Plinio Perilli, Museo dell’uomo. Poesie e poemetti (1994-2020), con una nota di Giulio Ferroni, ed. Zona 2020. Lettura di Maurizio Lancellotti

Plinio Perilli, photo Eric Toccaceli

 

Non è facile parlare di se stessi, figurarsi di un proprio libro che raccoglie le prove – le poesie civili – degli ultimi 26 anni! Mi aiuta l’affetto e la consuetudine con un’adunanza di cervelli e di cuori – Neobar – che stimo da tempo e cui da tempo collaboro. Con la gioia di condividere spazio e idee con autori da me stimati e seguiti, oltretutto di diverse generazioni, stili, poetiche… Evviva.

Ringrazio Abele Longo e Doris Emilia Bragagnini, tutori adorabili d’ogni nuova opera o vecchio ideale, e saluto compagni di strada e d’intensità, mai dimenticati, anche se il tempo passa e rischia d’allontanarci  (ma poi si recupera!), come Annamaria Ferramosca e Malos Mannaja, Pasquale Vitagliano e Augusto Benemeglio, i giovani Fernando Della Posta e Monica Baldini…

Ma mi fermo qui, sperando di non annoiare nessuno, e di meritare nel tempo il tempo che mi è occorso per questa nuova raccolta. Un MUSEO DELL’UOMO che in realtà ci riguarda tutti, ed è testimonianza e fors’anche patrimonio, dote e retaggio di tutti.

Ogni bene,   Plinio

 

Appunti sul Museo dell’uomo,

poesie e poemetti (1994 – 2020)

di Plinio Perilli.

Con una nota di Giulio Ferroni, Zona editrice, 2020.

Plinio Perilli, Museo dell’uomo. Poesie e poemetti (1994-2020), Editrice Zona, Genova 2020 info

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Parte prima

Visita all’Adamo disteso e alle altre opere della prima stanza del Museo dell’Uomo di Plinio Perilli

  1. Adamo disteso

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Si parte, diciamo, da una michelangiolesca Creazione dell’uomo (L’Adamo disteso di Manzù) …

Domando a Plinio Perilli perché museo “dell’uomo” e non “degli uomini”. Mi spiega che si tratta dell’umanità nel suo insieme e nella sua evoluzione, a partire da Adamo. “Ci sarà ancora l’uomo fra qualche migliaio di anni?”, mi chiede. Anche per questo è importante averne un museo, penso.

La copia di cui mi omaggia è chiusa con un doppio nodo in una busta di plastica di una farmacia: mai scelta fu più felice, la poesia – si sa – è un balsamo per l’anima; quanto al doppio nodo, indica l’impegno e la serietà che occorrono per entrare in questo importante Museo e gustarne le meraviglie. Sciolgo, dunque, il doppio nodo della busta e subito noto qualcosa che stona in copertina, ma solo in apparenza. Il libro esce, infatti, per un piccolo editore, vi è però una nota critica di Giulio Ferroni. Ferroni è fra i critici che più stimo, oltre che fra i nostri maggiori (“devi leggere la sua Italia di Dante”, mi suggerisce Perilli), in particolare dal momento in cui ha inteso stroncare Baricco e “gli altri scrittori alla moda”. Non mi stupisce, dunque, che abbia voluto recensire Perilli. Perché però rivolgersi a un piccolo editore per un grande libro?

Qui bisogna esser chiari e netti: da un trentennio a questa parte la letteratura in Italia è soffocata da romanzieri e poeti mediocri, i quali non solo si incensano, premiano e sostengono a vicenda, ma al contempo soffocano qualsiasi tentativo di uscire dal loro seminato, qualsivoglia espressione artistica degna di questo nome. “Ma io sono manzoniano”, chiosa Perilli. “Son certo che alla fine il bene preverrà”, mi dice congedandosi. Io, invece, non lo credo affatto, però ammiro sinceramente chi come lui nutre questa fede autentica in Dio e nell’avvenire, nonostante tutti gli accidenti della storia…

Il testo inizia con una citazione di Eliot: […] Un popolo senza storia / non è redento dal tempo, perché la storia è una trama / di momenti senza tempo. Molti i significati sottesi, fra questi – credo – la considerazione per cui se si ignora il proprio passato non si può avere un domani. Perilli vuol dunque ripercorrere la storia dell’uomo e quindi la sua è una poesia civile. Ma è solo quello?

Lo splendido inizio è con Adamo, che Perilli immagina disteso come nella scultura in oro di Giacomo Manzù, realizzata per l’episodio della creazione di Adamo nel film La Bibbia di John Huston – il cui sceneggiatore fu Ivo Perilli, padre di Plinio e che il nostro ha potuto tenere in mano in occasione della VI Giornata del Contemporaneo nel 2010 alla Raccolta Manzù, commuovendosi.  Una commozione, credo, che deriva non solo dall’amore per il bello, ma dalla profonda devozione che Plinio prova nei confronti della figura paterna (non vi è un nostro incontro in cui dimentichi di menzionare con ammirazione suo padre).

Adamo che nasce da Dio e Dio che nasce in Adamo. Qui è il cuore della poesia di Perilli: l’amore e la fede, due sentimenti ahinoi oggi apparentemente fuori moda, marginali, ma senza i quali non si dà l’arte, senza i quali non ha senso la vita… Ecco i segni: il dovere di ricambiare l’amore divino, il sangue che stilla luce, ma anche Adamo che torna alla vita per il tramite dello scultore, come quel primo giorno, stupefatto al miracolo, di fare specchio a un Dio per trasparenza d’amore, quindi il rapporto affettuoso fra la divinità e l’uomo, la carezza che un Padre ama fare al figlio: ed io proprio da questa sono nato.

