Maurizio Manzo: Divoc (fine)

by m. manzo

DIVOC

7

Mentre volteggio sulla terrazza penso sia un privilegio questo mio nuovo stato.

Ho fatto giusto in tempo a lasciare la porta d’ingresso aperta e a mandare un messaggio a Tiziana con tanta difficoltà nel premere sui tasti e comporre una semplice frase: “appena puoi vieni, c’è la porta aperta, in me e per me non cambierà niente.”

Questi giorni scorsi ho fatto un sogno da cui non mi sono svegliato che all’alba di questa mattina, la morte di tre ragazzi senza che se ne capisse la motivazione. Quando mi sono svegliato, ero sporco di sangue e avevo dei graffi sulle braccia, però avevano incominciato a spuntarmi delle unghie a mo’ di artiglio molto piccolo già da qualche tempo.

Era una cosa che mi aspettavo dovesse succedere, non conosco la causa, però l’ho capito da quando ho iniziato a sentire la necessità di dormire a testa in giù proprio come loro, i pipistrelli.

Sento la voce di Tiziana che mi chiama che chiede permesso per entrare; le ho lasciato un biglietto sul mobile d’ingresso: “sono nella camera da letto dei miei genitori.”

“Divoc, ci sono poliziotti dappertutto, hanno trovato un uomo con la testa fracassata al primo piano, non ti sei accorto di nulla?”

Sento che è sempre più vicina e non riesco a immaginare quale potrà essere la sua reazione; stupore, terrore, incredulità, panico, tenerezza, pietà.

Tiziana entra molto lentamente, io mi muovo buffamente sulla spalliera del letto dei miei genitori, larga trenta centimetri e poco più alta del materasso; non riesco a evitare di lasciare cacheta dietro i miei piccoli passi.

Da qualche settimana i corpi dei miei genitori hanno smesso di puzzare e di decomporsi; sono morti il giorno del mio diciannovesimo compleanno, sembrava che un eccesso di felicità li avesse levato il respiro e li ho lasciati in questa loro felicità. Non ero pronto a lasciarli andare e più volte ho avuto la sensazione che fossero contenti di stare ancora tra le loro cose e le luci abituali.

Penso e non so se lo spero, che appena Tiziana mi guarderà negli occhi, negli occhietti, mi riconoscerà; mi sento in colpa a lasciarle questo fardello, trovare i miei genitori morti chiusi in questa stanza con un pipistrello non è quello che uno si aspetta da un semplice messaggio in cui una persona cara ti chiede di raggiungerlo.

“Divoc! Divoc! Dove sei, cos’è successo?”

Tiziana si piega sulle ginocchia e tenta di trattenere il vomito.

Io vado avanti e indietro sulla spalliera del letto, a volte salgo sulla testa di mia madre e poi su quella di mio padre, cerco di farle capire che sono di famiglia, che sono la mia famiglia e io sono il suo Divoc; vorrei saltarle addosso per tentare di abbracciarla, probabilmente si spaventerebbe correndo via.

Sono pur sempre un pipistrello, ora, posso pensare di meritare qualche carezza senza pretendere di riceverle. C’era un ritmo che battevamo con le mani sulla muraglia dove ci sedevamo la sera a guardare la città da un belvedere, era il nostro ritmo non una vera canzone un suono interno; ora cerco di riprodurlo con la parte delle ali con cui cammino sulla spalliera del letto dei miei genitori, immaginando che possa riconoscerlo e guardarmi senza ribrezzo.

Tiziana si solleva e tocca i piedi di mia madre: “Signora Gemma, signor Arduéss, che vi è successo? E dov’è finito Divoc?”

Poi pone attenzione al ticchettio che con tanta fatica cerca di riprodurre il nostro ritmo e di colpo mi guarda, ancora diffidente e sconvolta però meno spaventata.

“Divoc? Sì, sei Divoc! Perché sei così, com’è possibile?”

C’è troppo silenzio e nessuno può rispondere a Tiziana. Si avvicina alla finestra parlando a voce alta, ormai certa che sto a sentirla; “ora apro l’avvolgibile così se sto impazzendo, tanto da pensare che tu sia diventato un pipistrello, potrai scappare e cercare un altro luogo dove appenderti, altrimenti bisogna piegarsi e vivere questo strano destino.”

Sul comò c’è un foulard che usava mia madre, Tiziana lo prende e me lo sventola addosso spingendomi verso la finestra.

“Sciò! Sciò! Vai fuori!”

Riesco a distinguere perfettamente il profumo della pelle di mia madre e distinguo l’odore del detersivo usato per lavare il fazzoletto, questa è una cosa nuova per me, mi sembra di avere acquisito come un super potere, perché prima non avrei sentito oltre il profumo che usava abitualmente; mentre Tiziana cerca di capire cosa sono diventato, io apro le ali e abbraccio prima mia madre avvolgendo completamente il volto scarnificato e poi mio padre, togliendo ogni dubbio a Tiziana che si accascia di nuovo.

“È ora? Controlleranno tutti gli appartamenti per l’omicidio del signore del primo piano, quello che dicevi che era un uomo dall’anima scema, e io sono qui con due cadaveri e una metamorfosi che mi porterebbe dritta in qualche centro d’igiene mentale…”

Volo sopra la spalla di Tiziana che mi bacia il naso e delicatamente cerca di abbracciarmi; intanto si sente bussare alla porta, attraversiamo l’andito mentre dice “Non apro! Semplicemente non apro!” e faccio un giro intorno alla sua testa come a dirle che sono d’accordo con lei. Mentre fuori alla porta insistono e bussano sempre più forte.

“Qui abita una coppia di anziani con un figlio molto giovane, forse arrivato tardi, ma è un po’ che non si vedono, ora che ci penso anche Divoc, così si chiama il figlio, non lo vedo da un bel po’”

Riconosco la voce del signor Cadoni, il marito della signora Angela, che parla con alcuni poliziotti che stanno interrogando tutti gli inquilini del palazzo. Tiziana si allontana lentamente dalla porta, non c’è nulla che dia segno di presenza all’interno dell’appartamento.

Come si allontana dalla porta si forma una sorta di buio che sembra seguirci come a proteggerci. La osservo che indietreggia decisa, senza tentennamenti, poi parla molto piano, quasi tra sé e sé di quello che sarà “non si parla che di questo, caro Divoc, che la cassa toracica di ognuno di noi, diventerà la sola stanza in grado di accoglierlo e di custodire la propria famiglia.”

Rientra nella camera da letto dei miei genitori, chiude la porta e la finestra e anche lei comincia a sentire quel suono strano, un suono che sembra guidarla.

Divoc 1 e 2

Divoc 3 e 4

Divoc 5 e 6


3 risposte a "Maurizio Manzo: Divoc (fine)"

  1. Il finale è una nuova partenza, il suono ha completato il suo processo di trasformazione, tra un Dracula casalingo e una metamorfosi di Kafka, d adesso riprende un nuovo ciclo con una nuova persona.

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