Giancarlo Locarno: Traducendo Mémoire di Rimbaud

Rileggere Rimbaud per me significa tornare all’origine del mio interesse per la poesia, al momento in cui dall’adolescenza si comincia a diventare adulti, con la paura di non essere attrezzati per affrontare il mondo così grande  e costituito da un amalgama  di cose troppo concrete, ma nello stesso tempo con una grande speranza nel futuro.  Pensavo allora  che Rimbaud fosse intraducibile, nel suo turbinare di sentimenti adolescenziali,  la cui espressione non può essere modificata, il suono delle parole giuste è quello e basta.  Adesso alle soglie della vecchiaia ritorno a Rimbaud pensando ancora che sia  intraducibile, non ho mai letto delle traduzioni entusiasmanti, e quando ho tentato io i risultati mi sembravano ridicoli, ma tant’è, vale la pena di riprovarci.

Mémoire è una delle sue poesie più belle, traducendola  mi ha fatto pensare a un’anticipazione del   ” Battello ubriaco ” , come se questo vi fosse contenuto in nuce, per quella duplice corsa del padre che se ne va e della madre che insegue, e per quella voglia e paura adolescenziale di usare come una brezza l’alito d’aria pura per liberare il canotto dal fango e partire.

Invece, ho controllato poi, è  successiva di un anno. Allora il dramma della fine della fiducia nella poesia si è già consumato, e il barcone è arenato nel fango definitivamente dopo la sua corsa. Non siamo prima dell’ultimo tentativo, come pensavo, di trasformare il canotto in un battello,  ma siamo già nel dopo, come se fosse un addio a tutte le cose colorate verdi, rosa e oro.

Di questa poesia esiste il manoscritto di  una prima versione  intitolata ” Famiglia maledetta – da Edgar Poe “,  proveniente dagli eredi della famiglia Mauté (della moglie di Verlaine) che  è stato venduto nel 2004 (attraverso lo studio Tajan) a un collezionista privato.

Invece il manoscritto della versione definitiva, che traduco, apparteneva a Verlaine, e oggi è nella collezione di Francois Marie Banier.

Tradurre in fondo è leggere con un po’ più di attenzione,  ma alcune volte, poche volte in verità, mi  succede  che traducendo una poesia  i suoi versi si comportano come tanti ami che  agganciano situazioni o immagini della mia vita, che si scatenano, prendono una loro strada e si  trasformano in una poesia. Questo è uno di quei rari casi. Devo dire che in generale mi dà sempre un certo fastidio il fatto che le persone a me vicine  possano leggere le mie poesie, forse sono destinate a persone lontane, le considero una sorta di attività clandestina, e per questo si nascondono sotto un senhal, mantenedo  però la pretesa di farsi capire ugualmente.

Dopo la traduzione della versione definitiva di Mémoire, riporto anche questa mia poesia e la copia dei manoscritti delle due versioni.

Memoria

I
Acqua chiara; come sale di lacrime infantili,
i biancori  dei corpi di donne assalgono il sole;
tanta seta e gigli puri, come orifiamma
sventolati sotto le mura difese da fanciulle;
il folleggiare degli angeli ; – No… il fiume d’oro in marcia,
muove le sue braccia,  nere e pesanti, e fresche soprattutto, d’erba. Lei
oscura, davanti al ciel de lit di Cielo blu, e come cortine
chiama l’ombra delle colline e delle arcate.
 

II
Eh … L’umido selciato distende i suoi brodi limpidi !
L’acqua ammobilia d’oro pallido e senza fondo i giacigli approntati.
I vestitini verdi stinti delle ragazzine
piangono come salici da cui fuggono liberi gli uccelli.
Più puri di un luigi, palpebra calda e gialla,
il ranuncolo d’acqua,  – la tua fede coniugale , Oh Sposa ! –
al mezzogiorno veloce, col suo specchio opaco, invidia
al cielo ingrigito dal calore la sfera rosa e cara.
 

III
Madame sta troppo in piedi nel mezzo della prateria
Vicina, dove nevicano i figli del lavoro : l’ombrello
tra le dita, calpestando le ombrellifere, troppo fiera per lei.
I ragazzi leggono nel verde in fiore
i loro libri di marocchino rosso ! Peccato, lui
come mille angeli bianchi che si separano sulla strada
si allontana, oltre la montagna ! lei tutta
fredda e nera, corre ! Rincorre  la partenza dell’uomo.
 

