Stefano Modeo, La terra del rimorso (Italic, 2018)

La poesia è sempre civile o non è. La poesia diventa civile se si radica su un territorio, se diventa parola di una comunità. La poesia civile non è indistinta, ha una propria identità. Non può rifarsi a luoghi senza vita, ad utopie senza storia, a mondi senza terra. Per questo ritengo che una poesia senza identità, che sia solo verso o parola, o anche (come accade oggi) azione o addirittura gesto o, peggio, mossa, non è poesia. Arrivo all’altro capo del Paese/ mio nipote è già un uomo con delle parole/ lo sentirò comprendere e descrivermi dove vive. Ecco perché sono entrato subito in sintonia con la poesia di Stefano Modeo, che ho conosciuto attraverso la sua ultima raccolta, La terra del rimorso (Italic, 2018).

Il titolo è un omaggio ad Ernesto De Martino che con il ri-morso aveva indicato il dolore del Sud per la perdita di un’identità imposta dalla modernizzazione quale prezzo per accedere al benessere. Come scrive Roberto Deidier nella prefazione, “così la «terra del rimorso» si attesta anche come la terra del disagio, del rifiuto, dell’inadempienza; il disagio che mette a confronto, in una guerra tristissima, i poveri coi poveri.” La notte è un desiderio che preme e che nasce dal petto/ mi sveglia e mi richiama verso il tuo corpo, abbandonato nel letto/ sono solo nel verso del mio disagio incapace,/ mi rivolgo e ti chiedo, nel gesto di una luce soffusa,/ di un braccio donato al cuscino,/ asilo tra i tuoi capelli, asilo nel nervo ottico dei tuoi occhi,/ asilo. Nell’intuizione di De Martino il ri-morso veniva collegato alla crisi del fenomeno antropologico del “tarantismo” meridionale, che si faceva segno non tanto di un “primo-morso”, in quanto memoria di una ferita passata, quanto recidiva di una lacerazione perpetua. Ecco che la città di Taranto, il territorio della poesia di Modeo, diventa metafora della condizione esistenziale del Sud, come la Sicilia lo è stata per Leonardo Sciascia.

La piazza semivuota del tuo cuore./ Hai percorso la piazza./ Hai smesso di guardare il passo tuo nella piazza:/ tra la gente cercavi la tua gente./ Scarpe e volti nella piazza mattutina. Sciascia viene in aiuto anche per altro verso, invitandoci ad essere superficiali, ma nel senso illuministico della parola: capaci cioè di portare in superficie ciò che si trova in profondità. Insomma un’operazione opposta al recupero delle tradizioni popolari che solo nelle intenzioni e in apparenza sono un approfondimento ed invece sono un ulteriore affossamento delle nostra identità. Cos’è infatti il ritorno (di moda) della taranta se non un “ri-morso” sulla nostra carne più viva? L’involontaria replica della nostra impossibilità di uscire fuori dalla trama che la Modernità ha scritto per noi. Affrancarsi: prendere per mano la lingua morta/ riportarla nei laminatoi a freddo/ Lingua bene comune!/ (poi: additarsi le destre passioni, stanarle)/ Non imitare: uccidere lo standard:/ A morte l’io./ Il pensiero nasce sempre per contrapposizione/ No!:/ sovvertire il punto esclamativo/ noi.

 
Il rapporto della poesia con i luoghi della vita è ineluttabile e ineludibile. Ma senza recuperi, senza ri-morsi. La poesia civile è per mandato anti-utopistica. La poesia civile deve evitare due opposti rischi, deve evitare da un lato l’invettiva ideologica, dall’altro la performance. Altrimenti il rapporto con la realtà è autistico. La poesia finisce così per ballare da sola, anche se in mezzo ad una folla estiva. La poesia di Modeo salta questi fossati e ci sprona all’azione senza voltarsi indietro. La sua Taranto è fuori dall’Utopia quanto dal ri-morso della propria identità perduta. Assume l’intangibilità di un luogo sacro dentro il quale si svolge la parabola di un popolo vivente. E l’Ilva con le sue ciminiere si staglia al cielo come la cattedrale incompiuta di Venosa. Cicatrice di tutto quello che sarebbe potuto essere e non è stato. Di cui però non abbiamo più alcun rimorso. Un cortile lacerato dagli scrosci delle piogge:/ è un luogo sacro per cui ti guardi intorno./ Ogni bambino ci vive il suo/ tempo in quel villaggio/ violentando pareti con un pallone che vola alto/ è una mongolfiera quella sfera di cuoio/ porta altrove, porta verso il cielo intero/ dove possiamo vedere quanto è misera la mia casa/ fatta di angoli e gatti sul/ balcone/ dove possiamo vedere quanto è vasto il mare:/ per pescare (…).


Una risposta a "Stefano Modeo, La terra del rimorso (Italic, 2018)"

  1. “La poesia finisce così per ballare da sola, anche se in mezzo ad una folla estiva,” immagine illuminante. Interessante, a partire dal titolo, la raccolta di Stefano Modeo. E’ un voler ri-puntualizzare la questione, “lacerazione perpetua” come la definisce Pasquale. Oltre che metafora della situazione esistenziale del Sud, l’Ilva è l’emblema globale della negazione del diritto alla vita. E’ la sconfitta dell’umanità stessa. Grazie alla poesia di Modeo.

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