Augusto Benemeglio: La poesia non è un dessert

 

  1. La critica letteraria

Parto dall’asserzione di Italo Calvino: “Il lettore è l’unico vero eroe morale del libro. Quindi sono io che devo applaudire voi e tutti coloro che hanno letto o leggeranno il mio libro”. Leggere è un’esperienza individuale, la critica non è altro che l’intensificazione di tale esperienza. Diciamo che è una conversazione intensificata intorno al significato e al valore di un libro.
Alla fine, come diceva Troisi nel film Il Postino, la poesia non è di chi la scrive, ma di chi gli serve, di chi ne trae qualcosa di positivo, d’interessante, di utile in termini di emozioni, interrogazioni, rivelazioni, etc…
Ma oggi la critica ufficiale, la critica letteraria come si intendeva una volta, alla De Sanctis, quella che faceva pedagogia pubblica, educava alla realtà, alla speranza, alla socialità, alla moralità, non esiste più; non occupa più il centro della scena nella presentazione dei libri.
Ma già molto tempo prima, Baudelaire, melanconico e immoralista, aveva detto che la letteratura e l’arte sono, devono essere una provocazione antisociale, un’evasione dalla realtà, qualcosa di allucinato, incomprensibile, comunque antagoniste della storia, che è vista come un repertorio borghese di orrori della morale, della socialità, della natura
Oggi tutti gli editori di un certo rilievo preferiscono la critica di giornalisti, scrittori, opinionisti televisivi, al saggista, al critico vero e proprio, perché questi ragionano e raccontano, parlano come individui ad altri individui, mentre il critico, lo studioso parla ai suoi colleghi, presenti e futuri.
Io prediligo la forma dello spettacolo, una sorta di recital sui generis del libro da presentare, con musica e diversi lettori (l’attenzione del pubblico comincia a calare dopo pochi minuti, se non cambia voce, o non gli dai tregua con qualche stacco musicale). Negli anni (ormai sono molti, quasi una quarantina) avevo elaborato un sistema per via di sottrazioni successive, alla scuola di autori come Calvino, Magris, Eco, Sannelli, Ceronetti, Baricco, e avevo constatato che ogni stile presenta pregi e difetti. Come dire: quello perfetto non esiste.

  1. La poesia

Del resto sulla poesia ci sono millanta interpretazioni, tutte ugualmente valide, tutte egualmente discutibili. La poesia, scrive Flaubert, è una scienza esatta, come la geometria.
Pubblicare una collana di poesia, per un grande giornale, non significa mettere una rosa su un tavolaccio dove si riversano i sanguinosi, fangosi, eccitati, angosciosi eventi del mondo, dalla cronaca nera alla recessione economica, dalle stragi che sempre avvengono in qualche parte del mondo – ormai quasi ogni giorno – alle turpitudini e alle virtù di casa nostra. Un giornale, specie un quotidiano, è un romanzo; spesso un romanzaccio della realtà, politica, economica, sociale, morale.
La poesia ogni giorno ci dà una fotografia – una radiografia, una risonanza magnetica – della nostra esistenza; una lastra ora più ora meno fedele e veritiera, messa a fuoco o sfuocata, in certi casi pure un fotomontaggio abusivo del reale.
La poesia non è un’evasione né tantomeno una sublimazione spiritualeggiante della realtà; è anzi spesso uno dei suoi ritratti più precisi, spietati, autentici.
Non è meno realista delle cronache politiche, dei reportages su una guerra o su un’epidemia, delle relazioni sui bilanci e sui deficit. La letteratura – e, nel suo ambito, la poesia in modo particolare – non dà informazioni sui fatti, sulla crisi economica, sulle leggi che regolano i matrimoni, le pensioni o l’assistenza sociale, ma dice come gli uomini vivano tutto questo; dice come i grandi numeri della disoccupazione, del disagio sociale o delle ideologie in crescita o in declino si calino nell’esistenza degli individui, diventino la loro quotidianità, la loro carne e il loro sangue.

  1. La verità

La poesia dice la verità della realtà più vera, più corposa e concreta: la vita di ogni singolo individuo. Dice come egli ama, soffre, desidera, protesta, spera, incontra o fugge gli altri individui. Se vogliamo capire cosa è stata veramente la storia d’Italia dell’ultimo secolo, non basta sapere cosa hanno fatto Mussolini, De Gasperi o Agnelli; d’Annunzio o Pasolini – per citare a caso due esempi rilevanti – ci fanno toccare con mano cos’è stata questa storia, con le sue trasformazioni e suoi subbugli, nella vita concretissima dei sensi, dei sogni, delle speranze, delle disillusioni degli uomini.
«Il grande poeta – dice Eliot – nello scrivere se stesso scrive il suo tempo» – ossia il nostro tempo, se è un contemporaneo, o un’altra stagione della storia, se ha vissuto, scritto e patito in passato. Per conoscere il nostro tempo – per conoscerci, per sapere come abbiamo vissuto o non vissuto, come la Storia si sia intrecciata ai nostri amori, alle nostre pulsioni, ai nostri bisogni intimi e fondamentali – occorre rivolgersi ai poeti.

