Armand Robin, poesia non tradotta (Giancarlo Locarno)

Armand Robin 

Armand Robin (1919-1961) è stato un intellettuale dalle caratteristiche uniche, impara giovanissimo il polacco, ancora studente si reca in Russia con una borsa di studio, attratto dal sogno comunista di una società egalitaria, ma poi, per quello che vide girando per tutta l’Unione Sovietica stalinista, i morti di fame per le strade di Kiev e di Mosca, epidemie di tifo nascoste dal governo, il brigantaggio diffuso, si sentì tradito nei suoi ideali: “Fu un  incubo, un mondo in cui ogni senso della dignità umana è stato ucciso, perseguitato”.

Al suo ritorno in Francia divenne ferocemente critico nei confronti della sinistra intellettuale che manifestava simpatie staliniste, e lì si procurò così tanti nemici, ad esempio Aragon ed Eluard, che dopo la guerra venne emarginato e non riuscì a costruirsi la carriera accademica alla quale aspirava. Aderì al movimento anarchico, un orientamento naturale per il suo umanesimo e  pacifismo.

La sua critica coinvolgeva tanto i sistemi nazi-fascisti, quelli comunisti e anche quelli democratici, accusava tutti di adottare gli stessi metodi di propaganda, che definiva “la falsa parola”:

La propaganda a volte diventa la più esatta delle informazioni. E’ il principio più semplice del mondo; essendo i fatti “spariti” in favore della “propaganda”, è la propaganda a diventare fatto; si potrebbe persino dire che la propaganda è il fatto essenziale della nostra epoca.

Sostituendo il termine “propaganda” con “spettacolo” viene da pensare ad Armand Robin come un precursore di Guy Debord.

Muore in circostanze strane nel 1961, per una lite in un caffè viene arrestato e trovato morto dopo qualche giorno nel commissariato per motivi mai accertati.

Ma la cosa di lui per me più affascinante è il fatto che conosceva una ventina di lingue, tutte le lingue dell’URSS e le altre lingue slave, tante lingue europee, ma anche l’ebraico, il cinese e l’hindi.

Il suo lavoro principale, che iniziò a svolgere per conto del governo francese collaborazionista di Vichy, consisteva nell’ascoltare le radio straniere e nello stilare dei reports sintetici di tutto quello che aveva udito e che poteva avere un  qualche valore politico o economico.

Questa attività continuò anche dopo la guerra, da casa sua, dal momento che a questi suoi bollettini si erano abbonati ormai parecchi stati ed enti.

Dal punto di vista letterario la sua carriera è cominciata come poeta in dialetto bretone,

poi rinunciò alla poesia per dedicarsi alla traduzione, rinunciò alla sua opera per dedicarsi all’opera degli altri.

Pubblicò due volumi dal titolo “Poésie non traduite – Poesia non tradotta” , contenenti la traduzione di poeti da una ventina di lingue.

Intitola i suoi libri “Poesia non tradotta”  per la sua particolare visione della traduzione, che viene spiegata nella paginetta introduttiva:

Loro – Io

Ciò che non è del tutto naturale mi affligge. Ho sempre ritenuto inconcepibile che la poesia possa essere tradotta. Ora, nella lingua francese del mio tempo, quello che si chiamava poesia sembrava spesso una cattiva traduzione. Sono stato sfortunato. Fuggendo da questo inferno, camminando di era in era, mi combattevo a ogni passo, mi sono fatto tutti i grandi poeti di tutti i paesi in tutte le lingue. Ho raggiunto un Eden ancestrale antecedente prima della torre di Babele; tutti ci parlano con un linguaggio-altro; come un allegro aratro, la mia anima inciampa di solco in solco di sillaba in sillabe lungo tutta la frase intera.

Mi percepisco generale e universale. Ero geloso del Verbo e felice.

Loro-Io siamo UNO. Non sono davanti a loro, loro non sono di fronte a me. Loro parlano prima di me nella mia gola, assedio le loro gole con le mie parole che verranno. Noi ci teniamo suono per suono, sillaba per sillaba, ritmo per ritmo, senso per senso, e soprattutto destino per destino, uniti e separati in sangue e lacrime, ontologicamente senza paura Loro –Io intatti UNO.

In italiano di Armand Robin c’è il volume “L’indesiderabile”, che contiene il saggio “la falsa parola” e altri scritti in prosa, con la traduzione di Antonio Malinverno, edizione Giacometti e Antonello-Macerata.

Da “Poesia non tradotta”

La prima poesia è di Du Fu o Tu Fu nella vecchia grafia (712-770), per me è il maggiore poeta cinese di tutti i tempi, cantava il disordine della guerra, il lavoro obbligatorio, il mercato nero e l’oppressione da parte dei funzionari imperiali.

