Zebù bambino di Davide Cortese, nota critica di Pietro Romano

Zebù bambino di Davide Cortese (Terra D’Ulivi 2021, collana «Deserti luoghi» a cura di Giovanni Ibello) traspone il discorso poetico entro un immaginario linguistico nel quale la figura-protagonista, Zebù bambino, assume, nei confronti della parola, una funzione liminare. L’ironia che fin dal titolo dissimula questo particolare procedimento linguistico (Zebù bambino suona come una parodia di Gesù bambino, ottenuta con un effetto di sostituzione antitetica tra due opposti) rende la parola poetica luogo privilegiato di rovesci e catarsi. Nella raccolta di Cortese, la versificazione, tramata da rime e figure di suono e caratterizzata dalla scelta di forme brevi, perlopiù quartine, assume il ludus linguistico come valore sacralizzante intorno a cui fare orbitare la lacerazione stessa del linguaggio:

Nei suoi lascivi giochi
si accompagna a dannati rei
che sebbene lo conoscano
chiedono “chi sei sei sei?”

Dissimulazione e finzione figurano infatti come strumenti di conoscenza dei quali Zebù può servirsi per ingannare «il tempo a dadi, tempo di cui è ancora impossibile dire» e con i quali può contendere all’imago paterna il potere sull’indicibile della soglia:

Ali nere d’angelo randagio
ha sul dorso Zebù bambino.
A dadi inganna il tempo malvagio
il signor Mefistofele piccino.

E ancora:

Accende mille fiammiferi nella notte
Si brucia il ciuffo e le scarpe rotte.
Brucia un nome scritto su una nave.
Brucia la porta per far cadere la chiave

Il dio cattolico è un dio cannibale che divora i figli attraverso l’affermazione della propria legge e la negazione del desiderio. Padroneggiare la dissoluzione significa per Zebù non solo la possibilità di detronizzare il padre ma anche di stravolgere all’infinito le fondamenta del linguaggio. È bruciando la porta per far cadere la chiave che ha luogo la rifondazione stessa della poesia e l’abdicazione alle leggi di vita e morte attraverso cui si esercita il logos:

Piace la cioccolata
al piccolo demonio
non dividere in sillabe
la parola abominio.
Vuole il gesso nero
per scrivere alla lavagna.
Manda al cimitero
la maestra che si lagna.
Non vuole  saperne d’ a, e, i, o, u.
Ama la ricreazione
il piccolo Zebù.

A tal proposito, Tarantino scrive:

Zebù, satira – satiro – della parodia, che dà fuoco agli angeli perché anneriscano, che «Tira le trecce a Maria, sua madre» giocando alla storia di Cristo tentando – attentando – la soglia, lo strano nesso, tra volontà e immaginario («Vuole un sole che non sia giallo./  Vuole andar piano ma arrivare presto/ accendere la luce per vedere il buio pesto»), è la figura di una ninna-nanna che buca il paradosso: che lo buca – e, per questo, vi si sottrae – proprio perché proviene da quel punto in cui il conflitto fugge dalla forma che gli abbiamo attribuito e fuggendo – slittando – indica un’altra via, qualcosa come un torrente appena sotto la struttura, annuncia una ricreazione, («Non vuole saperne d’a, e, i, o, u./ Ama la ricreazione/ il piccolo Zebù») l’inizio di un’altra Settimana e di un Giudizio ancora dove il linguaggio finisce di iniziare e non inizia – ristabilendo e dissimulando continuamente questa stessa simmetria – mai a finire. Come nella pseudocabala di Zanzotto («dài baranài tananài tatafài,/ sgorlemo i sissi missiemo i sonai»)8  il linguaggio si fa factum loquendi, mero-fatto che si parli. Zebù, angelo del logos – e del logos stravolto, guarda l’Abgrund e ripete più volte e tentennando, come un rito che non riesce a ricordare, Nir-Garten: può parlare ancora, e ancora può morire. Come coloro che «Dall’abisso tendono mani / che già non si vedono più»

Complementare a questo disegno è l’imago materna come figura del desiderio e del possibile, di cui Zebù percepisce l’assenza e invidia al fratello Gesù affetti e attenzioni:

Gioca ai dadi con
le bambole
il piccolo Zebù.
A una ha dato il nome
della madre di Gesù.
Tatua fiori di melo e serpenti
sul seno di plastica di Maria.
Poi rosicchia quel seno coi denti.
Succhia il latte che finge vi sia.

È dunque importante rilevare la presenza di metafigure e rappresentazioni archetipiche per approfondire la psicologia di Zebù bambino. Fingere di succhiare del latte dal seno di plastica di una delle bambole soprannominate con il nome di Maria costituisce l’indizio chiaro di una ferita vissuta anzitutto come scisma da un’archè che toglie sacralità alla propria stessa esistenza. E infatti:

Quando in petto lo strugge
un arcano bisogno d’amore
va a rubare all’emporio del gobbo
un lecca lecca a forma di cuore.

Il ludus ritmico-musicale attraverso cui i versi ribattezzano Zebù alla vita emblematizzandolo come figura della conoscenza diviene un modo attraverso cui il linguaggio può rifondare sé stesso e volta per volta riplasmare la forma. L’ordito della versificazione, dietro la quale si cela un omaggio alla scrittura poetica di Gabriele Galloni, pare rispondere a questi criteri interpretativi disvelando nel piccolo demonio un morboso bisogno d’amore e di chiarificazione:

Sbircia dalla serratura
il piccolo Zebù.
Guarda intrecciati e nudi
i genitori di Gesù.