Solo una nota mi sembra stonata – e qui lo segnalo anche per attestare che la mia è analisi schietta e non già cortesia a un amico, dove è vero il contrario, essendo l’amicizia nata per ammirazione e non l’ammirazione dall’amicizia – in questo poema cosmogonico o meglio antropogonico, in cui il primo uomo prende contemporaneamente coscienza dell’infinità di Dio e dell’incommensurabile dono della vita: “forse io da sempre” … “Sempre”, a mio giudizio, non indica tanto un momento del passato dal quale far cominciare il computo del tempo, quanto una durata (“sempre”, dunque, andrebbe inteso “come per tutto il tempo”) – fermo restando che il mio è un gusto personale e che non vi è errore alcuno nel testo, essendo prevista quest’accezione (“preceduto da preposizione: da s., fin dall’origine, da un tempo infinitamente lontano, da lunghissimo tempo – con riferimento al passato, ma di cosa che si protrae anche nel futuro: è stato così da s., non è mai stato diversamente”, Treccani, vocabolario).

Venti anni fa veniva chiuso al pubblico lo storico Planetario di Roma che aveva sede nella Sala della Minerva, alle Terme di Diocleziano. Quest’Aula ottagona romana, dal giorno della sua inaugurazione, il 28 ottobre 1928, detenne a lungo il primato del Planetario più grande d’Europa. Il complesso monumentale dedicato a Diocleziano costituisce il più grande centro termale di Roma. Michelangelo ne fu affascinato e incastonò Santa Maria degli Angeli (poi trasformata dal Vanvitelli) “come una gemma” nel corpo edilizio antico, rispettando i confini della grande esedra delle terme (da qui il nome della piazza, oggi piazza della Repubblica). La grande aula ottagona fu riconsegnata nel 1911 allo Stato e ospitò la “pianta di Roma”. Nel 1913 fu affidata all’istituto di proiezioni cinematografiche educative Minerva (di qui l’altro nome di Sala Minerva). Questa sala fu adottata nel 1928 a Planetario da Italo Gismondi.

Perilli ricorda questo luogo nella sua seconda poesia, in cui invoca la cieca Fortuna, in nome della pace e dell’Amore.

La terza poesia è ancora romana, dedicata all’isola Tiberina, quasi una nave incagliata lì, / sulle immemori sponde del fiume / e della storia. Storia che Perilli ripercorre con dovizia di particolari, incrociando le gesta degli uomini ai versi dei poeti, per concludere di nuovo con un implicito omaggio a suo padre, citando Roma città aperta.

Siamo nel settembre 1944. Roma è stata liberata dai nazifascisti da appena tre mesi. Roberto Rossellini ha persuaso la contessa Chiara Politi, amministratrice delegata della Cis Nettunia (Compagnia Italiana Super Film Nettunia), a produrre un film di ambientazione attuale di cui egli stesso sarà il regista. I vari soggetti intersecanti sono dello scrittore, giornalista e critico letterario Alberto Consiglio, di Sergio Amidei, sceneggiatore e produttore cinematografico, e di Ivo Perilli, sceneggiatore, regista e scenografo, nonché padre di Plinio e ispiratore del capitolo “Padre rinatomi” (ma a ben vedere un po’ di tutta la raccolta).

Dalla rivista di critica cinematografica Quinlan: “La purezza del Neorealismo, la sua utopia di poter esistere al di fuori di qualsiasi schema predetto, trova in Roma città aperta un fertile compromesso, il frutto di una dialettica che è poi la stessa interna al CLN. C’è un’ampia e variegata letteratura che si è occupata di svelare i retroscena sulla sofferta fase di scrittura del film, tra soggetti gettati direttamente al macero e mai recuperati (quello che con Rossellini scrissero Ivo Perilli e Turi Vasile) e l’idea di un film documentario ispirato alla vita e alla morte di don Pappagallo, una delle vittime delle Fosse Ardeatine […]Per quanto rientri oggettivamente tra i film “di guerra” (sarebbe più esatto definirlo “in” guerra, semmai), Roma città aperta ha la straordinaria capacità di fondere al suo interno entrambe le anime del racconto popolare per eccellenza, sia nell’estetica che nelle scelte narrative. […] Da Roma città aperta nasce il nuovo cinema italiano. Da Roma città aperta nasce l’Italia antifascista e democratica. Da Roma città aperta nasce il moderno”.

Mio Padre, vecchio amico di Rossellini già dagli anni precedenti, non gli diede solo il soggetto che sai, ma gli donò preziosi consigli su come unificare le due storie, quelle di Don Luigi Morosini e della Teresa Gullace (cioè le due umanissime, indimenticabili figure interpretate poi da Aldo Fabrizi e da Anna Magnani), all’interno di uno stesso plot narrativo romanzesco, collegato”, mi spiega Perilli.

E’ il momento di Giordano Bruno a Campo dei fiori, il quale bruciando porta con sé il Dio / fallace, adulterato degli uomini, / degradato a fine, a progetto. Giordano Bruno fu filosofo, mago e poeta. La sua formazione religiosa non gli impedisce di giudicare la fallacia di certe credenze al punto da spogliare la religione da un groviglio di superstizioni, scelta che non gli fu perdonata dai bigotti. A questa religiosità ignorante e superstiziosa, definita con spirito «santa asinità», Bruno contrappone la religiosità propria dei teologi, dei dotti, dei sapienti che, filosofando e indagando, hanno cercato la via autentica per approdare direttamente a Dio. Per Bruno, Dio è mente al di sopra di tutto e mente presente in tutte le cose. Dunque, per quanto riguarda il primo punto di vista, la massima entità si trova ben al di là del cosmo, e per questo motivo supera di gran lunga le possibilità della ragione umana. Dio è trascendente, oggetto di fede svelato parzialmente dalla Rivelazione. Per quanto riguarda, invece, il secondo punto di vista, Dio è immanente, insito nel cosmo e raggiungibile dalla mente dell’uomo, e rappresenta l’argomento favorito dell’indagine filosofica. Giordano Bruno visse e pensò come un uomo libero, perché ciò che denota l’uomo nella realtà è essenzialmente la libertà della ricerca, dell’indagine, la libertà di filosofare. Egli non si piegò neanche dinanzi a un potere che giunse ad annientarlo fisicamente, dandogli fuoco e inchiodandogli la lingua. A questo eroico furore (il termine eroico deriva da eros) Perilli dedica la sua lirica: heroe ebbro e furente.

