Maurizio Manzo_ Back to school

la fila è discontinua

però ordinata

Agaz è felice e qualcuno lo

spinge quasi lo accompagna

dentro la classe e il tetto

è azzurro come lui

viene appoggiato sul piano

del banco distrutto a terra

Agaz è un bulbo d’occhio

azzurro pieno di entusiasmo

dietro di lui una bocca

di bimba che rideva gli soffia

via i pulviscoli

poi c’è pezzo di cuore

che dicono non ha mai smesso di battere

e mano che accarezza senza fine

anche braccio stretto al collo

di giugulare sono inseparabili

infine femore

l’osso più lungo negli ultimi posti

segna il ritmo in levare.


7 risposte a "Maurizio Manzo_ Back to school"

  1. urticante. urticante come sempre e ancor di più (ohi, non potrebbe essere altrimenti in questo “contesto di materia” umana).

    ordunque (coraggio…).

    puntuali, a settembre si ritorna a scuola: bambini in fila e sui banchi, a incarnare una sineddoche di corpi smembrati dalle bombe (smembrato e ricomposto è pure il nome “Gaza” in “Agaz”). un chiaro-scuro straziante tra l’eccitazione gioiosa del primo giorno di scuola e la conta lugubre dei morti.

    frammenti e pezzi di bambini, dunque (bulbo oculare, bocca, mano, pezzo di cuore, braccio al collo, femore), nonché tetti sventrati d’azzurro e appelli per scoprire chi è assente per sempre. frammenti e pezzi di versi che utilizzano candidi lemmi per dire l’orrore: dissociazione cognitiva-emotiva che sgambetta il lettore e lo precipita di colpo suo malgrado dentro al mattatoio.

    sul tempo coniugato al passato nel gesto premuroso/amorevole del soffiare via i pulviscoli dall’occhio (“di bimba che rideva”) non mi vergogno a ammettere che ho pianto.

    che aggiungere? nota particolare per il femore “in levare”, immagine tanto lugubre quanto potente. ci leggo l’ostinata vivacità tipica dei bambini e pure della poesia (un caso?), entrambi capaci di *dettare il tempo* e di giocare a sopravvivere a qualunque atrocità…

    nella storia della letteratura, Ungaretti, il Quasimodo post-bellico e pochi altri hanno avuto il coraggio di trascinare la poesia sul luogo di un massacro, ma qui siamo ben oltre. a Maurizio non basta il rigettare un qualsiasi approccio alla materia che non sia crudo, umano/empatico e anti-retorico, si spinge ancora più innanzi (pur sapendo che il campo è minato) e arriva ad inventarsi un “estremismo del linguaggio” che sa dire ciò che le parole si rifiutano di raccontare.

    parole che non sono più parole, bensì bisturi: la ridondanza vira in sottrazione, mentre la rimozione vira apertura sperticata del campo operatorio ed isolamento del tumore.

    l’enucleazione no: spetta al lettore.

    ed ecco che l’esteriorità formale del frammento (che da Eliot al novecento ha segnato la crisi identitaria dell’uomo moderno), diventa sostanza reificata di un’empatia tragicamente smarrita o sparsa/smembrata come un puzzle (l’integrità umana – fisica, morale e psicologica – è andata in mille pezzi). per questo, pure i corpi dei bambini vengono derubricati allo status di macerie, a detriti bellici…

    un vera e propria anatomia dell’orrore.

    : ((((((

    sento vicinissimo l’atto poetico racchiuso questi versi (nel mio piccolo, in “incubi al cubo” vive un braccio che “corre velocissimo” e gioca a acchiapparella). anche per questo, non posso non aprirmi in un abbraccio in larga sintonia (ohi, invecchiando ho più bisogno di conforto!).

    coraggio, fratello: non c’è speranza, ma non siamo ancora (tutti morti). (di kitchen).

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  2. Ricambio forte l’abbraccio e l’invecchiamento 🙂 e non so perché, sarà per il mio trascorso trentennale da videtocaro, che non smettevo di pensare al colonello Kurtz al mucchio di braccia vaccinate contro la polio tranciate via, anche se qui non ci si fa male da soli, ma a quella forza dei corpi anche se mutilati…mentre in levare vuole essere il ritmo, che già è per alcuni, che possa portarci verso la pace.

    Un caro saluto

    mm

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  3. La scuola e i bambini sono stati fatti a pezzi, ma le lezioni cominciano comunque

    e c’è ancora un po’ di felicità e di solidarietà umana.

    Finché c’è scuola, sia pure con vista verso l’azzurro del cielo, c’è speranza.

    Grande poesia.

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