Ciò che appartiene all’oscurità è nel dogma che si fissa in legge, non già nel buio pesto attraverso cui si dispiega la tensione verso il mistero:

Vuole la giostra con un solo cavallo.
Vuole un sole che non sia giallo.
Vuole andar piano ma arrivare presto
accendere la luce per vedere il buio pesto.

Nella rappresentazione di Cortese, Zebù figura quasi come un doppelgänger di Gesù, incarnazione irrevocabile di uno scisma archetipico che può essere sanato solo riconciliando il desiderio alla forma:

Diventerà un bel giovane
il piccolo Zebù.
Presto farà breccia
nel cuore di Gesù

Zebù bambino va pertanto letto come esempio di metapoesia attraverso cui il poeta sottintende una precisa rappresentazione dell’esperienza poetica come momento deputato alla conoscenza. Solo rovesciando ogni paradigma precostituito, appare possibile riedificare la forma e far così cadere le chiavi che sviliscono il desiderio subordinandolo alla legge e alla colpa.

Pietro Romano

*Zebù-bambino-

.

Qualche domanda all’autore:

D.E.B.: leggendo l’agile e sorprendente poemetto, godibile in ogni sua scalpitante sorpresa, pagina dopo pagina, immersi nella felice ironia che non si sfalda nemmeno nelle situazioni più drastiche in cui Zebù si rende protagonista, si ha l’impressione che i versi siano stati scritti da un avvocato che lo abbia particolarmente a cuore. Chi è davvero il piccolo Zebù e da cosa nasce l’esigenza di raccontarne le gesta?

D. CORTESE: Zebù siamo noi, col nostro volto oscuro. È l’umano capace del male ma bisognoso del bene. È la nostra tenebra che chiede amore. Accoglierla – non rinnegarla – è una necessità, forse proprio quella che mi ha spinto a scrivere di questo piccolo demone.

*

D.E.B.: vuoi raccontarci qualcosa sulla dinamica della costruzione del progetto?

D. CORTESE: La verità è che Zebù è nato di getto, dall’idea del titolo “Zebù bambino” che mi invitava a immaginare l’infanzia del diavolo. L’ho scritto tutto in una sera d’estate nella mia Lipari.

*

D.E.B.: c’è la possibilità di un seguito? Hai ipotizzato di scriverne ancora prendendo in esame un’età evolutiva successiva?

D. CORTESE: Sì, l’idea c’è e mi entusiasma, ma sono nati spontaneamente solo pochi versi. Se arriveranno nuove visioni sarò pronto ad accoglierle.

***

Davide Cortesefoto di Manuela Marotta

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata ES (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi: Babylon Guest House (Libroitaliano) Storie del bimbo ciliegia (Autoproduzione), ANUDA (Aletti. In seguito ripubblicato in versione e-book da Edizioni LaRecherche.it), OSSARIO(Arduino Sacco Editore), MADREPERLA (LietoColle), Lettere da Eldorado (Progetto Cultura),  DARKANA (LietoColle) e VIENTU (Poesie in dialetto eoliano – Edizioni Progetto Cultura). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line. Nel 2004 le poesie di Davide Cortese sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte di racconti: Ikebana degli attimi (Firenze Libri), NUOVA OZ (Escamontage), del romanzo Tattoo Motel (Lepisma), della monografia I MORTICIEDDI – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana ( Progetto Cultura), della fiaba Piccolo re di un’isola di pietra pomice (Progetto Cultura) e di un cortometraggio, Mahara, che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO nel 2004 e all’EscaMontage Film Festival nel 2013. Ha inoltre curato l’antologia-evento YOUNG POETS * Antologia vivente di giovani poeti, GIOIA – Antologia di poeti bambini (Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto Cultura) e VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni (Escamontage).

***

Pietro Romano (Palermo, 1994) si è laureato in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi su Nino De Vita. Ha pubblicato due raccolte poetiche, dal titolo Il sentimento dell’esserci (Rupe Mutevole 2015) e Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo 2018) Collabora con varie riviste, cartacee e online, tra cui Steve, L’Ottavo, Inverso-Giornale di Poesia. I suoi versi sono stati tradotti in russo («Мой дом — до молчанья», “La mia casa è prima del silenzio”, Free Poetry 2019, con prefazione e traduzione di Olga Logoch, collana di poesia italiana a cura di Paolo Galvagni, traduzione di Fra mani rifiutate), greco, catalano e spagnolo, e inseriti nell’antologia Le parole a quest’ora (Free Poetry 2019, a cura di Paolo Galvagni). Case sepolte (I Quaderni del Bardo 2020, con prefazione di Gian Ruggero Manzoni, postfazione di Franca Alaimo e disegni di Angela Catucci) è il suo nuovo lavoro.


Una risposta a "Zebù bambino di Davide Cortese, nota critica di Pietro Romano"

  1. “(…) Zebù figura quasi come un doppelgänger di Gesù, incarnazione irrevocabile di uno scisma archetipico che può essere sanato solo riconciliando il desiderio alla forma (…).”

    ho tanato un evidente errore di battitura nel commento di Pietro Romano: manca un ta in sanato. lo scisma archetipico può esser satanato solo riconciliando desiderio e forma, così da accogliere non solo visioni, ma pure divisioni. e allora viva zebù bambino! viva e cresca dandoci la spinta a scrivere, oltre che “di questo piccolo demone”, di altri grandi demoni.
    augh. ho detto per un attimo e ora torno (a non esistere).

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