Si passa, ora, al monumento funebre a Ilaria del Carretto, opera scultorea di Jacopo della Quercia. Il sarcofago marmoreo raffigura la ragazza dormiente, a grandezza pressoché reale, riccamente abbigliata e giacente su un catafalco decorato con putti reggifestone. Il ritratto è dolce ed elegante, con uno struggente contrasto tra la bellezza del soggetto e lo stato di morte che è entrato nell’immaginario collettivo.

Questa figura ha colpito alcuni grandi poeti: Ora dorme la bianca fiordaligi/ chiusa ne’ panni, stesa in sul coperchio / del bel sepolcro scrive Gabriele D’Annunzio nel 1903 in una poesia dedicata alla città di Lucca; quarant’anni dopo Quasimodo vede in lei il simbolo della solitudine, della perdita di speranza che il poeta condivide con la fanciulla marmorea: Gli amanti […] / non hanno pietà e tu / tenuta dalla terra, che lamenti? / Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto / forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento; infine, vi è Pasolini, citato da Perilli in esergo, che qualche anno dopo cantò la bella Ilaria come simbolo universale di una patria sconfitta: Lì c’è l’aurora / e la sera italiana, la sua grama / nascita, la sua morte incolore.

Anche Perilli canta Ilaria, ma qui la statua non è teoria e quasi si anima… L’occasione è una gita durante il periodo di naja del nostro in Toscana, quando giunse a Lucca rapito d’estetica, accaldato / d’estate. Il poeta cerca rifugio in Duomo a leggere / immutabile la sua eredità. A quel punto, un po’ per scaramanzia – chi fosse arrivato a baciarla ne avrebbe tratto una felice vita amorosa – un po’ per gioco, un po’ perché avvinto da tanta bellezza, evitando accuratamente d’esser visto, Perilli arriva a baciare Ilaria, come un volgare / ladro del Sublime, un lestofante sedotto dal Bene. Ilaria subisce assente quel bacio, mentre la città dalle cento chiese sembra voler perdonare il poeta, custodendone il sogno

La Nuit de Gênes di Paul Valéry è richiamata per ricordare quel dolore che può portare a scrivere / di non poter più scrivere… Valéry è giovane, ha appena ventuno anni quando si trova a vivere questa esperienza che segnerà il suo futuro. Quella notte spaventosa e infinita svelò al poeta quale fosse il suo destino: tutta la mia vita intellettuale è dominata da quell’evento, allorquando – come ci ricorda Perilli in nota – rinunciò all’amore e alla poesia: un silenzio che durò quasi vent’anni.

Questo primo capitolo, inno ad Adamo, il primo uomo dell’umanità e quindi di questo Museo, termina con un capodanno, i soliti auspici che tocca ascoltare alla radio, al che Perilli immagina altri presagi…

O fons Bandusiae, splendidior vitro, / dulci digne mero, non sine floribus / […] Fies nobilium tu quoque fontium, / me dicente cavis impositam ilicem / saxis […]

Fonte bandusìa è una delle poesie più note e tradotte di Orazio – si pensi alla traduzione di Pascoli, il quale imitò esattamente il metro antico Fonte di Bandusìa, puro cristallo, che / vino meriti e fior / […] Ancor tu diverrai delle fontane che / sono in grido, mentr’io canti quel leccio sui / massi […]

Orazio parla alla fonte come a un essere animato capace d’udire e di godersi doni offertigli e la fama poetica promessagli. Si rivolge a essa come a una divinità cui si può pregare e offrire una vittima. Orazio attribuisce all’acqua un grande valore: l’acqua chiara e fresca, l’ombra fredda appaiono come valori preziosi. Eppure il poeta non fa neanche un accenno alla possibilità che anche l’uomo che cerchi l’acqua e l’ombra può accostarsi alla sorgente e desiderare di riposarvisi. Evidentemente il poeta non vuole trarre alcun profitto dall’esaltazione della sorgente; egli tralascia anche un elemento obbligatorio dell’inno; cioè la preghiera con la quale l’uomo sollecita sia la grazia della divinità sia un aiuto speciale. Sembra che il poeta voglia esaltare esclusivamente la bellezza del luogo ameno senza tener conto della propria persona. Ma Orazio nell’ultima strofa aumenta il valore della fonte promettendo che essa godrà della gloria delle più famose sorgenti perché egli la canterà, e ciò vuol dire che la promessa non si realizzerà in un futuro incerto, ma si compie col compiersi dell’ode tessa. Si può dire che il testo è autoreferenziale o auto-compiente.

Qui Perilli chiede per sé piuttosto almeno una ninfa / propizia che abbeverandosi alla Fonte Bandusìa ogni fresco sorso, l’immortali in bacio, / ogni respiro in versi, ammutoliti.

In questo Adamo disteso (il primo capitolo dell’opera) mi sembra sia tutto Perilli: poeta d’amore e al contempo poeta civile, come ce ne son ben pochi ai nostri giorni, capace di annodare il presente al passato e riconoscere e cantarne il lascito, nella purezza della fede in Dio, nella pietas verso i progenitori, nell’ammirazione per questo Adamo che sembra uscire dalla pietra e animarsi, pregando Dio di scolpirmi forte dentro il cuore, soffiarmi / l’anima: un eroe del Nulla e al contempo atleta d’ogni giorno che intende perciò trovare forza, materia / proprio da questo fango, fino a mutarlo in oro…

 

  1. Patria delle Patrie, padre rinatomi, l’inno sommerso, Raìs il dolore

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L’aura della Storia, che è Patria della Patrie (Francesco Bacone l’avrebbe detta Instauratio magna). Historia dell’Europa, del Mondo – e poi l’attenzione si sposta alle nostre povere gesta nazionali, desueto dirle patriottiche.

Patria delle patrie è in senso letterale Roma, qui s’intende l’Italia, più in generale l’Europa: “L’epoca passata, che è finita con la rivoluzione francese, era destinata ad emancipare l’uomo, l’individuo, conquistandogli i doni della libertà, della eguaglianza, della fraternità. L’epoca nuova è invece destinata a costituire l’umanità, è destinata ad organizzare un’Europa di popoli, indipendenti quanto la loro missione interna, associati tra loro a un comune intento”. Sono parole del patriota Giuseppe Mazzini, scritte nel 1834 ed ancora oggi attuali, perché quel sogno e quel progetto costituente appare troppo lontano. Sempre il Mazzini, nell’appello ai giovani, scrive che l’Europa “rappresenterà un giorno la patria di tutti, la Patria delle Patrie, l’Umanità”; una “santa alleanza dei popoli”, mentre un altro patriota del tempo come Carlo Cattaneo ci insegna che “avremo pace vera solo quando avremo gli Stati Uniti d’Europa”.

