Ciò che ci ha amato non ha una via di uscita
L’onda esala odori di libeccio e nei marosi tremano i pontili
A noi di terra serve per partire nello sgomento della vastità.
Chi valica i fili degli ultimi orizzonti forse più non torna.
Chi s’imbarca per l’esilio farà ritorno come un’ombra,
ciò che ci ha amato non ha una via di uscita
(da: I platani sul Tevere diventano betulle)
“La creatura, quali siano gli occhi suoi, vede/l’aperto. Soltanto gli occhi nostri son/come rigirati, posti
tutt’intorno ad essa,/trappole ad accerchiare la sua libera uscita”.
(R.M. Rilke, in Elegie duinesi )
Muove veloce passo l’identità verso il riflesso in cui ognuno fu ciò che non è. Gli assenti porgono il profilo ai presenti, sì che l’amico poeta Gino Rago, ritroso al suo stesso essere, indulge nello spazio in controluce . Mostra viali alberati, platani sul Tevere trasmutati in betulle, alchimia del poeta delle ombre. Accede egli forse all’Ade, nel vuoto arrendersi di ogni specchio alla vita. Torneranno ad essere alberi nelle sere prossime al catarsi di un tempo degno di infinitezza, mentre ogni foglia cade e medita silenziosa.
Avrà il nome di eteronimi, il poeta, nella Lisbona delle idee e porterà compassione poiché “i morti ai processi dei vivi si avvalgono sempre della facoltà di non rispondere”.
Nell’architettura dei suoi versi coabitano microrganismi mutanti che traggono linfa da tutti i passaggi esperienziali, reazioni chimiche in dissolvenza, scissure del pensiero metafisico.
“Sei poeta. Ti tocca tornare./Sei l’eco d’una tempesta nel destino di dolore”. Le tue chiavi di casa perdute in un prato diverranno “resurrezione del passato”…tornerai o resterai, indifferentemente, nel quadridimensionalismo di un tempo proustiano o, scansionato dal mito della sconfitta, nel Ciclo dedicato a Troia. “Noi siamo qui per Ecuba/ con il cuore diviso dagli eventi…/Siamo qui /nella caligine, sulle rovine ove non penetra più il sole/ facciamo nostro il dolore dei vinti…” Il terreno dell’agone si fa tormento per gli esuli, il lamento sovrasta la storia e riduce le distanze; coro tragico nella nigredo sconfortante delle donne. “…Ma pure con il passo incerto sulla rena/ rimane lei per sempre la Regina”.
“Sono un poeta. Nella borsa porto il mio destino/per indirizzi ignoti, letti d’alberghi, strade spaventate”. Un professarsi ancora tale, tra turbamenti insidiosi più del morire ; viaggio dell’esistere tra maree ignote, visioni immaginali che tralasciano la fluente veste marina per trasmigrare in “scenari senza abissi”. La vertigine misura il grado di estinzione, sistema complesso in cui la variabile sovverte gli orizzonti: “qualcuno brucia libri nel giardino dei ciliegi”. Cechov rianima il suo spazio teatrale, lì dove distilla linguaggi il molteplice caleidoscopio visivo di Rago. Nel giardino della parola esatta, omaggio a Elio Pecora, le nubi “a volte sono stanche di cieli “, sì che trova commiato la pioggia delle parole vuote, mentre “La morte non visita il giardino dell’amore” abitato da Osip Mandel’stam e Anna Achmatova.
Dialoghi e fraseggi cercano “nervosamente/il certificato di garanzia/che mantiene la parola” (sintagma di Ewa Lipska), quarta sezione a lei dedicata ne “I platani sul Tevere diventano betulle”. Il passato si porta in giro “in una busta del supermercato/… Nessuno saprà che un tempo fummo nella fabbrica dell’amore”. Ciò che resta è rovina in frammento di parola, lemmi dell’esistere replicati a funzione atemporale se Lilith- luce dell’alba- peregrina tra sonno e veglia. Torna dall’autoesilio, “smeraldo senza filo caduto nella polvere”.
