e inesplorati interrogativi dell’esistenza. Così si giunge infine a comprendere che il compimento del proprio percorso interiore non risiede nella conquista di una perfezione astratta, bensì nell’audacia di attraversare quella labile distanza tra l’ideale e il dato reale, riconoscendo che: “In fondo la vita è una serie di approssimazioni di come dovrebbe essere la vita”.


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