Qui, però, il tema principe è il sacrificio per la libertà dei morti della Patria e così Perilli dedica il suo poemetto ai fieri patrioti dell’Ottocento, italiani e non solo: ogni notte si ridesta – quel Reggimento di Eroi / e Roma bella dall’alto, tornano a guardarla / melanconici o fieri, ciascuno per suo conto…

Non si tratta, si badi bene, di statue, bensì di eroi di tutti i giorni: / fragili, umili, travestiti da Anonimi che ogni dì / combattono per non arrendersi all’ombra… Ecco qui, ma un po’ in tutta l’opera, la contrapposizione fra “luce” e “ombra/tenebre”: “Patria di tutti: la parola, la pienezza d’animo, la fede in una luce che comunque ci trascenda e ci accordi”.

Seguono ricordi di partigiani devoti (Pierina Incerti “staffetta del ‘44”), o addirittura immolatisi per la patria (Guido Pasolini, l’amatissimo fratello minore) e dei testimoni del “male”: la deportazione nei campi di concentramento – ecco di nuovo apparire Ombra e Luce, dove niente uccide / l’amore.

Padre rinatomi è un omaggio al rapporto, alla staffetta tra generazioni.

Padre rinatomi è un atto d’amore verso i propri genitori, Ivo Perilli (sceneggiatore e regista) e Lia Corelli, nome d’arte di Lelia Parodi (attrice), ricordati sia direttamente che per il tramite della memoria della scomparsa dei genitori di amici.

Struggente il ricordo del padre, attraverso un poemetto scritto nell’ottobre del Novantaquattro: circa un mese prima della scomparsa di Ivo Perilli: un padre che, al pari di tutti i genitori, invecchiando si fa figlio, ma che poi – miracolo dell’amore – nel figlio trova nuova vita: padre che dentro mi nasci, come io qui figlio / ti rigenero … Anche per oggi creatura / sopravvivi, al mio indomani non sconosciuto non sei morto. / Passa dalla terra ferita il paradiso che fa maiuscoli: / Cristo, in tanto male, ci salva, ci resuscita azzurri.

Patria, se c’è, è appunto quella di tutti. Tra pubblico e privato, c’è spazio dunque per gli affetti familiari, ma anche la coralità sociale nel suo farsi (Inno sommerso: altro che società liquida! […]).

L’inno sommerso prende il titolo da una poesia dedicata a Daniele Venturi, proveniente da una famiglia di cantori popolari, fondatore e direttore del coro d’ispirazione popolare Gaudium (1992), dell’ensemble vocale Arsarmonica (2006) e di Voices 20/21 (2020).

Nelle parole del compositore: “Purtroppo, oggi i vari riti, annessi al rapporto con la terra sono andati irrimediabilmente perduti. I luoghi stessi rappresentanti i “teatri” rurali nei quali i canti popolari venivano praticati sono stati gradatamente abbandonati o hanno cambiato di funzione. Assieme alle aie e alle stalle, purtroppo, stanno inesorabilmente scomparendo anche gli ultimi depositari di quel mondo: i cantori popolari. Così come il cibo lo si compra nei grossi centri commerciali, così anche la musica la si acquista nei grossi negozi e ultimamente, sempre più spesso su internet. Ma quale musica si compera e di che qualità? Generalmente musica compressa nel formato audio mp3 e molto spesso di qualità bassa, sia tecnicamente che artisticamente. […] Credo però che il fare coro possa essere, specialmente oggi, un antidoto fortissimo a tale degradata deriva. Col canto d’assieme, infatti, si possono combattere sia la solitudine che l’isolamento sociale, condizioni di difficoltà assai comuni per l’uomo di oggi. […] Credo che nei prossimi anni assisteremo ad una notevole rivalutazione del canto popolare da parte delle giovani generazioni, che nauseate dalla mediocrità artistica dei prodotti proposti o imposti dai media, andranno alla riscoperta delle proprie radici culturali e musicali”.

Perilli, dunque, rende omaggio a questo artista che ora ha dato musica / e idealmente anche voce, retaggio storico, / riscattata memoria agli umili…

Fra le altre liriche di questo capitolo merita una menzione “Il ferragosto di Thomas”, egiziano / quasi amico dell’internet-point, che dà il pretesto per riflettere sul ferragosto, che dalla quotidianità di chi non può permettersi di chiudere neanche quel giorno, risale fino ad Augusto che rilegge il suo Virgilio e piange pensando a questa nostra Eneide senza lieto fine.

 

C’è tutta una diagonale di dolore e sofferenza, in questo libro (Raìs, il dolore), e perfino di Terrore, che lo attraversa e lo incrina, lo ferisce però anche, se risana, si cicatrizza

Nell’ultimo capitolo della prima parte, Raìs il dolore, vi è una carrellata di vittime degli eventi, dalle donne in carcere – che Perilli conosce bene, dato l’impegno pluriennale suo e della sua dolce metà, Nina Maroccolo, di portare poesia e sollievo in carcere (ho avuto modo di assistere ad uno di questi eventi, ricordo ancora l’angoscia del rumore delle porte del carcere che una dopo l’altra si chiudevano alle nostre spalle: saremmo stati dentro il tempo della rappresentazione, eppure ugualmente grande è stata la mia angoscia nel sentirmi recluso) – a Donatella Colasanti – che ugualmente Perilli ha aiutato affinché le sue poesie potessero veder luce cosicché la sua voce diventerà un coro – al capolavoro cosmico del disastro delle “Twin Towers”, nel senso di grandiosa opera distruttiva del demonio, dove però alla fine di nuovo prevale la Luce – al ricordo di Maria Grazia Cutuli, giornalista italiana assassinata in Afghanistan, alla memoria del massacro di “Charlie Hebdo” nel 2015 – libertà dannata… Nessuno / più ricorda che ogni demone fu un angelo caduto, Lucifero prigioniero della sua vanitas di Luce – al benessere che blinda le sue frontiere a chi vorrebbe essere accolto, non solo salvato e poi respinto: sogni e migranti fra scogli, animeanfibie… In questo, resta aperto l’interrogativo che pone Perilli: cosa può il linguaggio, la poesia? Cambiare, / usare belle e forti le parole? Giocarsele dentro? / Sorridere nel dramma, aver fede nel simbolo?

