Monica Baldini: Made in New York – Keith Haring and Paolo Buggiani, la vera origine della Street Art

CERVIA –

Mi piacerebbe portarvi idealmente in visita alla mostra di Cervia presso il Magazzino del Sale.

La mostra si chiama MADE IN NEW YORK – KEITH HARING (SUBWAY DRAWINGS) PAOLO BUGGIANI E LA VERA ORIGINE DELLA STREET ART.

Iniziò tutto nella seconda metà degli anni Settanta in un luogo speciale chiamato New York. Nacquero qui le radici di un fenomeno urbano che è stato codificato con il nome di Street Art. Due parole che i benpensanti credevano inconciliabili, convinti che l’arte crescesse al chiuso di gallerie e musei o che, all’aperto ci fosse spazio esclusivo per fusione in bronzo e marmi giganti.

Quei dubbiosi dimenticavano la militanza ideologica del Sessantotto, i moti studenteschi, la rivoluzione culturale e sessuale, la trasformazione delle città in agglomerati complessi, la genesi di nuovi antagonismi. Venti ed eventi che concorrevano alla trasformazione degli spazi urbani in teatri performativi e superfici espressive. L’arte concettuale aveva finalmente liberato le idee dal vincolo della cornice e alcuni sconosciuti dirigevano le azioni sulla strada, sui marciapiedi, sugli edifici in rovina, sui luoghi da abbattere, sui cartelloni pubblicitari, davanti ai palazzi del potere, sui vagoni della metropolitana… Artisti di varia provenienza, ospiti temporanei di una New York in cui stava esplodendo il fenomeno Hip-Hop, si ritrovavano assieme dentro i pier sul fiume Hudson, tra le macerie e i loft di Soho, nei vari sud di Manhattan, su punti in ferro e stazioni sotterranee, dovunque ci fosse lo spazio per un messaggio radicale, per una protesta simbolica attraverso fanzine, stencil, sculture polimateriche, combustione riciclo, pitture murali, assemblaggi, performance… non esisteva un ordine di programma, vigeva una libertà quasi anarchica, ognuno reinventava la creatività con azione spontanee, talvolta ingenue ma eticamente oneste, dense di poesia naturale, tonanti per comunicazione e pathos. Fu un frangente irripetibile che, pian piano, consumò la sua carica antagonista, perdendo l’originalità che emergeva da quel decennio sfrenato sperimentale e meticcio. Quando, sul finire degli anni Ottanta, Keith Haring e Jean-Michel Basquiat diventano un culto da museo, il fenomeno Street Art stava diminuendo la carica di ingaggio, scemava lo stupore della sorpresa, l’edonismo in voga chiedeva altro alla gente; al contempo, la rivoluzione germinava oltre l’oceano per dilagare ovunque ci fossero spazi, ambienti, oggetti e un nuovo pubblico in ascolto visivo.

Made in New York vuole fare il punto sulla detonazione creativa, su quel breve periodo che plasmò molteplici conseguenze dentro e fuori dagli Stati Uniti. Era chiaro che il fenomeno urbano si sarebbe esteso informe non sempre gestibili, che le attitudini degli apripista avrebbero originato un sistema complesso, calibrato a misura da alcuni mortificato da altri che non hanno rinnovato il profilo linguistico dei progetti. Per capire il presente globale era necessario mappare quelle fondamenta con il contributo di alcuni protagonisti, in particolare che Keith Haring e Paolo Buggiani, due visionari che hanno tracciato i binari portanti della Street Art.

KEITH HARING 

New York, fine Settanta: un ragazzino sconosciuto scendeva nelle stazioni della metropolitana e disegnava col gessetto sulle affissioni nere, le stesse che l’autorità affiggeva sopra le pubblicità scadute. Haring agiva in rapida sequenza, contro il volere delle guardie o sotto gli occhi dei passanti, scivolando via un attimo dopo l’esecuzione. I suoi motivi erano semplici ma unici e in breve sarebbero diventati il prologo di una rivoluzione creativa.