Du Fu 
La polizia di Che Hao

Stasera scappo nel villaggio di Che Hao e trovo un rifugio
la polizia sequestra gente questa notte
Il vecchio salta il muro e corre
La vecchia, la sua vecchia esce sulla soglia umile ed educata. 

I gendarmi gridano tanto sono arrabbiati
la vecchia geme amareggiata
la sento avvicinarsi e offrire le sue parole
“Avevo tre ragazzi in servizio alla frontiera nella città di Ye

Il primo mi ha fatto sapere che sono arrivati
il secondo è stato ucciso nell’ultima battaglia
quello che resta ci tiene a salvare la vita
per i morti da tanto tempo ormai è finita iih èèh!!! 

Nessuno vive più in questo luogo
solo il mio nipotino che succhia ancora dalle mammelle
e c’è anche la sua mamma
non ha nemmeno un vestito per poter uscire.

Io la vecchia, la nonna anche se ho le braccia deboli
vengo con voi e ritornerò a casa con voi questa notte
per la corvèe sul Ho Yang vi dico di sì
sono ancora in grado di preparavi il pasto di mezzogiorno.

Nella notte dopo un certo tempo il brusio di parole si è fermato
ma è come se intendessi ancora gemere oscuramente dentro una gola.
Il giorno dopo, quando ho ripreso il mio cammino
solo il vecchio ho potuto salutare.



Tu Fu
Che Hao Police

Le soir au hameau de Ché Hao je me jette et trouve abri
de la police y est saissant le gens la nuit
le vieux bonhomme saute le mur il court
la vielle sa vielle sort sur le seuil humble et poli.

La police crie comme elle est colère
la vieille gemit come elle est amère
je l’écoute la vielle approcher offrant ses mots
“ J’avais trois gars au service à la ville de Yé a la frontiere

“ le premier m’a fait donner ses  nouvelles elles sont arrivées
“ la second dans la dernière bataille a été tué
“ celui qui reste il tient à sauver sa vie lui
“ ceux qui sont tués pour bien du temps c’est fini iih èèh.

“ Il n’y a plus de vivant dans ce logis
“ il y a  seulement il pend à la mamelle mon petit fils
“ il y a la mère au petit elle est restée
“ elle n’a plus une robe en état pour la course et le sorties.  

“ Moi la vielle la grand’maman bien que mes bras soient faiblis
“ je vous prie je pars retournez avec moi cette nuit
“ pour la corvée sur le Ho Yang je repond vite oui
“je suis encore capable de préparer le repas de midi”

Dans la nuit depuis longtemps le bruit de mots s’est arrêté
c’est comme si j’entendais gémir obscurément dans un gosier.
Le landemain au point du jour quand je remonte sur mon chemin
c’est du vieux bonhomme seul que j’ai à me séparer.



La poesia successiva è di un autore anonimo del XV secolo in lingua Cheremis, la quale appartiene al gruppo di lingue finniche del Volga, ha circa 500.000 parlanti nella regione del volga e nel Kazakistan.

Il creatore di eco

Io vado, vengo tra le onde e le nebbie
vivendo così
mi regalo il titolo
di re del lago dell’ovest
al vento leggero è un piccolo sostegno.
Lascio una baia di canne fiorite
sentendomi così bene canto a voce alta
nella notte calma la mia voce suona particolarmente chiara
non cerco gratificazioni rispondo solo a me stesso
e mi applaudo e canto così forte
che mille montagne mi rispondono. 


Le créateur d’échos 

Je vais je viens parmi les vagues et le buéees
vivant ainsi je me donne pour m’appeler
un titre roi de lac de l’ouest
vent léger petite rame.
Je quitte une crique de roseaux fleuris
me sentant très je chante haut
sur la nuit calme ma voix particulièrement est claire
nul ne me récompensant je me réponds à moi même
et je m’applaudis et je chante enfin si haut
que mille montagnes me répondent


Sono molti  i poeti russi tradotti da Armand Robin, tra le tante poesie ho scelto questa di Pasternak.

Pasternak
Galli 

Tutta la notte l’acqua si agita, senza sosta;
l’acquazzone fin dall’alba ha bruciato l’olio di lino.
Da un coperchio lilla esce l’indigesto
vapore e il suolo, dallo stufato spruzzi di goccioline. 

Ancora un secondo, e scuotendosi, il prato farà il suo salto!
Chi descriverà quell’istante del mio spavento alla rugiada?
quando urlerà un primo, poi un secondo gallo
poi tutti gli altri!

