Giancarlo Locarno: Simone Weil – Poesie

 

 

 

Albert Camus nel 1946 per l’editore Gallimard concepisce e poi dirige la collana Espoir (Speranza) presentandola così: “Noi siamo nel nichilismo. Possiamo uscire dal nichilismo? E’ una questione che ci affligge. Ma non ne usciremo fingendo di ignorare il male dell’epoca o decidendo di negarlo. La sola speranza al contrario è  di nominarlo e di farne l’inventario per arrivare alla guarigione al posto della malattia. Questa collezione è esattamente un inventario…”

Tra gli autori nel catalogo sono presenti René Char e Roger Grenier, inoltre pubblica le opere postume di Simone Weil, che considerava  l’intellettuale più importante e lucido del secolo. Il volume con le poesie appare però nel 1968,  quando Camus non c’era già più, essendo morto in un incidente stradale nel 1960. Il libro contiene una decina di poesie, che sono tutta la produzione , un breve racconto giovanile  “I diavoletti del fuoco”, una lettera di Paul Valery,  e la tragedia “Venezia salvata” rimasta incompiuta. Di seguito riporto due poesie nella mia traduzione,  “A una ragazza ricca” risale al periodo della scuola, circa 1927-28,  Prometeo è del 1937.

Riporto anche  la lettera di Valery, che è una risposta all’invio da parte della Weil del testo della poesia Prometeo. Alcune osservazioni fatte sulle singole parole non sono più pertinenti, perché il testo della poesia è stato rimaneggiato più volte nel corso degli anni. Lascio la lettera maiuscola all’inizio di ogni verso come è nel testo originale, anche se devo dire che non mi piace.

Per Simone Weil l’attività poetica è stata marginale, però si può condividere il giudizio di Valery che ne osservava la solidità dell’impianto, la completezza e la forza di movimento.

A una ragazza ricca

Climene, col tempo vedrò sorgere dal tuo fascino
Giorno per giorno il dono delle lacrime.
La tua bellezza è ancora una corazza d’orgoglio
Che giorno dopo giorno diventerà cenere ;
Non apparirai più splendente, nel scendere, ogni notte
Nella bara, fiera e con la maschera calata.

A quale destino è promesso, il tuo fiore passeggero
Eviti ? Quale destino? Quale fredda miseria
Verrà a stringere il tuo cuore a farlo gridare?
Niente si leverà per salvare tanta grazia ;
I cieli restano muti mentre un giorno cancella
Dei tratti puri, un incarnato morbido che ha voluto brillare.

Un giorno può imbiancarti la faccia, un altro torcerti
I fianchi per la fame; un fremito morde
La tua carne fragile  nella profonda indifferenza;
Un altro giorno, e  tu diverrai uno spettro
Stanco della prigione del mondo
Che corre, corre con la fame nel ventre.

Come bestiame braccato tra le sabbie,
Dove trovare ormai la tua mano fine e vivace
Ii tuo portamento, la tua fronte, la tua bocca con la sua piega altera?
L’acqua brilla, tu tremi ? Perchè quello sguardo vuoto ?
Sei troppo morta per morire, rimani dunque carne livida
Mucchio di stracci prostrati nel grigio del mattino !

La fabbrica riapre, andrai anche tu a penare davanti alla catena ?
Rinuncia al tuo  gesto lento da regina.
Veloce. Più veloce. Andiamo ! Veloce. Più veloce. La sera
Te ne vai, lo sguardo spento, le ginocchia a pezzi, sottomessa,
Senza una parola ; sulle tue labbra umili e pallide dove si legge
L’ordine duro obbedito nella fatica senza speranza.

Attraverserai la sera i rumori della città
Per qualche spicciolo lasciare macchiare la tua carne servile
La tua carne morta, trasformata in pietra dalla fame ?
Non freme più quando una mano la sfiora
Ritrarsi, sussultare non sono cose previste dal tuo ruolo
Le lacrime un lusso a cui si aspira invano.

Ma tu sorridi, per te l’infelicità sono favole
Tranquilla e lontano dalla sorte delle tue sorelle miserabili,
A cui non farai mai il favore di uno sguardo.
Tu puoi con gli occhi chiusi prodigarti in elemosine;
Anche il tuo sonno è depurato da questi oscuri fantasmi
E così i tuoi giorni scorrono chiari nel rifugio di un castello.

