Antonio Vigilante: Danilo Dolci, poesia e contestazione

Ringraziamo Antonio Vigilante per averci concesso di pubblicare il seguente passaggio, sulla funzione della poesia in Danilo Dolci, tratto  dal libro Ecologia del potere – Studio su Danilo Dolci, Edizioni del Rosone, Foggia, 2012, disponibile in rete nella versione pdf: http://educazioneaperta.it/wp-content/uploads/2017/04/Antonio_Vigilante_Ecologia_del_potere.pdf.

Il volume costituisce uno degli studi più approfonditi e completi sull’opera di Dolci; fa parte della bibliografia che consigliamo a chi volesse partecipare al premio, dedicato a Danilo Dolci, “Costruire la Città Terrestre”, indetto dalla Associazione Festival per la legalità –Terlizzi e dalla nostra rivista https://neobar.org/premio-costruire-la-citta-terrestre/ e aperto a poeti, narratori, fotografi di ogni età, inclusi i ragazzi del triennio. La partecipazione è gratuita, la data di scadenza  è stata prorogata al 26 aprile 2019.

 

 

Poesia e contestazione

Al suo arrivo in Sicilia Dolci, di fronte alla miseria dilagante, aveva avvertito la poesia quasi come un tradimento della realtà: occorrevano l’azione, la lotta, l’impegno. Cose che non escludevano la parola, ma era la parola di coloro che non ne hanno, la parola dei senza parola, che Dolci raccoglieva e registrava. Questa separazione tra impegno e poesia salta in questo periodo. Dolci si accorge che la poesia stessa fa parte del lavoro per lo sviluppo, e che anzi ne costituisce una parte essenziale, se si vuole uno sviluppo realmente umano, e non solo economico.

Se fosse stato ancora vivo, Capitini avrebbe potuto accompagnare Dolci anche in questa ulteriore ricerca. Per il filosofo di Perugia, l’arte è realizzazione dei valori, e la caratteristica dei valori è quella di essere corali, di portarci in una dimensione nella quale ci avvertiamo intimamente legati a tutti, non solo ai vivi ma anche ai morti. L’arte svela la compresenza: ascoltando una poesia o una composizione musicale si è trasportati in una dimensione libera e liberatrice, si tocca con mano che non esiste solo la realtà brutale della natura, che crea e distrugge. La bellezza libera, trasfigura, apre ad altro. Durante gli incontri maieutici Dolci ha potuto sperimentare questa coralità in una dimensione politica, che aveva però sempre, anche, qualcosa di poetico. Il gruppo maieutico è il luogo del reciproco fecondarsi e dell’aprirsi ad una nuova, più profonda sensibilità. In essi si cerca la parola esatta, che dice la realtà così com’è, ed al tempo stesso apre alla realtà come può essere. La maieutica mette in comunicazione, crea legami, spezza la chiusura individualistica. È qui la sua poesia, poiché la poesia non è altro che questo: entrare in comunicazione con gli altri umani, con gli animali, con le piante, con il mondo. Nella conversazione con Spagnoletti Dolci ricorre ad una immagine efficace, quella delle radici. Da ognuno di noi, dice, partono radici che ci mettono in comunicazione con il resto del mondo: «Ogni corpo, ogni persona è, o meglio può essere, centro di radiazione in ogni direzione» (G. Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, p. 143). Questa possibilità non è comunemente avvertita. L’uomo contemporaneo, tanto più quando vive nelle metropoli, senza il contatto vivo con la natura, finisce lì dove finisce la propria pelle. La poesia è dunque questo allungare le proprie radici nel mondo, o meglio accorgersi che quelle radici già esistono, che siamo legati a tutto e a tutti.

