
Se dovessi incontrare…Ll’infanzia di Grace Nichols
di Abele Longo
In “Island Man” (L’uomo dell’isola), una delle poesie più note di Grace Nichols, un uomo sogna di essere cullato dalle onde del mare per poi svegliarsi e rendersi conto che il risucchio delle onde non è altro che il rumore del traffico ininterrotto del “roar” della North Circular, la circonvallazione che attraversa il centro di Londra. E così i colori del sogno, blu e verde smeraldo lasciano il posto, nella presa di coscienza della realtà, al grigio metallico. Versi che esprimono il senso di sfasamento e sradicamento di chi, come l’autrice, nata nel 1950 a Georgetown nella Guiana, ha lasciato il suo Paese nel 1977 per emigrare in Inghilterra.
Il retaggio di una storia di sofferenze e soprusi, che va dalla tratta degli schiavi al colonialismo – la Guiana è stata colonia inglese fino al 1966 – e la conseguente vita diasporica della sua gente, è il tema dominante della poesia di Nichols. A partire da I Is a Long Memoried Woman (Sono una donna dalla memoria lunga, 1983) fino alle raccolte Picasso, I Want My Face Back (Picasso, rivoglio la mia faccia, 2009) e I Have Crossed an Ocean (Ho attraversato un oceano, 2010), l’accento è sull’esperienza traumatica e il tentativo di superamento di questo lascito doloroso, che spesso corrisponde a una ricerca di spiritualità e di liberazione attraverso il carnevale o altre forme di dissociazione e fuga dalla realtà.
“If I Were to Meet”, la poesia qui proposta, è tratta dalla raccolta Passport to Here, and There (“Passaporto per qui e lì”, Bloodaxe Books 2020). In Passport to Here and There, Nichols ci offre un inventario della sua vita, sottolineando come compito dei poeti sia preservare esperienze, luoghi e persone. Racconta le storie e i miti degli Amerindi. Ripercorre la storia della Guiana, unico paese anglofono nella terraferma del Sud America e perciò vicino culturalmente alle isole caraibiche della Giamaica, delle Barbados e di Trinidad. Come nelle altre raccolte, la Guiana diventa terra mitica e dalla natura lussureggiante, di piogge copiose che rendono il paesaggio “anfibio” e che il sole equatoriale subito asciuga; un carnevale dei sensi, di sapori, profumi e colori vivissimi. Un luogo idilliaco viene da dire, e Nichols si preoccupa nella prefazione di sottolineare che non mancano i problemi, pur tuttavia aggiungendo che nel contesto del Sud America rappresenta una oasi felice, tanto che negli ultimi anni vede un incremento dell’immigrazione da paesi come Haiti, il Venezuela, il Brasile e la Cina. “Guiana” nella lingua amerinda vuol dire “terra dalle tante acque”, e l’acqua è senz’altro il topos più ricorrente della raccolta.
In “If I Were to Meet” (Se dovessi incontrare), Nichols rievoca Stanleyville, il villaggio in cui ha trascorso i primi anni di vita. Ricorda le lunghe giornate trascorse a pescare con le sorelle e il fratello, usando vecchie ceste. È proprio quella bambina che sembra riaffiorare nelle immagini del poema. Fin dalla strofa iniziale, tuttavia, la voce poetica chiarisce la natura dell’incontro: non immagina di ritrovare, in una sorta di realismo magico, la bambina che è stata, ma soltanto “il fantasma / della mia infanzia”. L’immagine che conserva è di lei bambina che osserva i pesci nell’acqua marrone, come in una sorta di “beatitudine cosmica”. Per Nichols “i pesci sono una poesia vivente e hanno grande valore simbolico”, sottoscrivendo le parole di Ted Hughes, secondo cui un poeta deve essere capace di “pescare” le proprie idee nel mare dell’inconscio.
Dovessi incontrare (If I were to meet)
Dovessi incontrare il fantasma
della mia infanzia correre
con bretelline scese
e capelli intrecciati a metà
vicino a una distesa d’acqua bruna
che ricorda
e le facce tenui di case di legno
seminascoste da viluppi
di cocco, mango, mamoncillo.
.
Le direi che questo era il suo paesaggio d’infanzia
qui ha preso forma
come le prime parole sull’ardesia –
.
Un paesaggio crudo e lirico
che la vide, ignara
della morte, cadere dall’albero,
quasi annegare nello stagno fangoso,
come niente sembrava
dividerla da ogni cosa –
Né dal sole equatoriale o dalla luna a vela,
né dalle stelle cadenti dei girini neri –
.
Dovessi incontrare il fantasma
della mia infanzia –
mi inginocchierei un po’ accanto a lei –
quella minuta ragazzina marrone che osserva le forme dei pesci
nell’acqua marrone inondata di sole –
acara nero, pesce luna, escolar –
incantata dal loro movimento
e dalle scale silenziose della loro musica.
.
Poi mi rialzerei
lasciandola nel suo mondo elementare,
la sua luminosa solitudine. Ignara di me.
(traduzione di Abele Longo)
If I Were to Meet
If I were to meet the ghost
of my childhood running
with slipping shoulder-straps
and half-plaited hair
beside a brown expanse
of memorising water
and the mellow faces of wooden houses
half-hidden by a weave
of coconut, mango, guenip trees
I would say this was her childscape
this was where she was shaped
like first words formed on slate –
A raw and lyrical landscape
that witnessed her carelessness
of death, her fall from tree,
her near muddy-pool drowning
and how nothing seemed
to separate her from anything –
Not from the equatorial sun or sailing moon
or shooting stars of black tadpoles –
If I were to meet the ghost
of my childhood –
I would kneel beside her for a while –
this slip of a brown girl gazing at fish shapes
under brown sunlit water –
patwa, sunfish, butterfish –
mesmerised by their movement
and the silent scales of their music.
Then I’d straighten up
leaving her in her elementary world,
her bright aloneness. Oblivious of me.