La prima parte di quest’opera si conclude con un omaggio a Fabrizia De Lorenzo, una ragazza appartenente alla cosiddetta “generazione Erasmus”, che era stata costretta ad andare via dalla sua terra perché lì non c’è lavoro. Proprio lei che dopo gli studi al Liceo linguistico Vico di Sulmona, la laurea triennale all’Università La Sapienza di Roma in Mediazione linguistico-culturali, la magistrale all’Alma Mater di Bologna in Relazioni internazionali e diplomatiche e un master alla Cattolica di Milano in tedesco per la comunicazione economica, aveva compiuto parte degli studi alla Freie Universität Berlin, scegliendo un percorso formativo orientato all’integrazione tra i popoli e alla lotta alla discriminazione, è stata vittima di un barbaro attentato a Berlino ad opera di un terrorista tunisino, legato al gruppo che portò a termine la strage sulla spiaggia di Sousse, in cui trovarono la morte trentotto persone: … La carne e il nulla: altro / di te non resta – ma ha sangue / caldo, estro giovane: l’operoso / curriculum, ed il sorriso fiero, / inestinguibile di ragazza moderna.

Su twitter parlava di immigrati come opportunità di cambiamento e si chiedeva: ‘L’Islam è compatibile con la democrazia?” Una fine tragica per una ragazza che su Twitter difendeva l’immigrazione e l’integrazione come valore di arricchimento sociale e che postava un’intervista del Corriere della Sera al sociologo e filosofo polacco Zygmut Bauman dal titolo: “Che errore sovrapporre il terrorismo all’immigrazione”. Fabrizia sognava un lavoro alle agenzie delle Nazioni Unite, o alla Farnesina. Aveva scelto di lasciare l’Italia in cerca di dignità. Rivolgendosi al Presidente del Consiglio, aveva postato una scena del film ‘La meglio gioventù’, che oggi risuona come un monito per tutta la classe dirigente italiana: “invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri!”.

All’epoca, ricevuta in anteprima la poesia di Plinio, scrissi immediatamente al vescovo di Sulmona: “Caro Mons. Angelo Spina, addolorato per la tragica scomparsa di Fabrizia, in quanto uomo, in quanto padre, in quanto italiano, ancora più beffarda se si pensa alla sua storia ed ai suoi studi e ideali, le trasmetto nel seguito una poesia del mio amico e poeta Plinio Perilli con preghiera di trasmissione alla famiglia della giovane. Non omnis moriar! Con devozione, Maurizio Lancellotti”; il monsignore mi rispose ringraziandomi ed informandomi che avrebbe presentato quanto prima la poesia alla famiglia.

 

Parte seconda

Alma Mater, Mater Matuta

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Può risanarsi e risanarci la ferita e il benessere del Paesaggio (Dentro il Paesaggio)

Qui Perilli narra la Madre che dà nutrimento ai figli, un nutrimento in questo caso dell’anima, lenendo il dolore.

Leopardi, mentre osserva dal suo terrazzo il Vesuvio che erutta, ergendosi minaccioso sopra gli uomini, canta la ginestra, pietà e speranza e accordo fra gli uomini, cosicché l’umanità possa continuare a esistere nonostante la lava intorno… Qui ginestre e papaveri vanno intesi come colori, laddove convertono la montagna al verde, mentre la roccia ha in premio il profumo / del giallo, baci ridenti di rosso.

Dentro il paesaggio prende il nome da una lirica dedicata a Fabio Zanzotto, figlio celebre del poeta Andrea (che in postfazione Perilli a ragione segnala come l’ultimo significativo del Novecento), docente all’Accademia di Belle Arti di Milano, il quale non a caso si è occupato di difesa dell’ambiente – nelle sue parole: grande risorsa non solo per la qualità della vita, ma anche elemento di sviluppo economico. Ecco, di nuovo, la “luce” che attraversa quest’opera: quest’abbraccio […] nomina Luce; strano cielo radioso dell’inverno / un volo che porta, arrischia in dono / solo luce […]

Il poeta sa che il dovere dell’uomo è quello di essere felice, come gli ricorda Albert Camus, e che la poesia viene / sempre dopo, se giunge: o forse nasce / da molto prima, c’è sempre stata e poi / in un attimo se ne scappa via, ci saluta / e ci bacia…

Perilli ricorda il nonno che gli spiegava il funzionamento d’un gazometro, ciò che oggi rappresenta un monumento d’archeologia industriale, e che invece un tempo serviva il gas di città, poi utilizzato per usi domestici così come per l’illuminazione della città: Ora è alto, è salito, e significa / che è pieno! […] Ferro, tralicci e làmine: / immobile una seconda Arca di Noé […] Ma il Futuro per fortuna ci raggiunge / e ci supera e allora il gazometro diventa metafisico Tempio / irredento… Non restano radici, bensì solo rimorsi, attese, nuvoloni grigi che un tempo / noi chiamammo Storia…

“Tromba d’aria su Verbania: feriti, piante abbattute, danni. All’arena a Pallanza una donna è rimasta schiacciata dalle lamiere di un camper”. Così titolava un articolo dell’epoca (siamo nel 2012). I giardini di Villa Taranto, oasi affranta di Verbania, subirono danni per 8 milioni di euro. Villa Taranto (e la contigua Villa San Remigio) furono letteralmente devastate. Un terzo degli alberi, parte dei quali secolari, furono abbattuti. Il giardino botanico, uno dei più rinomati al mondo, fu praticamente distrutto. Questa calamità naturale fu provocata da venti oltre i 110 chilometri all’ora e piogge molto intense e concentrate – un po’ come accade ormai ovunque in Italia negli ultimi anni… Perilli immagina l’evento come una Guerra Verde dove il verde / perse ma in fondo non fu sconfitto. Presto tornerà Prosèrpina alla luce a dirsi primavera. Nonostante la drammaticità dell’evento, il poeta intravede – di nuovo! – la luce e preannunzia la pace che sta tornando…

Natura è anche quella animale, nel ricordo di una parabola d’inciviltà, quella dell’orsa uccisa per aver aggredito un uomo nel 2017: ma come non ricordare, ad esempio, quanto avvenuto due anni dopo in Alaska, quando una mamma e i suoi cuccioli che dormivano abbracciati sono stati uccisi da cacciatori che sparano e sghignazzano, mentre uccidono prima la madre e poi i cuccioli che piangono. La vera bestia, si sa, è l’uomo che uccide per sano / hobby ecologista, in tuta e scarpe da trakking.