Dei pezzi di carta, più duri dei muri,
Ti sorvegliano. Se li bruci,  il tuo cuore e le tue viscere,
Saranno battuti da colpi che spezzeranno tutto il tuo essere.
Ma questa pagina ti soffoca, nasconde cielo e terra,
Nasconde noi mortali e Dio. Esci dalla tua serra,
Nuda e tremante esposta ai venti d’un universo gelato.

A une jeune fille riche

Clymène, avec le temps je veux voir dans tes charmes
Sourdre de jour en jour, poindre le don des larmes.
Ta beaute n’est encor qu’une armure d’orgueil ;
Les jours apres les jours en feront de la cendre ;
On ne te verra pas, eclatante, descendre,
Fiere et masque baisse dans la nuit du cercueil.

A quel destin promise, en ta fleur passagère,
Glisses-tu ? Quel destin ? Quelle froide misere
Viendra serrer ton coeur a le faire crier ?
Rien ne se levera pour sauver tant de grace ;
Les cieux restent muets pendant qu’un jour efface
Des traits purs, un teint doux qu’un jour a vus briller.

Un jour peut te blêmir la face, un jour peut tordre
Tes flancs sous une faim poignante ; un frisson mordre
Ta chair frêle, naguère au creux de la tiedeur ;
Un jour, et tu serais un spectre dans la ronde
Lasse qui sans arrêt par la prison du monde
Court, court, avec la faim au ventre pour moteur.

Comme un bétail la nuit par les bancs pourchassée,
Ou trouver desormais ta main fine et racée,
Ton port, ton front, ta bouche avec son pli hautain ?
L’eau brille. Trembles-tu ? Pourquoi ce regard vide ?
Trop morte pour mourir, reste donc, chair livide,
Tas de loques prostré dans le gris du matin !

L’usine ouvre. Iras-tu peiner devant la chaine ?
Renonce au geste lent de ta grâce de reine.
Vite. Plus vite. Allons ! Vite, plus vite. Au soir
Va-t’en, regards eteints, genoux brisés, soumise,
Sans un mot ; sur ta levre humble et pâle qu’on lise
L’ordre dur obéi dans l’effort sans espoir.

T’en iras-tu, les soirs, aux rumeurs de la ville,
Pour quelques sous laisser souiller ta chair servile,
Ta chair morte, changée en pierre par la faim ?
Elle ne fremit pas lorsqu’une main la frôle ;
Les reculs, les sursauts sont rayés de ton rôle,
Les larmes sont un luxe où l’on aspire en vain.

Mais tu souris. Pour toi les malheurs sont des fables.
Tranquille et loin du sort de tes soeurs misérables,
Tu ne leur fis jamais la faveur d’un regard.
Tu peux, les yeux fermés, prodiguer les aumônes ;
Ton sommeil meme est pur de ces mornes fantômes
Et tes jours coulent clairs sous l’abri d’un rempart.

Des morceaux de papier, plus durs que les murailles,
Te gardent. Qu’on les brûle, et ton coeur, tes entrailles,
Seront frappés de coups dont tout l’être est brisé.
Mais ce papier t’étouffe, il cache ciel et terre,
Il cache les mortels et Dieu. Sors de ta serre,
Nue et tremblante aux vents d’un univers glacé.
Prometeo
Un animale abbruttito  dalla solitudine
Nel cui ventre incessante morde un roditore,
Lo fa correre, tremare di stanchezza,
Per fuggire la fame a cui sfugge solo con la morte;
Cercando la sua strada in mezzo a boschi oscuri;
Cieco quando la notte sparge le sue ombre;
Nel profondo delle rocce battute dal freddo mortale;
Non si accoppia se non in abbracci casuali;
In preda agli dei, gridando sotto i loro attacchi
Senza Prometeo uomini, voi sareste così.

Fuoco creatore, distruttore, fiamma d’artista!
Fuoco erede dei chiarori del tramonto!
L’aurora sale al cuore delle sere troppo tristi,
Il focolare dolcemente a giunto le mani; il campo
Ha preso il posto delle sterpaglie bruciate.
Il metallo forte zampilla nelle colate,
Il ferro ardente si piega e cede al martello.
La luce sotto un tetto riempie l’anima.
Il pane matura come un frutto nella fiamma.
Chi vi ama tanto, per farvi un dono così bello!