Tutto è davvero partito nei sotterranei di New York: dal sottosuolo verso l’olimpo dei musei e delle grandi gallerie. La gente impazziva per quelle lavagne metropolitane: nessuna parola o colore, solo geroglifici semplificati che tutti capivano. La mostra presenta una selezione di opere originali di quei giorni magici, staccate e conservate da Paolo Buggiani, il primo a intuire la potenza al presente ma anche il potenziale futuro di quel folletto geniale. A riprova della loro amicizia, un prezioso disegno di Haring ci mostra un uomo con le ali e una dedica: For Paolo. Da quel momento, il personaggio volante di Buggiani sarebbe diventato uno dei soggetti pittorici del genio di Kutztown.

PAOLO BUGGIANI

“Per quanto riguarda il tempo, quando hai la percezione di quello che racconti, di quello che vuoi trasmettere, non c’è più la preoccupazione di quanto duri l’opera. Ho fatto un ragionamento sul tempo che passa: il tempo soggettivo è misurato dalla durata della nostra vita mentre il tempo oggettivo è infinito. Nello spazio infinito una cosa che dura tre minuti e una di duecento anni si trovano sullo stesso piano. Per questo ho realizzato una serie di quadri con oggetti che volteggiano nello spazio nero del cosmo con riferimenti pompeiani che si incrociano a riferimenti moderni.

Non mi preoccupo, dunque, che i miei lavori siano istantanei, in quanto sono anche parte del tempo oggettivo oltre che di quello soggettivo; quello che conta è il messaggio. Così ho iniziato a dipingere sulla neve, a New York, nel gelido inverno del 1979.

Del mercato non mi importava più nulla.

Devi fare una scelta: o ti comporti in un certo modo, ti dai una certa importanza, oppure fai le cose che ti fanno più piacere perché sono quelle per te più naturali.

Sto scrivendo un libro dal titolo “La scuola della disobbedienza”, che rappresenterà un po’ il percorso del mio lavoro, le storie che ci sono dietro e la filosofia che lo sostiene.”

FUOCO E METALLO, SIMBOLI DEGLI ANNI ’70

” Certamente. Senza fuoco non ci sarebbe vita. Il sole è fuoco. Sebbene sia un po’ difficile da maneggiare: lo devi conoscere per poi diventarne amico. Ma se tu lo prendi di petto e lui si incazza.

Il metallo – nello specifico alluminio di riciclo da plance di stampa – è simbolo e parodia della modernità.

Ho sempre in testa di fare delle foto in relazione a un vulcano punto una volta provai qualcosa con la bicicletta sul Vesuvio, ma non c’era la giusta situazione. Al contrario, sono riuscito a farne una bellissima con la scala di fuoco a Pantelleria, dove ci sono sedici vulcani. Mi ricordo che c’erano le nuvole che scavalcavano la montagna grande, come una cascata d’acqua. Allora ho incendiato la scala fissata a un carretto ci sono andato incontro.”

GRAFFITI, WRITERS E STREET ART: I NUOVI SPAZI URBANI 

La Street Art ha un debito nei confronti dell’editing per quanto riguarda l’apertura di nuovi spazi fisici di espressione, ma, differentemente da quest’ultimo, la sua operazione è quella di mettere l’arte in pubblico, sottraendola alle gallerie schiave del mercato. La Street Art vien fuori anche in conseguenza di manipolazione tremende messe in atto dalle gallerie. Allora molti artisti, invece di seguire la moda, hanno raccolto l’input di graffiti iniziando a mettere la loro arte sui muri, ma per la gente. Per la prima volta tutti potevano lasciare il proprio messaggio da arte nei posti più visibili e strategici della città, e così si formavano le relazioni e avveniva il dialogo anche tra gli artisti stessi. 

MADE IN NEW YORK 

Sono presenti nella mostra molteplici opere originali di Keith Haring realizzate sui muri della metropolitana tra il 1981 è il 1983.

Sempre di Haring, alcune preziose sorprese, feticci da collezionismo che testimoniano le future impennate negli acrilici su tela. 

Ad ampliare il percorso le opere di Paolo Buggiani. Da un lato le sculture tecno primitive come i veicoli mitologici e gli animali in lamiera leggera come coccodrilli, serpenti e altri rettili. Tra queste anche il Minotauro e Icaro, due sculture mitologiche che hanno attraversato New York e altre città del mondo per giungere fino a Cervia, a pochi passi da un mare che le lega idealmente allo skyline della Grande Mela. 