E’ il 4 febbraio 2012, a Roma torna la neve e un pettirosso si fa strada nel giardino di Perilli: non c’è dolore in cielo / tu lo salvi quaggiù.

 

Importanti le amicizie, specie tra poeti e artisti (sempre in verità più rare); i compagni di strada. Le acquisizioni, i traguardi dell’arte, tagliati comunque sempre in vece e a nome di tutti.

In amici artisti & poeti si parte da un omaggio ad Amelia Rosselli, poetessa che ha fatto parte della c.d. generazione degli anni Trenta. La morte del padre (il famoso patriota Carlo Rosselli, ucciso nel 1937 in Francia, dov’era esule, rifugiato politico, da emissari fascisti, assieme al fratello Nello), e altre drammatiche vicende biografiche le causarono ricorrenti esaurimenti nervosi (la diagnosi, mai accettata, fu di schizofrenia paranoide: così chiedevi pace, mimavi tregue – più profonde / e taglienti del proprio Io ospedaliero […]). Ma su tutto, anche sulla morte/suicidio, vince l’arte, la Musica concede spazi e fulcro, sillabe e gangli, / visioni – per rapirti d’Altrove, consolarti atonale…

Seguono il ricordo di Dario Bellezza (la chiacchiera ti abitava, / solforosa, briosa, bigliosa), Elio Pagliarani (non dire anche tu che l’arte non c’entra col tempo), il poeta giapponese Kikuo Takano (il Nulla/Tutto / ambasciatore di trasparenza), Valentino Zeichen (aedo ammutolito ma sempre eroico), Nina Maroccolo, compagna di Perilli, lieta dipintrice (l’anima candida sei tu, trasparente / d’ogni colore), l’artista statunitense, d’origine estone, Mark Kostabi (non è la giustizia che è cieca, ma / la nostra fede, se cede e si rinnega).

Certo, però, che Il terremoto non è cattivo! … Come in sé e per sé, non lo è neanche il virus pur di un’infausta e flagellante pandemia.

 

Il terremoto non è cattivo, ma suscita interrogativi e inquietudini sempre identiche: perché sotto le macerie una sorellina finisce fra i sommersi e un’altra fra i salvati? E poi, si sa, la pena è di chi resta:

Giorgia saprà accettarlo?, d’esser rimasta

anche a nome dell’altra – in un pianeta dove

ogni uomo o donna deve accettare che la vita

non si piega – accade e basta, finché dura.

Il titolo prende spunto dalla dura ammonizione del Vescovo di Rieti, Domenico Pompili: non uccide il sisma… Uccidono le opere dell’Uomo…

Dio, se c’è, è davvero ovunque, anche / fra i morti e le macerie […]

E Cristo diventa / adesso tutti quei corpi, anch’essi ora in fondo / crocifissi al destino, redenti verso l’Ignoto.

E poiché è all’uomo che dobbiamo volgere lo sguardo, prima che al Dio (se è vero – per tornare alla riflessione del vescovo – che il terremoto in sé crea piuttosto la vita, per quanto paradossale possa apparire ad una prima lettura), perché è l’uomo che con la sua brama dell’oro fabbrica case scadenti che vengono giù al primo colpo, Perilli non poteva non ricordare anche il ponte di Genova: forse quel ponte è la nostra Storia / vista, periziata dall’alto – che crolla / perché non sta più in piedi, anche così / pesante e geniale di progetti, fa sfollare / le case, sfratta gli umili per strada.

 

Finis Terrae è il Cielo continua la mia predilezione per le Preghiere Laiche. E un vero Credo irenista.

Finis terrae è il cielo, quindi il nostro mondo ha per confini l’immensità…

“Io sono laico nel senso di fedele che non ha perso i voti, e sento il bisogno di riappropriarmi di una poesia spirituale che non sia però spiritualistica. Faccio una poesia che riguarda la mia anima e che è l’espressione dei miei dubbi, delle mie ferite esistenziali”, ebbe a confessare Perilli.

Nina, la sua com-pagna (nel senso letterale: colei che divide il pane), ha un brutto male, come suol dirsi quando non si vuole nominarlo, e allora non ci pensa due volte: si taglia i capelli a zero, piuttosto che vederli cadere. La sua è una oncologica battaglia cui Plinio assiste ammirato. Nulla possono le forbici di fronte agli occhi del cuore: resti donna / e bella. La chemio è tremenda, ma il veleno salva, quindi occorre assumerlo… Ma il FinisTerrae / è il cielo, è gioia […]

“Eclissi totale” è dedicata ad Alfredo De Palchi, amico transgenerazionale, di cui Perilli ricorda NIHIL, dove De Palchi dialoga in prosa poetica con la morte, togliendole ogni spazio di risposta, occupando entrambi i registri di dialogo, fissandole con arroganza perfino una data di avvento: “decenni prima della scienza previdi 120 anni di angoscia biologica che ragiona di poesia a me che le intuisco lunga vita invocandola…”.  All’eclissi naturale fa da eco quella morale dell’uomo, nella drammaticità degli attentati terroristici – tellurica Eclissi / totale che si rifrange dentro, ti prende e forse / ti contamina, in pensieri parole opere e omissioni. Secondo Perilli, l’eclissi di De Palchi è stata la guerra: ti tolse / il Sole, abbacinandoti col buio di una Luna che / invece tu sognavi bianca, / pura sposa di Poesia.