Quando si nominano gli anni nome per nome
in modo che richiamino l’ombra sul mondo,
bruscamente profetizzano delle mutazioni
dell’acqua, della terra, dell’amore e del mondo intero. 


Pasternak
Coqs 

Tout la nuit l’eau peina, sans sieste ;
l’averse jusqu’en l’aube a brûlé l’huile des lins.
d’un couvercle lilas sort l’indigeste
vapeur et le sol, pot-au-feu, fume d’embruns.

Une seconde, et le pré, se secouant, fera son bond!
Cet istant-là, qui decrirà mon épouvante à la rosèe?
O seconde où vont brailler un premier, puis un second
cocorico, puis, après ce second, le monde entier!

Quand on épelle les ans nom par nom,
selon le rôle rappelant l’ombre au monde,
brusquement ils prophetisent mutation
d’eau, de sol, d’amour, - de l’entier monde.





La poesia che segue è del poeta finlandese Aeikko Antero Koskenniemi (1885-1962) professore di letterartura all’università di Turku, una poesia dal carattere semplice e di un’umanità subito comprensibile. 


Aeikko Antero Koskenniemi
Quinta elegia 

Lunga, oscura, glaciale è la serata, glaciali tutti gli astri
l’universo dal respiro brinato è sull’ombra stregata.

Le foglie secche invernali contro il vetro, fremono e scricchiolano; tanto è forte il silenzio
che potrei udire nel firmamento gli astri danzare
Il mio cuore nel mio petto non era un lottatore così forte, e di notte
la prigione muta dei ghiacciai fa crescere i suoi muri contro i miei muri;
per afferrarmi si infittisce la notte deserta e stellata.

Occhio contro occhio ti tengo, notte che tutto distruggi,
regina degli universi, senza fuoco, senza vita, oh notte! 
Il tuo scettro è di brina! E la sorte delle stelle si piega sotto di lui!
Le tue leggi senz’anima sembrano sogni nel mezzo di una follia! 
Le ruote flottanti del tuo carro misurano i secoli sepolti
da qualche parte dove camminano le tue strade, regina dei mondi.
In nessun tempo un Titano ha cercato di ergersi contro il tuo potere
da prima dei tempi senza rivali domini;
dal tuo trono gelato sottometti ogni cosa;
il tuo cuore, non c’è vittima in fiamme che l’abbia riscaldato;
nessun sospiro umano ha mai toccato il tuo governare muto;
nei tuoi occhi non ha mai brillato una sola luce!
Tutto l’esistente l’hai incastrato nei tuoi giochi crudeli.
Tutte le creature sono prigioniere dentro un ciclo,
il loro fine, la sola speranza che gli hai concesso,
il fine e la speranza di essere il nulla, e la morte.
Padrone degli spazi, nella tua opulenza ci hai negato
un solo centimetro dove essere liberi.

La tua potenza la vedo!, notte che tutto distruggi!
Ma non sacrificherei nulla sui tuoi altari!
I tuoi osanna non risuoneranno mai sulle mie labbra! 
Notte che non soffri mai, ti voglio misera e morta!

Al tuo scettro di brina, per sfidarti oppongo
il Titano più forte: il cuore dell’uomo
unico braciere, unica pira martoriata tra morte e ghiaccio
questo fuoco si getta sul mio petto per soffocarlo:
in fondo al tuo freddo, ma non grazie a te, avrò
nel mio braciere, tutto per me, un istante eterno di fuoco.

Lunga, oscura e glaciale è la serata, sono glaciali tutti gli astri
l’universo ha un respiro gelido sull’ombra stregata. 


Aeikko Antero Koskenniemi
Cinquième élégie 


Longue, sombre, glaciale est la soirée, glacial tout astre.
L’univers de givrante halein sur l’ombre ahanne (stregata).

Les hivernales feuilles sèche contre la vitre, seules, froissent d’un crissement la nuit;
                                                                                                           [ si fort le silence
que je pourrais ouïr comment au firmament les astres dansent
si mon coeur dans ma poitrine n’était lutteur si dur,
la geôle du glacé, du muet, grandit ses murs contre mes murs;
pour m’investir s’épaissit l’étoilée, désertée nuit.