IV
Rimpianto di spalle grosse e giovani e d’erba pura !
Oro delle lune d’aprile dal cuore del sacro letto ! Gioia
Dei cantieri rivieraschi in abbandono, in preda
alle sere d’agosto che fanno germinare questa putredine !
Ora piange sotto i bastioni ! Il respiro
dei pioppi dall’alto è solo per la brezza.
Poi viene la distesa, senza riflessi, senza sorgente, grigia :
un vecchio draga dalla sua barca immobile la sua pena.

V
Un gioco per quest’occhio d’acqua triste, non posso raccogliervi,
Oh canotto immobile ! Oh !  Braccia troppo corte !
Nessuno dei due fiori : né il giallo che m’importuna ,
là ; né il blu amico dell’acqua cinerina.
Ah ! la polvere dei salici scossi da un’ala!
Il mio canotto sempre fermo, e la sua catena tirata
al fondo di quest’occhio d’acqua senza rive,  verso quale fango ?
 

Mémoire

I
L’eau claire ; comme le sel des larmes d’enfance,
l’assaut au soleil des blancheurs des corps de femmes ;
la soie, en foule et de lys pur, des oriflammes
sous les murs dont quelque pucelle eut la défense ;

l’ébat des anges ; — Non… le courant d’or en marche,
meut ses bras, noirs, et lourds, et frais surtout, d’herbe. Elle
sombre, avant le Ciel bleu pour ciel-de-lit, appelle
pour rideaux l’ombre de la colline et de l’arche.

 
II
Eh ! l’humide carreau tend ses bouillons limpides !
L’eau meuble d’or pâle et sans fond les couches prêtes.
Les robes vertes et déteintes des fillettes
font les saules, d’où sautent les oiseaux sans brides.

Plus pure qu’un louis, jaune et chaude paupière,
le souci d’eau — ta foi conjugale, ô l’Épouse ! —
au midi prompt, de son terne miroir, jalouse
au ciel gris de chaleur la Sphère rose et chère.

 

III
Madame se tient trop debout dans la prairie
prochaine où neigent les fils du travail ; l’ombrelle
aux doigts ; foulant l’ombelle ; trop fière pour elle
des enfants lisant dans la verdure fleurie

leur livre de maroquin rouge ! Hélas, Lui, comme
mille anges blancs qui se séparent sur la route,
s’éloigne par-delà la montagne ! Elle, toute
froide, et noire, court ! après le départ de l’homme !

 
IV
Regret des bras épais et jeunes d’herbe pure !
Or des lunes d’avril au cœur du saint lit ! Joie
des chantiers riverains à l’abandon, en proie
aux soirs d’août qui faisaient germer ces pourritures !

Qu’elle pleure à présent sous les remparts ! l’haleine
des peupliers d’en haut est pour la seule brise.
Puis, c’est la nappe, sans reflets, sans source, grise :
un vieux, dragueur, dans sa barque immobile, peine.

 
V
Jouet de cet œil d’eau morne, je n’y puis prendre,
ô canot immobile ! oh ! bras trop courts ! ni l’une
ni l’autre fleur : ni la jaune qui m’importune,
là ; ni la bleue, amie à l’eau couleur de cendre.

Ah ! la poudre des saules qu’une aile secoue !
Les roses des roseaux dès longtemps dévorées !
Mon canot, toujours fixe ; et sa chaîne tirée
au fond de cet œil d’eau sans bords, — à quelle boue ?

 
Memorie

I
Quando viaggi e viaggi
alla corolla di membrature
che apre la torre Velasca
risponde un canto fermo pungente.
Sollevo lentamente il braccio
come un cenno d’addio o una burla
o una mano nell’ora battente
il tuo canto pronubo si aggriccia
tra le buche pontaie
nella cesura maschile di spilli cardiaci
trasviandone la melodia.
Quando tu viaggi
non ci sono a Milano barricate
solo terra, e i resti del mercato
agglutinati alla via dei Transiti
per l’osservazione delle viscere
e passanti quatti e guardinghi lungo via Bagnera.
A moi!, vorrei dire, Il mondo non ha segreti
ma restano difficili le vie deserte
gli appunti senza nome
i venti che vanno e vengono senza parlarmi.
Sembrano in tanti davanti al casermone occupato
gli scarponi sollevati al perimetro di gronda
tra rami e dirupi di cartongesso
due biker sul cammino dell’impianto planimetrico
riconoscono i precari che escono dalle centrali
per le mani secche.
C’è la bandiera rossa, dietro i capannelli della carovana facchini,
dal movimento avvolgente.
Madame ha chiuso i giardinetti con un cancello
si passa all’antica sui corpi laterali
all’incastro della porta
sotto il diluvio universale sulla controfacciata
di avviso ai naviganti.
Scopriamo così che non c’è festa
sopra e sotto la galleria
per la vittoria dei due perdenti
sui catenacci abbassati.