  1. I premi letterari

Questi ultimi non sono necessariamente migliori degli altri; anzi, spesso sono egocentrici, invidiosi, meschini; le rivalità che si creano intorno a un premio letterario sono spesso più ignobili e miserevoli di quelle per la conquista di un potere economico o politico. I poeti – ha detto uno fra i più grandi di essi, Milosz – hanno spesso un cuore freddo; se scrivono una poesia per la morte di un bambino, rischiano di appassionarsi più per la bellezza dei loro versi che per quanto la morte del bambino pianta in quei versi. Ma, anche grazie a questa selvaggia e irresponsabile soggettività, i poeti fanno i conti più di ogni altro con la nostra pelle, con il fuoco e la follia latenti nella realtà quotidiana apparentemente normale; rubano e diffondono la fiamma di tante verità umane insostenibili e perciò spesso soffocate dalle istituzioni della vita organizzata. La poesia dice il fondo della vita – come, secondo Saba, – lo dicono gli animali, e assume su di sé, nella realtà concreta delle reazioni epidermiche e delle brucianti nostalgie, le contraddizioni della propria epoca.

     5. La poesia non è un dessert

Pubblicando una collana di poesia, – dice Claudio Magris – un grande giornale non offre un delicato dessert o digestivo che compensi il cibo troppo robustoso e forte dell’informazione politica o economica, ma assolve al suo compito primo, che è appunto quello dell’informazione. Un’informazione che sarebbe carente se trascurasse quella realtà di sogni, pulsioni, sfide, smarrimenti che sono di tutti e che la poesia esprime per tutti. La vita di un poeta è quella di tutti, diceva Gérard de Nerval; è doveroso offrirla a quei tutti – almeno potenziali – che sono i lettori. Anche i giornali hanno bisogno, per svolgere con precisione e dunque con onestà il loro lavoro, della poesia: nessuno come il poeta, dice Rilke, odia l’approssimativo.

*

 

Augusto Benemeglio è un personaggio  complesso e poliedrico che nella sua vita ha fatto un po’ di tutto, marinaio, ufficiale di porto, scrittore, saggista, critico d’arte, giornalista, opinionista televisivo, autore e regista teatrale di compagnie amatoriali ma, soprattutto è  in ogni sua manifestazione  poeta, e poeta fino al midollo, fino in fondo, fino alla feccia, senza sconti. È nato casualmente a San Buono (CH) il 22/8/1943, vivendo poi in molte altre città. Dopo una lunga parentesi nella Marina Militare, ha fondato a Gallipoli l’Associazione Culturale L’uomo e il Mare, che ha diretto per trent’anni, occupandosi un po’ di tutto: letteratura, arte, musica, televisione, teatro. E’ una firma molta nota sui blog più importanti del Web, ma scrive anche per la carta stampata. Collabora da sempre con la rivista “Espresso Sud”. Ha al suo attivo una cinquantina di pubblicazioni di vario genere: poesia, narrativa, teatro, saggistica, arte, ultime delle quali “La barba d’oro di Godot” (2014) e “Acqua Rotta”(2015), “Amori molesti” ed. il Seme Bianco (2017), “Ida Mater” ed. Youcanprint 2019.

 


3 risposte a "Augusto Benemeglio: La poesia non è un dessert"

  1. Augusto Benemeglio ha molti talenti, che ha sempre espresso in concreto con generosità coinvolgente, senza aspettative gratificanti, ma solo per fede nella capacità elevatrice della parola. La sua profonda conoscenza di autori di ogni tempo e la sua originale capacità di elaborazione ed evocazione attraverso il proprio immaginario ne fanno un interprete tra i più acuti della nostra contemporaneità letteraria, come questa sua analisi dello stato della poesia conferma.
    Annamaria Ferramosca

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  2. Grazie Augusto per queste stimolanti riflessioni. Mi trovo pienamente d’accordo con la tua definizione di poesia. Riprendendo la bella provocazione di Magris, mi viene da pensare che per quanto riguarda i giornali la poesia è oramai merce rara, più che dessert e digestivo è diventata uno sfizio, qualcosa servita “per stranezza”, come le castagne d’estate. In compenso se ne trova in abbondanza in rete, come sul nostro Neobar, con il rischio di abbuffarsi certo, ma se non altro è ancora viva.

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