Ainsi, oeil contre oeil je te tiens, nuit qui tout détruis,
reine des univers, toi sans feu, sans vie, ô nuit!
Givreux ton sceptre! Et le sort des étoiles plie sous lui!
Tes lois sans âme semblent rêveries dans une folies!
Les flottantes roues de ton char mesurent des siècles ensevelis
en quelque lieu que tes routes, reine des mondes, cheminent.
En aucun temp pas un Titan pour se grandir contre ton pouvoir! 
Dés l’avant-temp, sans rivale, tu dominas;
de ton trône de gel tu soumis en sujet tout objet;
ton coeur, pas une victime en flamme qui l’ait échauffé;
pas un soupir humain qui ait touché ton governement muet;
en tes yeux pas un jour lueur qui ait brillé!
Tout l’existant, tu l’as coincé en tes jeux de cruauté.
Toutes tes créatures sont galérienne de leur cycle,
le seul but, le seul espoir que tu leur as permis,
c’est le but, l’espoir d’ être néant, néant péri.
Possédante des espaces, toi l’opulente, tu as dénié
A tes sujets un seul arpent où être liberté.

Ta force, je le sais ! ta puissance, je la vois, nuit qui tout détrouis!
Mais nul moyen que sur tes autels je sacrifie!
Sur mes lévres jamais ne sonneront tes hosannas pour glace.
Nuit qui de rien ne souffre, je te veux misère et mort! 

A ton sceptre de givrante, par bravade j’oppose
le Titan le plus fort : le coeur d’un homme,
seul brasier, seul bûcher supplicié entre mort et glace!
Ce feu là, tente donc sur ma poitrine de l’étouffer :
jusque dans ton froid, mais jamais grâce à toi, j’aurai
en brasier bien à moi un éternel instant brûlé.

Longue, sombre, glaciale est la soirée, glacial tout astre.
L’univers de givrante haleine sur l’ombre ahanne.




Per le poesie di Ungaretti riporto la versione francese e il testo originale.



Giuseppe Ungaretti
Se tu mio fratello  

Se tu mi rivenissi incontro vivo,
Con la mano tesa,
Ancora potrei,
Di nuovo in uno slancio d'oblio, stringere,
fratello, una mano.

Ma di te, di te più non mi circondano
Che sogni, barlumi,
I fuochi senza fuoco del passato.

La memoria non svolge che le immagini
E a me stesso, io stesso
Non sono già più
Che l'annientante nulla del pensiero.



Giuseppe  Ungaretti
Mon frére, si..   

Si tu me revenais là contre, en vivant
qui tend la main,
Il se pourrait encore
Que, repris d’un élan d’oubli, j’étreigne,
frére , une main.

Las ! de toi, de toi plus ne m’environnent
que songe , feux follets,
les feux sans foyer du temps passé.

La mémoire n’enfle dans ses voiles quel es images
et pour moi-même
ne suis déjà plus
que l’anéantissante nullité du Penser.



Il tempo è muto 

Il tempo è muto fra canneti immoti...
 
Lungi d’approdi errava una canoa...
Stremato, inerte il rematore... I cieli
Già decaduti a baratri di fiumi...
 
Proteso invano all’orlo dei ricordi,
Cadere forse fu mercé...
 
Non seppe
 
Ch’è la stessa illusione mondo e mente,
Che nel mistero delle proprie onde
Ogni terrena voce fa naufragio.



Le temps s’est fait muet 

Le Temps s’est fait muet en des roseaux sans geste….

Eludant toute rive errait un canoë…
Exténué, inerte, le rameur… Les nuées
Déjà déchues en abîme de fumées…

Futur en vain penché à l’orée des souvenirs,
Tomber peut-être fut bonté…

Il ignorait
Que la même illusiopn sont l’esprit et le monde,
que dans le mystère de ses propres ondes
toute terrestre voix succombe et sombre.


Guido Gezelle (1830-1899) è un sacerdote e poeta tedesco che scriveva in dialetto fiammingo poesie ispirate da un senso religioso e dall’immersione nella natura.

Guido Gezelle
Mamma 

Non c’è niente di te
qui sotto
che sia una pittura 
o qualche traccia,
mamma, per me non c’è
né un ritratto
né un tratto di te
che resti.

Niente di disegnato
niente di fotografato
niente di cesellato 
nella pietra,
nient’altro che il tuo ritratto 
dentro di me
lasciato là,
solitario.

Oh potere, io di te 
indegno, mai
guasterò
quel ritratto,
lo lascio solitaria
vita nella mia
vita e solitario nel mio
morto morire!



Guido Gezelle
Maman  

Il n’y a de toi
ici-bas
soit peint soit
tracé,
maman, il n’y a , pour moi
pas un portrait,
pas un trait de toi
demeuré.

Rien de dessiné,
rien de photographié,
rien de ciselé
en pierre,
rien que la portrait
en moi par toi
laisse là, 
solitaire.

O pouvoir , moi de toi
indigne, jamais
n’abîmer
ce portrait-là,
mais solitaire le laisser 
etre vie en ma
vie et solitaire en ma
mort mourir!





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