Ma quando viaggi e viaggi
si va con allegrezza al giorno splendente.

II
Au debout les morts
Di questo paese che si sfarina
ogni volta che salgo, oltre l’olmo si è dissolto qualcuno:
un pizzico di polvere in più sulla morena
non hanno fatto niente i ruoli morti
alle ore che si staccano una dopo l’altra
tra un cretto e un’icona
gira ancora un sorriso
col giponino fiorito
e un vezzo sulle mezze labbra
così apparentemente arrendevole.
Dentro la tenda al Bois de Boulogne
c’è poco interesse ai cicli naturali
più all’uniformità e alla precisione
dell’ indagine sui riscontri di quello che sogniamo:
un pullman teatrabile
col suo cartulario mutolo
una mano che sorge dal lago
e da questa mano zampilla acqua.
Umbra mea, sugli stradali
ci accorgiamo di essere entrambi presi in prestito
dallo quello spettro centrale fobico
che ci spinge in passi ritrosi verso
una guarigione puramente sillogistica
non abbiamo mai convissuto con lo sfacelo perfetto
come mio padre, o con le guerre dei nonni
ma quietamente abbiamo tollerato il mondo
ai matinée sembrava stazionare sulla mano
tra il saliscendi delle dita, non ci sembrava nemmeno quello cicatriziale della storia
entravano ed uscivano dalla crepa della bocca parole come baci
quei discorsi dondolano ancora come decorazione per feste personalizzate
poi scrosceranno cullati sotto gli antibecchi della doccia
adesso siamo nell’antro candido
pieno di spettatori smarriti che si affacciano sul silenzio circolare
con vista su un emplection agglutinato
da ossicini, bomboniere di maiolica
e vecchie foto virate seppia con funzione di legante.
Tu non ti ritrai, non ti fai da parte
come un archeologo allegro
ti accosti per saggiarne la resistenza
di vecchia divinità indiana che dal poggio
lancia fiori avvelenati.


3 risposte a "Giancarlo Locarno: Traducendo Mémoire di Rimbaud"

  1. Non ricordo chi scrisse che tradurre poesia è un atto di amore, passione e arroganza. L’arroganza credo che sia dovuta al fatto di pretendere di aver capito l’originale, cosa non certo facile, soprattutto con la grande poesia. La traduzione è anche, tuttavia, come nel tuo caso, uno scandaglio, mezzo per scoprire. E i traduttori di fatto sono i migliori lettori di poesia. Quando poi i traduttori sono anche poeti, e i traduttori lo sono spesso, la poesia scoperta diventa linfa…Quindi dalla tua bella traduzione a “Memorie”, il tema del viaggio, Milano: Quando tu viaggi/ non ci sono a Milano barricade/ solo terra, e i resti del mercato/ agglutinati alla via dei Transiti/ per l’osservazione delle viscere/ e passanti quatti e guardinghi lungo via Bagnera/.
    Il tuo spaziare tra tempi, luoghi e culture. La capacità di riunire i fili, le tessere dei tuoi affreschi (ricordo fin dalle tue prime poesie che ho letto di averle pensate come affreschi): non abbiamo mai convissuto con lo sfacelo perfetto/ come mio padre, o con le guerre dei nonni/ ma quietamente abbiamo tollerato il mondo/ ai matinée sembrava stazionare sulla mano/ tra il saliscendi delle dita, non ci sembrava nemmeno quello cicatriziale della storia/.

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  2. il mio era “ebbro”, di battello, e l’inceppo che ho provato qui per l’uso di “ubriaco” mostra quanto l’atto stesso di tradurre una poesia in lingue *differenti* introduca per definizione *differenze* strutturali nella resa poetica. ma vogliamo arrenderci per questo?
    certo che no.
    : )
    la traduzione è un atto di “travisamento” poetico o meglio di *travisionamento* poetico (travisamento evoca un contesto negativo che non c’è, nel mio sentire, almeno), ma benvenga, specie se chi traduce i versi sa scrivere poesie.
    “Il respiro / dei pioppi dall’alto è solo per la brezza” ad esempio, sposta meglio l’aria in italiano che in francese.

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  3. Secondo me è un atto di grande umiltà…comprende la sensazione forte di avere ancora da imparare e di volere ancora imparare e non essere sazio come un grande che nella sua esperienza resta bisognoso di altro ..

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