Attraverso i frequentissimi viaggi all’estero, fin dalla seconda metà degli anni Cinquanta, Dolci ha conquistato progressivamente un’ottica planetaria, il senso di una umanità che ha ovunque gli stessi problemi, e che può liberarsene soltanto se prende coscienza della propria unità. Una conquista di questo periodo è il senso della complessità delle società avanzate nell’epoca attuale, l’intuizione di quel fenomeno che poi si chiamerà globalizzazione, la consapevolezza che «oggi tutto il mondo è manipolato, dalla città alla campagna, e non c’è più una parte della terra dove ci si possa rifugiare pensando di salvarsi evadendo» (Ivi, p. 148). Per comprendere il Dolci di questa seconda fase è importante tener conto di questa consapevolezza di diversi livelli che si implicano a vicenda. C’è il livello personale e familiare, c’è il livello locale e di gruppo, c’è il livello planetario. Affrontare i problemi vuol dire toccare tutti questi livelli, operare sulle strutture piccole e su quella grandi, ma anche su sé stessi e sulle proprie relazioni personali. È la logica della trasformazione sociale propria della nonviolenza, che valorizza il soggetto come primo agente del cambiamento, a differenza delle teorie politiche classiche che attribuiscono il ruolo ed il compito di agire politicamente ai partiti, più che ai singoli ed ai gruppi sociali autocostituiti. Fin dal ‘37 Aldo Capitini aveva parlato della importanza di farsi centro, di percepirsi legati all’umanità intera e come origine di scelte ed azioni che possono avere una risonanza profonda sulla vita di tutti.

Secondo Adriana Chemello, da Capitini Dolci riprende soprattutto due concetti: quello di potere di tutti e quello di tu-tutti (A. Chemello, La parola maieutica. Impegno civile e ricerca poetica nell’opera di Danilo Dolci, 1988, p. 102, nota 19). Vedremo nella seconda parte di questo studio la centralità del tema del potere in Dolci e l’importanza della sua diffusione e disseminazione, con l’importante aggiunta della distinzione tra il potere ed il dominio, che ne è la degenerazione. L’altro tema, quello del tu-tutti, porta al centro della visione metafisico-pratica di Capitini. Per il filosofo di Perugia l’apertura al tu, il vivere l’altro oltre la competizione, la diffidenza, il timore, l’attenzione e l’amore infiniti verso questa creatura qui ci trasportano al di fuori della dimensione violenta dell’essere come natura ed anticipano la possibilità di una realtà liberata dal male. L’Occidente filosofico ha pensato il soggetto monadico, chiuso in sé, sicuro della propria individualità e del non essere altro da sé o, al contrario, il Tutto, l’Essere che trascende ed annulla i singoli. Essere individui o cancellarsi nel Tutto: l’Occidente non sembra indicare altre vie. La persuasione religiosa per Capitini conduce al di fuori del soggetto chiuso senza annullarlo in un Tutto. La realtà della compresenza trascende i singoli ma non li annulla; li unisce profondamente, ma ognuno resta sé stesso, mantiene la sua singolarità, il suo volto, la sua voce. Se fosse diversamente, non si potrebbe affermare il valore infinito di questo-ente-qui: valore che si fa evidente nell’atto stesso con cui lo amiamo. È per questo che la compresenza non è un Tutto spinoziano, ma un tu-tutti, una totalità fatta di singolarità. Dolci parlerà di creatura di creature per esprimere una intuizione del reale affine, anche se con qualche importante differenza che vedremo nell’ultimo capitolo. In entrambi la poesia è strumento privilegiato di questa apertura al tu ed a tutti.