Cade rovinosamente Joseph Roth, come nella “Leggenda del Santo Bevitore”, in “Poesia, in memoria di Joseph Roth”, thanatologio in distici di Gino Rago a ottanta anni dalla sua morte. Nel suo incipit – Conceda Dio a tutti voi, a voi santi bevitori, una morte lieve – la fine, intercettata tra gli scampoli di un esistere limitrofo al suo baricentro, trasmuta in successione, scroscio visionario in cui frantumi disposti a rimembranza trovano respiro attraverso immagini polisemiche. Tavola periodica dell’apprendistato alla vita in guizzo altalenante. Tributo misterioso all’accadimento in stranita forma. Ogni segno crea passaggio , rimando medianico a percezioni in cui poetica e vita ibridano in lessema. Il necrologio trasfigura in spazio catartico, indizio di immortalità smorzata dal semplice vivere.
In “Giobbe. Romanzo di un uomo semplice”, Joseph Roth descrive la vita di un uomo “fra magre sponde”. Se “tutto ciò che è improvviso è male”, come afferma Mendel Singer, molti sono i mali che cominciano a sfrecciare sulla vita del protagonista.
Dal fatto che un ebreo
Che discendeva da generazioni di devoti ebrei
Fosse costretto in una religione non sua.
Essere. Essere stati. Ebrei. Monarchici o rivoluzionari. Bevitori in aura di santità. “La morte simbolista di Roth”, naufragio della coscienza, similitudine umana adattata a ruolo e sua negazione.
È forse sufficiente credere per divenire credenti? Siamo, nel momento in cui siamo o godiamo di un vantaggio nell’essere. Non v’è gratuità nella nostra condizione o la caducità, nell’appartenere all’umano, determina un suffragio costante in qualità di creature poste “nella stanza del Bioscopio universale”.
Il divario si fa labile e non tacita il paradosso dell’esistere. Friedrich Nietzsche afferma che “vivere significa essere in pericolo”: così anche “la Contessa della milleduesima notte” che “Sgranò gli occhi dai riflessi di violette e miosotide” fa innamorare di sé nell’istante della sua presenza, vittoriosa su ogni umana vicissitudine. In questo Pantheon dell’indicibile che Rago descrive in polifonia mirabile, in ricordo di chi, asimmetrico alla vita, “moriva di maggio” come uomo ma “nasceva” in qualità di “soldato della penna” , “Joseph Roth è di tutti”.
Gino Rago poeta e ricercatore di linguaggi propri della Nuova Ontologia Estetica, varca alfine confini lessicali e approda alla poiesis kitchen, in geniale anarchia narrativa: “Storie di una pallottola e della gallina Nanin”, presenti anche in tre frammenti – ad anticipazione del libro che a breve sarebbe stato pubblicato – nella terza sezione di un testo, “La leggenda della Madonna delle Armi”, curato insieme a Filomena Rago, poeta originaria di Cerchiara di Calabria.
Ogni piano di realtà – qui- spaesa e personaggi reali, effimeri, richiami a personalità eminenti della cultura, co-agiscono in “sabba” metafisico: ognuno incarna l’altro da sé, oppure muove, ipnotico, in azione surreale, dormiente alla ragione, creando tableaux vivant, nicchie mobili dove pennelli invisibili tracciano linee in scala diatonica.
Armonia di un sistema simil-vivente sottratto alla sua sequenzialità se non per substrato filmico; istantanee colte in divenire imperante, preda di sussulti verbali, incognite presenze e oggetti resi iconici, come la Birkin di Hermes, di Marie Laure Colasson. Il suo emblematico cuoio si staglia tra altri oggetti, ove, a tratti, emergono sincroniche allusioni, pensieri a margine di un vissuto posto in diagonale. Storia di una pallottola che nella sua visionaria percorrenza, incrocia vite, si imbatte nella saggezza di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in massime trafugate, colti riferimenti dismessi in lingua consona alla poetry kitchen.
“Nuovi argomenti”, officina letteraria oggetto di avversioni ideologiche, per cui “Luciano Anceschi è furioso con Moravia, Roberto Roversi aggredisce Enzo Siciliano”, in pandemonio intellettuale. Estemporaneo, ovvero extra-temporaneo, giunge il Commissario Belfagor, spiazzante, evocatore onirico, poiché la pallottola viaggia lentamente, tocca lidi, si nutre di visioni latenti, entra “sempre nello stesso sogno”.
La top-pop-poesia dipana il suo filo attraverso nuove speciazioni di parole, oggetti, individui in pantheon demitizzato. Illumina in ombra il Neue Kurs ibridando idiomi del quotidiano, sciatterie della attuale ideologia politica, ironie standardizzate da neuroni vaganti gemmati in rete. Meme di altro meme in genealogia del profondo tradotto a inquieta ferita del presente. Se esiste.