Ci ha dato la ruota e la leva. Che meraviglia!
Il destino è piegato dalla debole forza delle mani.
Il bisogno teme troppo la mano che veglia
Sulle leve, maestra dei sentieri.
O venti dei mari vinti da una tela!
O terra aperta dal vomere, che sanguina senza veli!
Abisso dove fragile scende un lampo!
Il ferro corre, morde, piange, si allunga e macina,
Docile e duro. Le braccia portano la loro preda,
L’universo triste  che versa e beve il sangue.

Fu l’autore di riti e del tempio,
Un cerchio magico per trattenere gli dei
Fuori da questo mondo, così l’uomo contempla
Solo e muto, le sorti, i porti, i cieli.
Fu l’autore di segni, dei linguaggi.
Le parole alate attraversano le età
Per monti e valli a smuovere il cuore, le braccia.
L’anima parla tra sé ma fatica a comprendersi.
Cielo terra  mare tacciono per capire
I due amici, i due amanti parlare a bassa voce.

Più luminoso fu il dono dei numeri
Gli spettri, i demoni se ne vanno in agonia.
La voce che conta ha saputo cacciare le ombre.
Anche l’uragano è calmo e trasparente.
In un cielo senza fondo ogni stella prende il suo posto;
Senza menzogna si rivolge alla vela;
L’atto si aggiunge all’atto, nessuno è più solo;
Tutto dialoga nel giusto equilibrio.
Nascono canti puri come il silenzio.
Talvolta il tempo socchiude il suo sudario.

L’alba per lui è una gioia immortale.
Ma una sorte senza dolcezza lo tiene piegato.
Il ferro lo inchioda alla roccia, la sua fronte vacilla;
In lui, mentre pende crocifisso,
Entra il dolore freddo come una lama,
Ore, stagioni, secoli gli rodono l’anima,
Giorno dopo giorno si indebolisce il suo cuore,
Il suo corpo si torce invano sotto la costrizione;
L’istante fuggente disperde il suo lamento al vento;
Solo e senza nome carne destinato all’infelicità.

Promethée

Un animal hagard de solitude,
Sans cesse au ventre un rongeur qui le mord,
Le fait courir, tremblant de lassitude,
Pour fuir la faim qu’il ne fuit qu’à la mort ;
Cherchant sa vie au travers des bois sombres ;
Aveugle quand la nuit répand ses ombres ;
Au creux des rocs frappé de froids mortels ;
Ne s’accouplant qu’au hasard des étreintes ;
En proie aux dieux, criant sous leurs atteintes –
Sans Prométhée, hommes, vous seriez tels.

Feu createur, destructeur, flamme artiste !
Feu, heritier des lueurs du couchant !
L’aurore monte au coeur du soir trop triste ;
Le doux foyer a joint les mains ; le champ
A pris le lieu des broussailles brûlées.
Le métal dur jaillit dans les coulées,
Le fer ardent plie et cède au marteau.
Une clarte sous un toit comble l’âme.
Le pain murit comme un fruit dans la flamme.
Qu’il vous aima, pour faire un don si beau !

Il donna roue et levier. O merveille !
Le destin plie au poids faible des mains.
Le besoin craint de loin la main qui veille
Sur les leviers, maitresse des chemins.
O vents des mers vaincus par une toile !
O terre ouverte au soc, saignant sans voile!
Abime ou frele une lampe descend !
Le fer court, mord, arrache, etire et broie,
Docile et dur. Les bras portent leur proie,
L’univers lourd qui donne et boit le sang.

Il fut l’auteur des rites et du temple,
Cercle magique a retenir les dieux
Loin de ce monde ; ainsi l’homme contemple,
Seul et muet, le sort, le port, les cieux.
Il fut l’auteur des signes, des langages.
Les mots ailés vont à travers les âges
Par monts, par vaux, mouvoir les coeurs, les bras.
L’âme se parle et tâche a se comprendre.
Ciel, terre et mer se taisent pour entendre
Deux amis, deux amants parler tout bas.

Plus lumineux fut le présent des nombres.
Les spectres, les démons s’en vont mourant.
La voix qui compte a su chasser les ombres.
L’ouragan même est calme et transparent.
Au ciel sans fond prend place chaque étoile ;
Sans un mensonge elle parle a la voile.

L’acte s’ajoute à l’acte ; rien n’est seul ;
Tout se répond sur la juste balance.
Il naît des chants purs comme le silence.
Parfois du temps s’entrouvre le linceul.