POESIA E STREET ART

Una mostra che sconfina dagli anni settanta e approda a noi in modo forte rompendo gli argini e rovistando sul senso profondo di fare arte come di fare poesia, di scrivere, di lasciare un messaggio che dal sottosuolo delle metropolitane, dal fuoco che imbratta le opere di Buggiani, ci consegna la sua essenza.

Per chi faccio poesia e perché la faccio? Cosa sono i poeti oggi e a cosa servono?

In questi giorni proprio mi ci interrogavo e in Keith Haring e in Buggiani ho ritrovato molte risposte. Fare opere per la gente non per il mercato, scriverlo sui muri, dirlo e ridirlo perché nel tempo ogni creazione lascia di sé la sua impronta sottraendosi all’usura della contingenza. Comunicare e comunicarsi, stringersi in relazioni empatiche e lanciare ideologie che mettono a fuoco le emozioni: anche questa è arte.

Anche questo è produrre e forse è il suo senso autentico e primitivo?

E i poeti possono allinearsi e scoprirsi emulatori dell’anima della street art, miscelarsi ai pittori, tangere loro, ad un creare scevro consegnato agli altri per vivere più profondamente e dire al mondo?

I poeti cosa fanno se non mettere a fuoco la vita e raccontarla da varie angolature? Poi si sottraggono al tempo allo spazio e vagano, ritornano ed emanano un profumo di surrealisti a volte anche se in realtà non lo sono.

Frida ha detto «Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.» (Time Magazine, “Mexican Autobiography”, 27 aprile 1953)

Antonia Pozzi scrisse:

“Poesia che ti doni soltanto

a chi con occhi di pianto

si cerca –

oh rifammi tu degna di te,

poesia che mi guardi.”

La poesia cerca il suo autore per uscire e parlare, diventare esistente.

Montale ugualmente in “Satura” denota l’urgenza della poesia che vuole rivelata, che vuole essere scritta e letta.

LA POESIA

I

L’angosciante questione

se sia a freddo o a caldo l’ispirazione

non appartiene alla scienza termica.

Il raptus non produce, il vuoto non conduce,

non c’è poesia al sorbetto o al girarrosto.

Si tratterà piuttosto di parole

molto importune

che hanno fretta di uscire

dal forno o dal surgelante.

Il fatto non è importante. Appena fuori

si guardano d’attorno e hanno l’aria di dirsi:

che sto a farci?

II

Con orrore

la poesia rifiuta

le glosse degli scoliasti.

Ma non è certo che la troppo muta

basti a se stessa

o al trovarobe che in lei è inciampato

senza sapere di esserne

l’autore.

Junger ha scritto: “La Poesia domina l’universo in modo molto più profondo e durevole di qualsiasi sapere e di qualsiasi politica.  I poeti dominano i grandi rifugi, i veri alberghi. Ecco perché laddove essi manchino, crescono deserti spaventosi”

La poesia e l’arte, l’umanità, la creatività, il creare perché viva negli altri, nei loro occhi, cuori e nelle loro vite senza finitudine.

Monica Baldini


3 risposte a "Monica Baldini: Made in New York – Keith Haring and Paolo Buggiani, la vera origine della Street Art"

  1. Interessante l’articolo e le considerazioni di Monica, alla fine degli anni 80 sono stato a New York qualche tempo per motivi di lavoro, ho visto mostre di Haring e soprattutto mi appassionava Basquiat, che trovavo contemporaneamente nella stessa opera violento, dolce e lirico. Ma per le strade o nella metro non c’era ormai più niente, si trovavano solo nelle gallerie. Buggiani non lo conoscevo, è interessante che le sue opere sono street art anche perché si muovono (almeno alcune) effettivamente in giro per le strade della città.
    Qualcosa in poesia che gli assomiglia potrebbero essere gli antichi cantastorie, o le poesie semplici ma profonde come quelle di Rodari che possono andare ovunque anche nelle scuole elementari, o le poesie fatte per essere recitate come quelle di Patrizia Vicinelli, o gli esperimenti di poesie componibili di Queneau
    “100.000miliardi di poesie” perché diceva che la poesia è troppo importante per lasciarla solo ai poeti.

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  2. Grazie Giancarlo! …”la poesia è troppo importante per lasciarla solo ai poeti…”
    La poesia che vuole parlare e ruggire, che vuole sferzare e dare un messaggio che scalfisce. Una poesia che non si preoccupa del mercato ma della sua verità e del tempo come diceva Buggiani.

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