C’è spazio, sul finire, anche per il corona-virus, capace di cambiare la prossemica, ossia la distanza da interporre fra sé e gli altri: niente più abbracci, / virili, complici, amicali, sensuali…

Titola un giornale: Irene, guardia medica di Sanremo: “Io, falso negativo di coronavirus”. E’ tornata al lavoro dopo un mese di stop per polmonite bilaterale interstiziale: «Il mio è un caso strano. Ho avuto contatti certi con persone positive senza adeguati dispositivi» Perilli le dedica una preghiera laica al Covid 19: si può pregare, scongiurare un microbo? […] Trasponiti dunque buono, avvieni in noi / sano e giusto, muta e torna batterio / diligente […] Sii rametto d’ulivo, scoria e verde brillìo.

L’infinito a pezzi confessa un disperato bisogno di credere nella Scienza, ma insieme di diffidarne […]

L’infinito a pezzi mi sembra un omaggio poetico e amoroso di Plinio all’amata Nina, un dono che non può essere posseduto, ma solo accolto; un essere per metà prigioniero in sembianza umana e per metà alata/angelica, cui è dedicata una riflessione sull’uomo che cerca altri mondi possibili da noi lontanissimi, perché evidentemente il nostro sembra non bastarci più – ma un’altra Terra io no, non la voglio!, ammonisce il poeta, perché questa Terra ci basta, ma diamole ascolto, anzi / rispetto.

Cosa resta oggi al poeta e alla sua amata, come a tutti noi, se non un infinito a frammenti, mere ipotesi… Questo infinito, che non può darsi se non per negazione, è il bisogno nostro d’una / Realtà Sognata, lenita immagine e somiglianza. I frammenti che restano sono i ricordi del primo incontro, del primo bacio. La vita è qui, malata d’infinito.

La conclusione (provvisoria) è questa: dentro l’Uomo è la luce, e noi dobbiamo / solo capirlo e attendere…

 

Conclusioni

In un articolo apparso nel giugno del 1995 su Avvenire, allorquando il nostro vinse il premio Montale con “Preghiere di un laico”, Plinio Perilli spiega: “Io credo che poesia sia avere una circolazione unica, sia affrontare i temi civili anche con tenerezza, sia potersi confessare e sia quindi individualistica, però all’interno di un mondo che ci riguarda e ci contiene”. E qui davvero abbiamo un Poeta a tutto tondo, al contempo d’amore e civile!

Lasciamo al Poeta la spiegazione circa l’origine, il senso e la natura di questo suo componimento.

Ho cominciato a scrivere – e via via immaginare, poi architettare, concretare – Museo dell’Uomo nell’ottobre del 1994. Dedicai a mio Padre, ormai vecchio, lucidissimo nella memoria lunga, quella storica, ma intermittente in quella corta, diciamo quotidiana, contingente, un poemetto, Padre rinatomi, che neanche un mese dopo, quando scomparve a 92 anni (classe 1902), doveva rivelarsi il mio gesto d’addio.

[…]

Ho costruito questa raccolta di poesie e poemetti civili con la certezza e il bisogno di una lirica che non fosse più solo arzigogolo testuale, o performance sperimentale, ma neanche elegante avvitamento di stile, manierismo alchemico-intellettuale, esercizio post-ermetico o peggio smielata effusione romantica. Poesia (e pulsione – conosciamo Freud) assolutamente moderna: dettame in verità scontato, dopo la parabola irriverente e i lampi fatati di Rimbaud; ma comunque in strenua ricerca, se non archeologica, emotiva, delle nostre radici culturali, delle nostre vestigia profonde, ineludibili.

[…]

Era tutto un Museo – questo pensavo – un Museo vitale e vivente, ma coi calchi esatto di quello che era già stato o sarebbe presto stato: in un archivio egualitario, simmetrico, stupefacente e costipato, mirabolante e melanconico, di progetti e ricordi … almeno in pari misura.

“Museo dell’uomo” era ed è ancora, per me, il senso, il conforto dinamico, infibrato e cadenzato, di una poesia ininterrotta (beh, già lo auspicava Eduard, i surrealisti!): di più, interconnessa, si direbbe oggi – in tempi d’iper-testi precipui. Ma in fondo una lirica spesso riesce a esserlo, sinestetica com’è fra tono lessicale e musicalità del ritmo, visività del dettato, salmodiare etico, etc.; una lirica a tratti effusa, a tratti sliricata, gnomica e spesso tagliente, più intima che cronachistica, ma di vasta prolusione e sorvolo.

Di questa importante raccolta mi ha colpito, in particolare, la meravigliosa figura dell’Adamo disteso. L’etimologia riporta a un nome collettivo, indicando la specie umana, l’umanità, quella che Perilli canta nella sua opera e di cui istituisce il suo museo; ma sta anche ad indicare il singolo individuo, quindi Adamo, colui che è stato creato, la creatura di Dio, che origina dalla terra: adamah –  e che è stato ricreato da Manzù nella sua statuetta in oro che Perilli commosso ha tenuto fra le sue mani.

Forse io da sempre, disteso, attendo di nascermi:

uomo, corpo già grande come un eroe del Nulla,

atleta d’ogni giorno: e troverò forza, materia,

proprio da questo fango, fino a mutarlo in oro…

Dio ha dunque creato Adamo dal fango. Proprio come Perilli, che dal fango della parola ha fabbricato l’oro di questa sua ultima fatica letteraria, covata nei lustri.

Si tratta, a ben vedere, di uno fra i più significativi testi di poesia italiana – a mio giudizio il maggiore – del periodo in cui è stato composto, vale a dire dai primi anni Novanta del secolo scorso fino a questo scorcio di nuovo secolo e di nuovo millennio – stendendo, appunto, un velo pietoso su molta della poesia che è stata “prodotta” a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, come a ragione Perilli segnala in postfazione: né stigmatizzeremo, viceversa, l’inesauribile – spesso – vaniloquio disperso, lo sperperìo narciso di quegli anni Novanta, che fallirono ancora, in realtà, ogni sincero appuntamento col Nuovo: né meno ancora evocheremo la produzione, scombiccherata alquanto, ammettiamolo, del ventennio successivo; che ha messo a fuoco, diciamolo, il disastroso avvio del nuovo secolo e millennio.