Ormai indolore, la narrazione prosegue in automatismo anaffettivo, dando notizia del suo fluire in cacofonica eco. Siderale, abbellisce il molteplice mondo sensibile declinato a delirio senziente.
L’abilità fulminea dei frammenti e le colte suggestioni creano altorilievi espressivi, totem vibranti di azione che, radicati in opposizione all’incipit del libro, detergono tuttavia gli incavi di una mitologia interiore, omaggio indiretto ad una flessione spazio temporale poetica in cui -indimenticabili- muovono personaggi reali (il poeta Giorgio Linguaglossa, l’artista Marie Laure Colasson, Madame Filomena Rago) in sogno ipnotico, immerso in acque acide, eppur sorgive di nuove creazioni espressive di cui il poeta ci rende partecipi.
Ciò che lui stesso definisce Thirdspace, richiamando lo spatial turn di E.W.Soja, spazio che prevale sul tempo, Chronos e Kairos.
Platone- nel Timèo- indaga per la prima volta nella sua complessità, il concetto di tempo, immagine mobile dell’eterno: ogni cosa immersa nello spazio ne genera altro, indefinito e indefinibile, atomo il cui nuovo nucleo poetico vive ogni dissonanza, sino allo stralunarsi in immagine sfocata, come ciò che questa epoca richiama.
Immersa nelle acque marine della Magna Grecia che Gino amava, riaffiora come visione, l’azzurrità della sua parola, densa di sfumature, idioma da ri-cercare oltre ogni stilema, ondivaga al corso del fluire, come anima subacquea in abisso smeraldino volta al riflesso del Sé.
“Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo”(J. Saramago)
Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere. Perciò viviamo in un luogo ma abitiamo in una memoria. Personalmente e fortemente sento a me affini soltanto le persone per le quali e nelle cui vite “vivere” e “abitare” non hanno lo stesso significato (Gino Rago).
All’amico carissimo, poeta, Gino Rago
Marina Petrillo
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Ciò che ci ha amato non ha una via d’uscita
L’onda esala odori di libeccio e nei marosi tremano i pontili.
A noi di terra serve per partire nello sgomento della vastità.
Chi valica i fili degli ultimi orizzonti forse più non torna.
Chi s’imbarca per l’esilio farà ritorno come un’ombra.
ciò che ci ha amato non ha una via d’uscita
*
Le città
Cara Signora Jolanda,
ieri ho fermato quell’uomo che mi tormenta.
Passa da qui ogni mercoledì,
mi fissa negli occhi e prosegue:
“Chi sei? Cosa porti nella borsa?”
“Sono un poeta. Nella borsa porto il mio destino
per indirizzi ignoti, letti d’alberghi, strade spaventate”.
Anch’io avevo un nome ma non lo ricordo più,
il destino ha lasciato quel nome sull’acqua del fiume.
Nei caffè di Cracovia ora tutti mi chiamano
“il-poeta-santo-bevitore”
“Questo nome ora è il mio destino”.
(…)
Se non a Lei a chi potrei dire
che le città che lasciammo ci inseguono
(entrambe da: I platani sul Tevere diventano betulle)
*
Alla bellezza tutto si perdona
Chi saprà dire a Ecuba
la nuda verità su Elena di Sparta.
Menzogne. Calunnie. Soltanto maldicenze
la fuga, il rapimento, gli amplessi
della spartana sul mare verso Troia?
Prima fra le prime accanto a Menelao.
Venerata da Paride al pari di una dea.
Perdonata in patria da servi e da padroni.
La colpa cancellata,
il rispetto e l’onore riaffermati:
festa per Elena presso gli Spartani,
le donne vinte invece vegliano i cadaveri.
Noi siamo qui per Ecuba.
La sposa che mai accetterà gli scorni
di quelle dee beffarde, gelose
delle fattezze carnali di fanciulle
contese dai guerrieri a suon di lame.
La madre che tutto perde nell’inganno.
Lutti. Lamenti. Pugni battuti sulla terra.
Le bende strappate.
I ramoscelli sacri nelle fiamme.
La freccia lancinante, il dardo vero
a insanguinare il cuore
della Regina d’Ilio in mezzo al fuoco?
È un’idea soltanto. La stessa
da quando a corte Elena le rubò il trono:
vinca la cenere, periscano gli eroi.
Alla bellezza tutto si perdona.
(da: Come è finita la guerra di Troia non ricordo)
***