L’aube est par lui une joie immortelle.
Mais un sort sans douceur le tient plié.
Le fer le cloue au roc ; son front chancelle ;
En lui, pendant qu’il pend crucifié,
La douleur froide entre comme une lame.
Heures, saisons, siècles lui rongent l’âme,
Jour apres jour fait défaillir son coeur.
Son corps se tord en vain sous la contrainte ;
L’instant qui fuit disperse aux vents sa plainte.
Seul et sans nom, chair livrée au malheur.

 

Lettera di Paul Valery
 
Lunedì 20 settembre 1937,

Signorina o Signora,

la ringrazio per la lettera che ha avuto l’amabilità di scrivermi. Ma non si illuda, perchè il mio giudizio non vale gran chè in quanto alla poesia. I miei sentimenti su quest’arte sono così particolari e formati da circostanze così diverse che non posso soddisfacentemente  applicarli alle opere altrui. So per esperienza che spesso ciò mi manda fuori strada.
Detto questo, vengo ai vostri versi. Sono molto ben fatti, e voi non l’ignorate.
Sezioniamoli un po’. « tremblant de lassitude » non va.
« Tout ENtre EN joie. »  Non amo molto l’ultimo verso : « Faut-il. Etc. »
E ancora : la strofa di X  su 10 (di decasillabi per10 versi) è troppo lunga.
Con di versi di X sillabe la strofa è pesante, e la sua struttura di rime  incrociate perde il suo « cantabile ».
Infine per quanto riguarda l’insieme, la poesia è troppo snsibilmente « didattica »
Lei osserverà che vengono accumulate troppe nozioni : Il fit… Il fit… Il donna, etc.
E’ troppo informativo.
Ecco quelle che considero asprezze. Ma non posso che farle dei complimenti per la fermezza dell’insieme, la sua pienezza e la forza di movimento. Molti dei suoi versi
Sono del tutto felici. Alla fine, e questo è essenziale, c’è in questo Prometeo una volontà di composizione, alla quale do la massima importanza, vista la rarità di questa preoccupazione nella poesia.
Preoccupazione non è la parola esatta. Per composizione,  intendo altre cose che non la sequenza logica o cronologica che segue da un soggetto. Penso a una qualità molto più sottile, la più rara che c’è e che i più grandi poeti hanno in generale ignorato.
Lei mi comprende e ci penserà sopra un po’.
Voglia accettare, Signorina o Signora, l’assicurazione dei miei sentimenti devoti e tutti i miei omaggi.

Paul Valery

Lundi 20 septembre 1937.

Mademoiselle ou Madame,

Je vous remercie de la lettre que vous avez l’amabilité de m’écrire. Mais ne vous flattez pas que mon jugement vaille grand-chose quant à la poésie. Mes sentiments sur cet art sont si particuliers et formés par circonstances si diverses que je ne puis équitablement les appliquer aux œuvres d’autrui. Je sais par expérience qu’ils m’égarent assez souvent.
Ceci dit, je viens à vos vers. Ils sont fort bien faits, vous ne l’ignorez pas. Déchirons-les un peu. « tremblant de lassitude »  ne va pas. « Tout ENtre EN joie. »  Je n’aime pas beaucoup le dernier vers. « Faut-il. Etc. »
E encore :la strophe de x sur 10 est trop longue. Avec de vers de x syllabes ce type est lourd, et sa structure de rimes croisées perd son « cantabile ».
Enfin, quant à l’ensemble, le poème est un peu trop sensiblement « didactique ».
Vous observerez qu’il accumule quantité de notions : Il fit.. Il fit.. Il donna, etc.
C’est trop instructif.
Voilà pour les amertumes. Mais je n’ai que des compliments à vous faire sur la fermeté de l’ensemble, sa plénitude et sa force de mouvement. Beaucoup de vos vers sont tout à fait hereux. Enfin, et ceci est essentiel, il y a dans ce Prométheé  une volonté de composition, a quoi j’attache la plus grande importance, vu la rareté de ces souci dans la poésie.
Souci n’est pas le mot exact. Par composition, j’entends autre chose que la suite logique ou chronologique qui découle d’un sujet. Je pense à une qualité beaucoup plus subtile, la plus rare qui soit et que les plus grands poètes ont en général ignorée.
Vous me comprendrez en y songeant un peu.
Veuillez agréer, Madame ou Mademoiselle, l’assurance des mes sentiments dévoués et tous mes hommages.
Paul Valery


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