Maurizio Lancellotti, Dicembre 2020

***

Plinio Perilli (Roma, 1955) ha esordito come poeta nel 1982, pubblicando un poemetto sulla rivista “Alfabeta”, auspice Antonio Porta. La sua prima raccolta è del 1989, L’Amore visto dall’alto (Amadeus), finalista quell’anno al Premio Viareggio), ristampata nel 1996. Seguono i racconti in versi di Ragazze italiane (Sansoni, 1990, due edizioni, Premio B. Joppolo). Chiude una sorta di trilogia della Giovinezza con il volume Preghiere d’un laico (Amadeus, 1994), che vince vari premi internazionali: il Montale, il Gozzano e il Gatto. Petali in luce, una sorta di diario lirico condensato e sublimato in 365 “terzine”, è uscito nel 1998, presentato da Giuseppe Pontiggia (Amadeus). Recentissimo, il suo “canzoniere d’amore” Gli amanti in volo (Pagine, 2014), che comprende poesie e poemetti dal 1998 al 2013. Una raccolta antologica delle sue poesie, Promises of Love (Selected Poems), è stata tradotta in inglese da Carol Lettieri e Irene Marchegiani, ed editata a New York nel 2004 presso le Gradiva Publications della Stony Brook University. Nel 2011 il suo poemetto L’Aquila, sorvolandosi, dedicato al tragico evento del terremoto del 6 aprile 2009, ha vinto il Premio Internazionale Scanno per la Poesia. Come critico si occupa specialmente di convergenze multidisciplinari e sinestesie artistiche (Storia dell’arte italiana in poesia, Sansoni, 1990), nonché dell’insegnamento della poesia ai giovani e nelle scuole (La parola esteriore. I nuovi giovani e la letteratura, Tracce, 1993; Educare in poesia, A.V.E., 1994). Del 1998 è un grande studio antologico sul ‘900 italiano in rapporto all’idea di Natura (Melodie della Terra. Il sentimento cosmico nei poeti italiani del nostro secolo, Crocetti, 2ª edizione 2002). Collabora a numerose riviste e ha curato molti classici, antichi e moderni, dal “Canzoniere” di Petrarca alle liriche di Michelangelo, dai “Taccuini futuristi” di Boccioni alle poesie di Carlo Levi, dagli scritti di Svevo su Joyce a “Inventario privato” di Pagliarani e “Variazioni belliche” di Amelia Rosselli.  Un suo vasto e intrecciato repertorio sui rapporti fra il Cinema e tutte le altre arti: “Costruire lo sguardo”. Storia sinestetica del Cinema in 40 grandi registi (Mancosu Editore, 2009), ha reso finalmente omaggio a tutte le magiche corrispondenze e i più fantasiosi sodalizi espressivi, che intrecciano e irradiano, insieme, l’ispirazione e l’immaginario. A seguire, il volume di scritture e memorie testimoniali RomAmor (“Come eravamo 1968-2008”), edito nel 2010 presso le Edizioni del Giano, tutto dedicato al rapporto fra Roma come entità ed amalgama letterario, e i grandi numi tutelari della seconda metà del ’900, fino ai nostri ultimi anni: da Gadda a Moravia, da Flaiano a Pasolini, da Amelia Rosselli a Dario Bellezza, etc. Ha tenuto numerose conferenze, presentazioni e prolusioni presso le maggiori università italiane ed americane.

 


2 risposte a "Plinio Perilli, Museo dell’uomo. Poesie e poemetti (1994-2020), con una nota di Giulio Ferroni, ed. Zona 2020. Lettura di Maurizio Lancellotti"

  1. Un libro importante, di sostanza e incanto, che sto leggendo piano piano.. Museo dell’uomo, luogo dove avere cura, conservazione e manutenzione della Storia, piccola e grande, di cui tutti siamo parte, anche di quest’uomo millenario smarrito e impaurito, colpevole e redento. Anche la coppia di Naga in copertina sembra sgomenta e smarrita, ma così unita nell’incrocio delle braccia, come noi ancora sempre in cerca dell’altro, di luce e di bene come questi versi cristianamente laici ci dicono e ci rammentano…

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  2. Grazie a questo testo ricco e sfaccettato che fa entrare da un ingresso laterale poi centrale poi piano nei corridoi del libro e fa cogliere quella percezione che assapora e stimola la lettura.
    Inizierò presto a leggere “Museo dell’uomo”; è già a casa!
    Molto interessante il titolo e la volontà di tracciare un museo che parli dell’uomo come conquiste, “umanità nel suo insieme e nella sua evoluzione, a partire da Adamo”, rivoluzioni, morti tragiche, studentesse, battaglie, amicizie e amori, ricordi e storia che s’incarna.
    Un viaggio con le persone, nei luoghi che si personificano e il moto che diviene circoscritto al museo ma nel tempo, nelle emozioni e si dilata espandendosi e prendendo volume.
    La penna scorre fervida quando prende la piega dell’autore che esprime cosa meglio conosce e desidera dipingere in versi: poesia d’amore poeta civile. Cultura e abissi che scavano a mostrare il sale della vita nella luce della preghiera e dell’amore. Ho pensato a Ulisse che vaga poi a Dante con Virgilio e poi no, ad una cosa nuova dove gli strati divengono di coscienza e si assolvono in una riflessione sul grande viaggio dell’umanità nel suo progredire, vivere, soffrire, morire, accogliere, sempre amare.
    Grazie Plinio per questo libro che porta a porre attenzione e uno sguardo acceso sull’uomo come insieme, sulla forza dell’unione e di cosa unisce e potenzia e di cosa distrugge, grazie per questa lente che è maturata negli anni e ha assunto spessore, grazie per il tuo lavoro, per la tua dedizione, per il vento che ti guida a parlare della umanità con una fiducia che si svela vivace. Grazie per sensibilizzarci a vederci come umanità collegata tutta in secoli di vita annoverando a ciascuno il personale compito verso il proprio tempo di vita.
    Che sia un successo Monica

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