L’atto di apertura al tu è in Capitini un gesto generativo, dal quale scaturiscono al tempo stesso etica, politica, religione e poesia. Quando è autentica, la poesia è il frutto di una profonda attenzione al mondo, di una osservazione e di un ascolto radicali. Il poeta è uno che si presta al mondo ed alle creature, che raccoglie i particolari, le singolarità che il tempo travolge e le fissa amorevolmente, che supera in ogni istante la tentazione di chiudersi in sé stesso per consertirsi quell’apertura nella quale gli esseri e le cose si compongono nella luce di una redenzione possibile, anzi inevitabile. Tanto per Capitini quanto per Dolci la poesia è autentica solo in quanto corale. La parola, come le azioni, convoca ed unisce; e colui che è da unire è, per Capitini, soprattutto il malato, lo sfinito, colui che in Colloquio corale invoca: «Vi prego, restiamo uniti ancora» (A. Capitini, Colloquio corale, cit., p. 28). La coralità è quella di un’umanità che si ritrova affratellata dal valore, oltre la distinzione tra amici e nemici, tra noi e loro, tra sani e malati, tra vivi e morti. Nella poesia di Dolci la dimensione corale è quella di una comunità che cerca di riscattarsi e di crescere, e che per farlo ha bisogno di interrogare sé stessa, ma anche di rivendicare, di contrapporsi, di lottare. Se la poesia di Capitini trova accenti religiosi e spirituali sublimi, quella di Dolci si presenta come una delle prove più alte della poesia civile italiana degli ultimi decenni. L’io che si apre al tu incontrerà, nel suo percorso, il mondo come creatura di creature; ma non prima di essere diventato membro di una comunità e di averne condiviso fino in fondo le sofferenze e di aver fatto nascere speranze. Storia e natura (poiché il mondo creatura di creature non è per Dolci altro dalla natura, a differenza della compresenza) sono in un rapporto di figura e sfondo: in primo piano c’è la comunità che cerca di liberarsi, intorno e sullo sfondo c’è l’infinita saggezza della natura, che addita la via dell’armonia e della bellezza. Lo sfondo non è meno essenziale della figura. Se la lotta nonviolenta è diversa da un insieme di rivendicazioni di carattere localistico o sindacale è perché cerca qualcosa di più: la via di un’esistenza autentica, di uno stare insieme nuovo, trasfigurato; cerca il modo di meglio vivere insieme da fratelli, secondo l’intento originario di Dolci. Ora, questa via all’autenticità ed alla bellezza è per Dolci – che in questo non si discosta dalla migliore tradizione della nostra poesia – un dono della natura, per chi la sappia ascoltare. Nella poesia di Dolci, non meno che nella sua prassi, si intrecciano in modo singolare denuncia politica e sociale e contemplazione, rivendicazione ed evocazione, il travaglio della storia e la quiete della natura. Nella prima poesia de Il limone lunare si legge (D. Dolci, Il limone lunare, 1970, p. 9):

Nel mio bisogno di poesia, gli uomini,
l’acqua, il pane, la terra,
son diventati le parole mie:
son cresciuto inventandoli.

Fare poesia vuol dire cercare parole vere; e se le parole sono gli uomini, la terra e l’acqua, la poesia sarà ricerca e difesa dell’umanità autentica, della natura intatta. Ricorre, nei versi di quella raccolta, l’immagine del mostro, ad indicare il sistema economico ed industriale che travolge la natura con colate di cemento. È un mostro fatto di mostri, un sistema costruito da uomini che vanno progressivamente smarrendo la propria umanità. Come altro definire, se non «anacronistici mostri» (Ivi, p. 39), coloro che si vantano dello sterminio del nemico?

Dopo aver parlato e scritto per più di un decennio dell’umanità siciliana, ora Dolci allarga lo sguardo, e considera ciò che è diventato il paese dopo il boom economico. Il capitalismo ha portato ricchezza, ma non propriamente benessere, se lo si intende come pienezza umana, vita felice e sensata; né si può dire che quella ricchezza abbia raggiunto tutti. La società è ancora spaccata in due, da una parte i ricchi, che diventano sempre più ricchi ed aderiscono con crescente entusiasmo all’ideologia del consumo, dall’altra i poveri, che nella visione di Dolci – non del tutto priva di qualche idealizzazione – restano semplici, schietti, vicini all’essenziale. La contrapposizione tra i due mondi è rappresentata icasticamente dalla differenza tra i balconi del corso, maestosi, ornati da davanzali in ferro battuto e colonne, ma privi di fiori, e quelli poveri dei quartieri dei «poveri cristi», sui quali non manca il colore dei gerani, del basilico, dei gelsomini, dei garofani, sia pire in misere latte di sardine (Ivi, pp. 74-75 ).

Come ha notato Adriana Chemello, si tratta di una poesia che denuncia le sperequazioni sociali senza ricorrere all’ideologia, ma «rimarcando le diversità comportamentali che le esprimono» (A. Chemello, La parola maieutica, p. 92). La denuncia, si direbbe, è già nello stile secco, essenziale, pulito dei versi, nei quali Giuseppe Fontanelli evidenzia la «neutralizzazione unitaria di qualsiasi, seppur minimo, quoziente retorico» (G. Fontanelli, Danilo Dolci, 1984, p. 65).

[…] continua p. 178
http://educazioneaperta.it/wp-content/uploads/2017/04/Antonio_Vigilante_Ecologia_del_potere.pdf


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